Il mondo è una prigione

petr.jpgScritto tra il 1944 e il 1945, Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni è uno dei più interessanti tra i non pochi testi che sono stati accantonati, obliati per decenni dalla cultura letteraria dominante in Italia (mi viene in mente il caso di Herling). Opportunissima dunque l’edizione di Feltrinelli (2005). Arrestato dai nazifascisti nel 1944 a Roma, incarcerato e torturato, Petroni rischiò la fucilazione. Il suo libro-testimonianza non ha nulla a che fare, però, con la produzione letteraria “resistenziale” ed ideologica, sostanzialmente ottimistica, se mai si avvicina alla prospettiva abissale di Primo Levi, ma a me pare ancor più problematico e aperto ad una interrogazione radicale. Poiché in Petroni è la stessa idea di libertà ad essere posta in questione. E non in modo accademico: Petroni ha visto la morte in faccia quando è stato interrogato dalle S.S., ma la sua liberazione dal carcere non lo fa sentire davvero libero. Né l’Italia liberata gli appare un gran che, dopo aver sperimentato, nella sua marcia a piedi verso Lucca, tutta la grettezza e la disumanità che possono albergare nel cuore dei contadini toscani, che gli negano un tozzo di pane, un angolo di fienile asciutto in cui dormire. Sono pagine di una desolazione senza pari amara. Il popolo non è buono per natura.
Mi piace molto la nota sull’8 settembre (che per noi italiani è, ben più del 25 aprile, l’evento fondativo, l’origine, la grande matrice–che i media passano sotto silenzio, o quasi), una nota da mandare a memoria.

Fu l’otto settembre, comunque, che diede la riso­luzione definitiva, aprendo una battaglia. Fu l’otto settembre che, anche a Roma, si videro uomini e donne che piangevano per le strade.
Coloro con cui fino a poco tempo fa avevi parla­to di letteratura, di politica e di ragazze, ora non parlavano più: non c’era ora più nessuna necessità di discutere o di eludere il proprio più o meno co­sciente disagio in ragionamenti astratti.
Spesso, proprio tra coloro che erano apparsi esclusivamente presi da problemi che si dicono lon­tani dalla realtà, scoprivi il più pronto e il più deci­so ad opere rischiose, e tra coloro che accettavano di combattere anche apertamente per le strade, era più facile trovare uno spaesato intellettuale o un si­lenzioso bottegaio che uno degli scalmanati della politica. Comunque, c’era un compito per tutti, e tutto era rischioso.
(p. 39)

(Omo)sessualità

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Una delle obiezioni contro ciò che oggi si dice omofobia è quella della grandezza di molti omosessuali del passato. Si citano personaggi come Cesare o Alessandro, e si passa a Leonardo, Michelangelo ecc. A dire: non è malattia o perversione l’omosessualità, è solo un altro modo di vivere il sesso. È un argomento debole: di per sé la condizione di malato, infatti, non si oppone alla grandezza, basti pensare a Leopardi o a Nietzsche… Quindi non è argomento a non considerare Michelangelo un malato o un pervertito. Rimarrebbe un grande. Credo che una discussione razionale sull’omosessualità sia oggi molto difficile, soprattutto quando entra in gioco la questione della natura, che è un portato non della cultura ebraica ma di quella greca (ad esempio, Platone nelle Leggi condanna l’omosessualità sulla base di un concetto di natura), che come tutti sanno si è mediata nel Cristianesimo producendo l’Occidente. Che l’omosessualità sia da interpretarsi in un contesto di storia della cultura è reso evidente dai caratteri di quella antica. Tra i personaggi che vengono solitamente citati, infatti, Socrate, Alessandro e Cesare ebbero mogli e amanti donne, e generarono figli, e concepivano l’omosessualità essenzialmente come pederastia, come tutti i Greci. Mi pare significativo che quel termine oggi sia scomparso dall’uso. È elemento assodato e pacifico che la cultura greco-romana considerava la penetrazione patita da un uomo adulto come massimamente disonorevole. Qui occorrerebbe esaminare tutta l’ideologia del “patire-passione” e dell’”agire-azione”, con l’assoluta valorizzazione del secondo polo, che porta ad esempio Plutarco a condannare l’amore omosessuale di fronte a quello eterosessuale perché nel primo manca la reciprocità nel momento del piacere, uno agisce e l’altro patisce, mentre nel secondo per natura l’uomo e la donna possono godere insieme.
Leggiamo nell’Amatorius: «Se è vero, infatti, che l’unione contro natura di due maschi non distrugge né diminuisce l’intesa amorosa, a maggior ragione dobbiamo pensare che l’amore tra uomini e donne, conforme alla natura, conduca a vera amicizia attraverso la grazia della reciprocità. (…) Il rapporto tra maschi è diverso: se il giovane non è consenziente, esso è frutto di violenza e di sopraffazione; se invece acconsente, per il suo carattere debole ed effeminato, a farsi ‘montare e inseminare come fanno i quadrupedi’ secondo le parole di Platone, concede le sue grazie in forma contraria alla natura, in un modo sgraziato, indecente e privo di piacere per lui.» È chiaro come questa visione antica dell’omosessualità sia oggi impraticabile.  Mi è difficile discutere con chi sostenga che questioni come quelle poste dalla gestione della sessualità in tutte le società umane «dovrebbero essere le più naturali del mondo». Sono invece questioni culturali e storiche.
L’organizzazione della sessualità umana non è naturale, non può esserlo. Altrimenti essa sarebbe strutturata nello stesso modo in tutti i tempi e paesi. Se inseguissimo coerentemente la natura dovremmo pensare che la sessualità umana dovrebbe modellarsi su quella dei primati. O che il più forte dovrebbe fecondare lui solo le femmine, per il bene della specie, ecc. ecc. Qui non ci sono le cose naturali, per fortuna. E perché mai dovrebbe essere naturale il rapporto di coppia, più o meno durevole, e non la poligamia, o altro? E il discorso non varrebbe solo per la sessualità. Potrei dire che la lotta e la guerra sono le cose più naturali del mondo, ecc. La felicità, poi, non è dietro l’angolo. Se lo fosse, tutti i più grandi uomini non avrebbero capito nulla, compresi i fondatori di religioni. L’esperienza di millenni ci dice che gli umani sono mortali e infelici. Affermazioni come quelle che circolano quando si discute di sessualità mi ricordano un famoso «scopate e sarete felici» su cui non ho commenti.
Infine, dove c’è povertà, lontano dall’Occidente impelagato in oziose discussioni, i problemi dei rapporti tra i sessi sono risolti anche in modo assai semplice: lapidazione di adultere e omosessuali, repressione, infibulazione… O no?

Bontà

goodcov.jpgLa storia narrata da Tim Parks in questo romanzo, Bontà (Goodness, 1991, trad. it. di G. Granato, il Saggiatore 2007) è una storia dura. Per me in particolare, che sono padre di un ragazzino gravemente disabile. È la storia di un giovane che patisce, per così dire, l’estrema bontà dei genitori. Il padre, un missionario anglicano, muore martire in Africa, la madre si dona sempre e in ogni circostanza agli altri, senza mai nulla chiedere per sé, una cristiana perfetta.
E lui, George, vuole invece essere una persona normale, che si vive la sua vita come tutti gli altri, che si fa la sua carriera, che ha successo, una bella moglie, la bella casa, la bella auto, e insomma la realizzazione del sé borghese contemporaneo. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, e lui cede alla voglia di maternità della moglie (non desiderava figli), ecco il novum, l’evento fatale, che è tremendo: una figlia che nasce con una sindrome che la rende incapace di muoversi, di comunicare, di soddisfare le minime necessità della vita. Un essere che non manifesta alcun segno di umanità, con cui la relazione può essere solo a senso unico. Ed è questo che rende insostenibile la vita in una famiglia con un membro disabile dalla nascita: l’assenza di una comunicazione umana.
George si comporta bene, quasi eroicamente, prende su di sé questa congiuntura disperata cercando una soluzione, fa di tutto, fino a che, dopo anni di vita infernale, giunge alla risoluzione di simulare un incendio della sua villa, in cui la bimba perisca. Solo la morte della creatura inerte e incapace di tutto e sempre sofferente potrebbe liberare i due coniugi dal peso che li schiaccia. Il tentativo fallisce. Sarà infine la moglie ad abbondare nella somministrazione della solita medicina, a porre fine ad ogni cosa.
La scrittura di Parks, che vede i fatti attraverso lo sguardo di George, è brillante, sarcastica, dura nell’assumere l’ottica della brama di normalità del soggetto, che si scontra con una fattualità inesorabile. La problematica è spietata, le soluzioni non ci sono, non tutte le spalle possono portare pesi sottratti alla misura umana. Non tutti riescono a fare, come la madre di George, del proprio annientamento la scala ad una felicità superiore. Se qualcuno ama i libri che colpiscono duro, qui il pugno c’è, ed è forte davvero.
La seconda parte inizia così:

Sui bambini handicappati grava un tabù, questo è certo. Ho avuto tempo e modo di rifletterci. O sono commiserati dai mercificatori della coscienza sociale desiderosi di dimostrare che il governo non sborsa abbastanza, o sono bellamente ignorati. Tranne, forse, che nelle barzellette di pessimo gusto. Di norma i genitori sono visti come angeli che li amano a dispetto di tutto o come diavoli che li maltrattano e li abbandonano. Il martirio e la brutalità fanno notizia. Di quando in quando l’interesse si concentra su quelli che fra atroci difficoltà dipingono biglietti natalizi con il pennello stretto tra il secondo e il terzo dito del piede. E allora la tv ne mostra per una trentina di secondi i poveri corpi contorti (con questo non dico che andrebbero mostrati più a lungo). Certa stampa scandalistica, poi, racconta favole sulle meraviglie che compirà l’ingegneria genetica in futuro, e il vecchio tormentone – è giusto sterilizzare una ragazza con gravi handicap mentali anche senza il suo consenso? – tocca corde emotive tenendo desto l’interesse. Ma che cosa significhi accudire e pulire un handicappato quotidianamente, facendo al tempo stesso i conti con una sensazione di perdita, di non avere speranze né vie d’uscita… meglio lasciar perdere. Magari potessi lasciar perdere io. (p.105)

Rileggo Simone Weil 6

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Tra le caratteristiche di decadenza del mondo moderno, non dimenticare l’impossibilità di pensare concretamente al rapporto tra lo sforzo e il risultato dello sforzo. Troppi intermediari. Come negli altri casi, questo rapporto, che non risiede in alcun pensiero, risiede in una cosa: il denaro. Continua a leggere

Amore, matrimonio

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L’Occidente sta perdendo l’idea che matrimonio e famiglia siano una istituzione. Li lega al puro e semplice sentimento, e in questo modo li nullifica, poiché il sentimento va e viene, è per natura instabile.
Il Cristianesimo vide sempre nel matrimonio, e nella conseguente famiglia, l’utilità sociale. Da un lato infatti la Chiesa intese il matrimonio come remedium concupiscentiae («ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» 1 Cor. 7, 9), dall’altro vide in esso il fine supremo della generazione della prole. E questo è un dato non solo cristiano ma universalmente umano: in tutte le società, per quanto arcaiche, esistono riti di fondazione della famiglia, e questa ha anzitutto una funzione di prolificazione e protezione dei piccoli nati. L’amore cristiano, che non è eros ma charitas, riscatta ogni istituzione umana dai limiti che le sono inerenti a causa del peccato. Quindi l’amore cristiano entra anche nel matrimonio. E purifica anche l’eros. Ma bisogna stare attenti dal punto di vista concettuale. Qui si corre infatti il rischio di incorrere in gravi confusioni. La famiglia in tutte le società tradizionali, per migliaia di anni, non si è fondata su eros. Eros è una potenza destrutturante, terribile, come ben sapevano i Greci. Gli esempi di innamorati nel mondo antico greco e romano sono nella loro quasi totalità esempi negativi, da Elena e Paride in giù. E anche nell’Occidente cristiano le coppie di amanti fondative del concetto stesso di amore, cioè di amore come passione, che è il modo in cui comunemente viene inteso, sono coppie extra-matrimoniali e adulterine, dalle iniziali Tristano e Isotta e Lancillotto e Ginevra a quelle tarde ed epigoniche, di cui tra l’altro resta nella memoria solo il membro femminile (Madame Bovary, Anna Karenina…).
Che poi Maria e Giuseppe costituissero una famiglia tradizionale, e non una moderna nucleare scaturita dall’innamoramento, mi sembra indubbio. Le citazioni evangeliche di fratelli di Gesù significano che Maria e Giuseppe vivevano non come una famiglia nucleare moderna, ma ben inseriti in un contesto relazionale familiare allargato. Un esempio tra tanti: — Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» — (Mc 3, 31-34; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21). Passo che tra l’altro mostra come il Vangelo non abbia come fine supremo il rafforzamento della famiglia come istituzione. Infatti la famiglia non è una istituzione cristiana, ma generalmente umana.
È la pretesa moderna di fondare la famiglia sull’innamoramento, su eros (e di volerlo come permanente, sicché gli sposi dovrebbero essere permanentemente erotizzati, sennò sarebbero infelici), a condurre inevitabilmente alla debolezza dell’istituzione familiare, alla crisi del matrimonio, alla fragilità della vita di coppia, eccetera.

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Ragione, desiderio

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L’uomo che vive secondo il dettame della sola ragione è una mera astrazione. In ogni caso bisognerebbe stabilire prima di quale ragione si parli. La sapienza filosofica greca ha sempre pensato che il vivere secondo ragione consista nell’adeguarsi all’ordine del mondo e al movimento circolare dei cieli: nell’intendersi parte di un tutto razionale e divino l’uomo trova realizzazione e felicità. La sapienza tragica degli stessi Greci, di contro, vede nel mondo umano il trionfo dell’ingiustizia e della violenza, che solo il sacrificio può placare. Anche qui vi è una ragione: non vedere che alla base dell’umano sta la violenza è infatti obnubilamento e follia. Se tutti gli umani morissero “sazi di giorni” di morte naturale in tarda età, forse la morte non sarebbe un problema. Ma basta volgersi intorno e si vede che non è così, e così non è mai stato: muoiono i bambini, e la violenza miete vittime innocenti.
Il mondo non è l’habitat ideale per un intelletto geometrico.
Una volta assunto che il Desiderio è per sé buono, e questo è atto costitutivo dell civiltà occidentale, che rende da sempre problematico il suo essere Christianitas, si hanno conseguenze a catena, che necessariamente portano agli abominii del presente, in cui si arriva a porre in questione lo stesso tabù dell’incesto (anche in ciò Wagner è stato precursore, con Sigmund e Siglinde). Se il Desiderio è buono, tutto ciò che si oppone ad esso è cattivo. E arcicattiva è dunque la Chiesa. Dove porre il limite tra il lecito e l’illecito, tra il giusto e l’ingiusto, se il Desiderio è il nostro dio?
Occorre poi tener presente che il Desiderio ha natura mimetica. L’anima del bambino non sa cosa deve desiderare, e lo impara dal gruppo sociale cui appartiene, in primis dalla famiglia. Ed ogni società ha insegnato ai suoi figli come e cosa desiderare. Mediante modelli. Ai piccoli spartani si dava, ad esempio, il desiderio per noi incomprensibile di morire in battaglia. E tuttavia ogni società aveva dei criteri per distinguere i desideri buoni da quelli negativi. È questo criterio che noi non abbiamo più. In Occidente pare che il criterio sia quello della violenza, ovvero l’idea che debba essere ritenuto lecito e praticabile tutto ciò che non comporti violenza sull’altro. Umano, animale, pianta: la sfera dell’altro si allarga. Il fatto è, però, che la violenza è una componente essenziale dell’umano, ed è intrinsecamente legata al desiderio, e risulta assai difficile scatenare quest’ultimo senza che anche la violenza, in modi diversi, si liberi e dilaghi. Ma questo oggi non si vuol vedere, anche perché senza Desiderio illimitato i meccanismi della nostra societa della crescita illimitata si incepperebbero. È una contraddizione insanabile.

Scienza, gnosi

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Penso che ci sia gnosi in Cristina Campo. Per gnosi intendo ogni posizione che postuli come unica possibilità di salvezza dello spirito un atto di conoscenza. Perché vi sia gnosi in senso proprio occorre, dunque, che sia concepita una salvezza, e che questa sia una salvezza dello spirito in quanto contrapposto al non-spirito. La gnosi nella Campo è moderata (dal suo cattolicesimo), mentre Simone Weil è una catara, senza dubbio alcuno. Secondo me, c’è una linea catara non interrotta che giunge fino ai nostri giorni, e che emerge in persone e scrittori anche molto distanti. Un mio caro amico ora morto, Alberto Gallas, che è stato uno dei più profondi conoscitori italiani di Kierkegaard, era d’accordo con me nella definizione del grande danese come “cataro protestante”. Nessuna teoria che ponga la salvezza sul piano dell’ordine puramente mondano, e la faccia scaturire da una prassi, può essere definita gnostica.
Ciò che salva il Cristianesimo dal precipitare nella gnosi è la piena umanità di Gesù. Il Figlio dell’Uomo che si occupa del mangiare anche dopo la resurrezione (Vangelo di Giovanni, il più spirituale, 21).
Io, peraltro, penso che una accettazione “solare” della carnalità non possa essere davvero pienamente cristiana. “Solare” mi sa di paganesimo (dove la luce copre la pratica sacrificale sottesa ad ogni relazione). La carnalità è cristianamente accolta nel suo essere vulnerata dal peccato, soggetta al disfacimento, soggetta al divenire, e in ultima analisi polvere. Polvere amata e resa vivente.
La gnosi implica sempre che vi sia una trasformazione radicale della vita del soggetto che viene illuminato dalla conoscenza. Basta aver a che fare con qualche scienziato contemporaneo per rendersi conto che scienza e riflessione sulla scienza non sono la stessa cosa. E a maggior ragione tra attività scientifica e vita vi è un baratro. Spesso gli scienziati quando ragionano di varia umanità risultano penosi, e spesso, anche quando brillanti nel loro campo, risultano estremamente poveri dal punto di vista umano. Ne ho conosciuti molti, soprattutto fisici. Alas! Le loro vite private erano regolarmente fallimentari. Ciò nulla toglie al valore conoscitivo della fisica. Infatti la fisica contemporanea non è gnostica.
Il dibattito che periodicamente si accende in Italia sulla cultura scientifica e i suoi nemici è viziato da mancanza di chiarezza concettuale. L’esperimento scientifico è sempre affascinante (ma il suo essere affascinante non è un dato scientifico in sé) e portatore di conoscenza. Conoscenza settoriale. Ne ho fatti anch’io, nel mio piccolo, anni fa, da ragazzo, studiando la chimica del veleno delle formiche (soprattutto della specie myrmica ruginodis e lasius fuliginosus). Tuttavia la scienza di per sé esclude le qualità e tende al quantitativo. Non esiste una formula della bellezza come esiste una formula del veleno della myrmica (simile a quella del veleno della vipera,tra l’altro, se ben ricordo). Pure, la bellezza esiste, e ne facciamo esperienza continuamente. Per gli umani è fondamentale. Non solo, ma la valutazione dei risultati della scienza, e le decisioni sul che farne, su come applicarli, non hanno alcuna scientificità. E, per finire, se io dovessi lodare la scienza perché ha consentito a mia zia di arrivare a 84 anni e continuare a vivere ridotta ad una larva nel suo letto, mentre in passato sarebbe morta da un pezzo, rimarrei su un miserevole piano quantitativo. Meglio morire in battaglia, o ucciso da un orso durante una caccia, da uomo, che infermo nel letto vecchio e impotente, peggio di una squaw! Dovrei allora anche accusare la scienza perché la minaccia di sparizione della vita dalla tutta la terra è oggi molto più grave che in passato…
Personalmente, ritengo che un dibattito simile sia tedioso e assurdo, e che la scienza sia oggi intrecciata col potere economico, politico e militare in un modo tale che ancora una volta risulta chiaro come il problema fondamentale per gli umani sia quello della violenza, il problema che le religioni da sempre cercano di controllare e che la scienza neppure si pone. Essendo però in grado di aumentare di molto l’efficacia delle armi.

Neve

pam.jpgIl narratore del romanzo Neve di Orhan Pamuk (Kar, 2002, trad. it. di M. Bertolini e Şemsa Gezgin, Einaudi 2004, riedito quest’anno) è un romanziere che si chiama Orhan e ripercorre la vicenda del suo amico poeta, Ka (pseudonimo, e neve in turco si dice kar, e la città in cui i fatti si svolgono si chiama Kars). Ka, già emigrato in Germania, dove mena stenta vita di esule, torna in Turchia per raggiungere questa città di confine, Kars, misera e depressa, e contesa tra le forze kemaliste laiche e il montante integralismo religioso. I moventi di Ka non sono chiari nemmeno a lui: vuol conoscere, sembra addirittura cercare Dio, e l’amore della bella Ipek, ma in tutto è incerto, non riesce a decidere, sembra infine una ennesima variante del tipico protagonista intellettuale della narrativa occidentale dell’ultimo secolo: debole, privo di volontà, incapace di azione, umanamente immaturo. Ma qui il discorso è reso complesso dall’ambientazione culturale: una nazione dilaniata tra Oriente islamico tradizionale e Occidente tecnologico e irreligioso, che si rispecchia nel poeta Ka. Arriva a Kars, dove nevica al punto che la città resta isolata. In questa città isolata avviene un teatrale (in senso letterale, durante uno spettacolo teatrale) golpe anti-islamico. Ka viene coinvolto nelle trame, che vedono al centro l’affascinante terrorista Blu, e nello stesso tempo vive una storia d’amore con Ipek, che vuol persuadere a venire in Germania con lui. E mentre vive (drammaticamente) l’amore e partecipa alle trame, scrive poesie a getto continuo. Naturalmente, la storia non può finir bene, in alcun senso.
Questo libro di Pamuk è senza dubbio una meditazione sul difficile rapporto tra la poesia e la vita, ma è anche una storia di doppi. Infatti, Ka si innamora a priori di Ipek, che è stata la moglie di un suo amico (che all’inizio lo prega di ricordare alla ex-moglie il suo amore che ancora dura). Sviluppa poi un rapporto di odio-amore con Blu (che si scoprirà essere stato amante della stessa Ipek). Infine si costituisce come doppio del narratore in tutti i sensi: anche in quello erotico, perché anche il narratore si innamora di Ipek.L’amore romanzesco ha due presupposti: la donna bella e il rivale. Questo può anche essere celato, ma qui è apertissimo, anzi è plurimo. La bellezza femminile è un motore fondamentale del romanzo, perché il romanzo è legato al disvelamento della dinamica del desiderio. Davanti ad una donna straordinariamente bella l’uomo è preso da disperazione (p. 369).
Sulla poesia trovo bellissimo questo passo:

Ka mi aveva già detto molto tempo prima che un bravo poeta deve soltanto girare intorno alle verità forti che trova giuste e a cui ha paura di credere, perché possono rovinare la sua poesia, e la musica segreta di questo volteggio diventa la sua arte. (p. 242)

Si può anche ragionare sulla proliferazione metastatica dei poeti: evidentemente il flagello colpisce anche la Turchia.

Quando era giovane, Ka prendeva in giro i poeti che, considerandosi troppo importanti, credevano che ogni assurdità da loro scritta sarebbe stata in futuro argomento di ricerca e perciò vivevano vantandosi e trasformandosi, già in vita, in un monumento che nessuno ammirava. (p. 406)

Rileggo Simone Weil 5

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La quantità.
il metodo vinto dalla quantità.
la nostra civiltà è fondata sulla quantità.
la nozione di misura è ovunque perduta (es. record atletici). tutto ne viene corrotto. Anche la vita privata, poiché la temperanza (σωφροσύνη) è impensabile. Al di fuori delle regole esteriori (convenienze borghesi), tutto il movimento morale del dopoguerra (e anche prima) non è che un’ apologia dell’intemperanza (surrealismo), dunque, in definitiva, della follia… (I, 140) Continua a leggere