Bontà

goodcov.jpgLa storia narrata da Tim Parks in questo romanzo, Bontà (Goodness, 1991, trad. it. di G. Granato, il Saggiatore 2007) è una storia dura. Per me in particolare, che sono padre di un ragazzino gravemente disabile. È la storia di un giovane che patisce, per così dire, l’estrema bontà dei genitori. Il padre, un missionario anglicano, muore martire in Africa, la madre si dona sempre e in ogni circostanza agli altri, senza mai nulla chiedere per sé, una cristiana perfetta.
E lui, George, vuole invece essere una persona normale, che si vive la sua vita come tutti gli altri, che si fa la sua carriera, che ha successo, una bella moglie, la bella casa, la bella auto, e insomma la realizzazione del sé borghese contemporaneo. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, e lui cede alla voglia di maternità della moglie (non desiderava figli), ecco il novum, l’evento fatale, che è tremendo: una figlia che nasce con una sindrome che la rende incapace di muoversi, di comunicare, di soddisfare le minime necessità della vita. Un essere che non manifesta alcun segno di umanità, con cui la relazione può essere solo a senso unico. Ed è questo che rende insostenibile la vita in una famiglia con un membro disabile dalla nascita: l’assenza di una comunicazione umana.
George si comporta bene, quasi eroicamente, prende su di sé questa congiuntura disperata cercando una soluzione, fa di tutto, fino a che, dopo anni di vita infernale, giunge alla risoluzione di simulare un incendio della sua villa, in cui la bimba perisca. Solo la morte della creatura inerte e incapace di tutto e sempre sofferente potrebbe liberare i due coniugi dal peso che li schiaccia. Il tentativo fallisce. Sarà infine la moglie ad abbondare nella somministrazione della solita medicina, a porre fine ad ogni cosa.
La scrittura di Parks, che vede i fatti attraverso lo sguardo di George, è brillante, sarcastica, dura nell’assumere l’ottica della brama di normalità del soggetto, che si scontra con una fattualità inesorabile. La problematica è spietata, le soluzioni non ci sono, non tutte le spalle possono portare pesi sottratti alla misura umana. Non tutti riescono a fare, come la madre di George, del proprio annientamento la scala ad una felicità superiore. Se qualcuno ama i libri che colpiscono duro, qui il pugno c’è, ed è forte davvero.
La seconda parte inizia così:

Sui bambini handicappati grava un tabù, questo è certo. Ho avuto tempo e modo di rifletterci. O sono commiserati dai mercificatori della coscienza sociale desiderosi di dimostrare che il governo non sborsa abbastanza, o sono bellamente ignorati. Tranne, forse, che nelle barzellette di pessimo gusto. Di norma i genitori sono visti come angeli che li amano a dispetto di tutto o come diavoli che li maltrattano e li abbandonano. Il martirio e la brutalità fanno notizia. Di quando in quando l’interesse si concentra su quelli che fra atroci difficoltà dipingono biglietti natalizi con il pennello stretto tra il secondo e il terzo dito del piede. E allora la tv ne mostra per una trentina di secondi i poveri corpi contorti (con questo non dico che andrebbero mostrati più a lungo). Certa stampa scandalistica, poi, racconta favole sulle meraviglie che compirà l’ingegneria genetica in futuro, e il vecchio tormentone – è giusto sterilizzare una ragazza con gravi handicap mentali anche senza il suo consenso? – tocca corde emotive tenendo desto l’interesse. Ma che cosa significhi accudire e pulire un handicappato quotidianamente, facendo al tempo stesso i conti con una sensazione di perdita, di non avere speranze né vie d’uscita… meglio lasciar perdere. Magari potessi lasciar perdere io. (p.105)

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