Fallen Heroes, Forgotten Victims

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http://www.bibliosofia.net/files/Ernesto_Carbonelli.htm

Un episodio del 1944, con le parti rovesciate rispetto al solito, questo da un libro dell’italo-canadese Ernesto Carbonelli, Fallen Heroes, Forgotten Victims. Supino 1944 (l’originale inglese è più convincente). Mi ha fatto pensare alla quantità di eroismo che è andata sprecata durante il conflitto (l’eroismo che non può essere ricordato e celebrato è vano, come sapevano i Greci, e come canta Tasso nel duello di Tancredi e Clorinda).

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Rileggo Simone Weil 8

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L’arte (qualsiasi arte) si riferisce a due cose: il lavoro e l’amore. Rapporto tra i due?
Ma l’amore è presente nell’arte solo se dominato e persino negato. Insegnamento dell’opera d’arte: è vietato toccare le cose belle. L’ispirazione dell’artista è sempre platonica. Continua a leggere

Micropensieri generativi

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Anche nell’attuale dibattito sulle posizioni di Vito Mancuso si usano a profusione le parole Dio, Spirito, ecc. Parole che hanno millenni di storia. E, in questo dibattito, c’è il pericolo di farsi inebriare, di non più propriamente pensare, ma farsi trascinare dall’emozione che sorge dal proprio vissuto, dalle parole lette, dai testi sacri, e così via. Continua a leggere

La gamba del Felice

bia.jpgSono molti i motivi che rendono interessante e degno di ragionamento il breve ma succoso libro La gamba del Felice di Sergio Bianchi (Sellerio, Palermo 2005): dalla narrazione costruita per piccoli quadri alla mimesi dell’italiano semplice di un narrante popolare. Ma sono due gli aspetti della realtà che si evidenziano e che mi colpiscono in quest’opera: la rapidità del mutamento sociale e ambientale in Italia dagli anni Cinquanta ai Settanta, e la sparizione della cultura contadina, col mutamento antropologico corrispondente.
Ricordo bene, dal canto mio, la campagna veneta della fine degli anni Cinquanta, i contadini veneti poveri, la miseria di molte abitazioni rurali, quel tipo di vita che mi impressionava quando dalla mia Venezia andavo a trovare i parenti di campagna. Quel mondo, quel tipo di rapporto alle piante e agli animali, quella radicale alterità rispetto alla vita urbana, sono scomparsi, cancellati. Nel libro di Bianchi questo evento è reso benissimo. Quale ragazzino oggi, mi viene da pensare, anche volendo, potrebbe fare collezione di farfalle (io la feci nel 58 e 59, i prati ne erano pieni)? Il ragazzino di oggi non può catturare le farfalle perché gli viene instillata fin dalla culla una concezione vittimaria della realtà, concezione fantastica e del tutto avulsa da ogni autentica conoscenza della natura, ma storicamente spiegabile come conseguenza dell’evento fondatore della post-modernità, l’Olocausto; e non può catturare le farfalle perché esse non volano più sui prati, cancellate dalla chimica dei pesticidi, la soluzione finale del problema degli insetti. D’altra parte, un bambino che col suo retino cacciasse e uccidesse le farfalle sarebbe oggi immediatamente colpevolizzato, come cacciatore in erba, mentre lo sterminio totale a servizio dei profitti dell’agricoltura moderna lascia indifferenti anche i cuori più sensibili. Che del resto piangono per le piccole foche ma non per i vitelli o i tacchini, a dimostrazione del fatto che lo status di vittima non è una condizione oggettiva ma viene assegnato in relazione a presupposti di ordine culturale.
Mi pare molto significativo il racconto della cattura dei passeri (la faceva anche mio padre da ragazzo, ne catturava a decine nel granaio per la polenta e osei), che nella cultura contadina non sono visti come vittime, ma come cibo.

Quando c’era la neve invece li prendevamo negli orti e nei giardini. Mettevamo un’asse di legno pesante di un metro per un metro inclinata a circa quarantacinque gradi e puntellata da un bastone. Al bastone attacca­vamo un cordino lungo che arrivava fino al pollaio do­ve noi ci imboscavamo controllando la situazione dal­lo spioncino della porta. Da sotto l’asse toglievamo la neve e mettevamo delle briciole di pane secco. I passeri facevano la solita manfrina prima di andare sotto l’as­se sempre comandati dal capo maschio che ci andava per primo. Anzi con quel tipo di caccia i capo maschi dei passeri per primi ci facevano andare i pettirossi che a differenza dei passeri erano più stupidi perché ci an­davano subito senza preoccuparsi di niente. A noi dei pettirossi non ce ne fregava niente perché non si man­giavano. Quando i passeri erano sotto l’asse a bec­chettare le briciole in sette o otto si tirava il cordino il bastone si muoveva l’asse cadeva e i passeri ci rima­nevano sotto. Noi uscivamo dal pollaio e saltavamo con tutti e due i piedi sull’asse per schiacciarli del tutto. Mai una volta che si prendeva un merlo né maschio né femmina. Erano troppo furbi i merli per farsi prende­re così.
I passeri si facevano frollare qualche giorno con le loro piume perché sapevano di selvatico poi si mette­vano nell’acqua bollente per spennarli si lasciavano in marinata con acqua erbe aromatiche e po’ di aceto una nottata e si cucinavano con il sugo di pomodoro per due o tre ore in modo da ammorbidire la carne.
(pp. 31-32)

Trattato del ribelle

 jun.jpgL’eterna dialettica dei pochi e dei molti, di questo si tratta qui, nel Trattato del ribelle di Ernst Jünger (Der Waldgang, 1980, trad. it. di F. Bovoli, Adelphi 1990, 10ª edizione 2007). Waldgang è la via del bosco, Wald, e il titolo italiano non mi piace, rende scolastico ciò che appartiene ad un’altra orbita. Un’orbita fortemente germanica, e profondamente reazionaria (dove reazionario non è connotato negativamente). La libertà piena è dei pochi, e quella dei molti ne è derivazione secondaria, questo è il senso di questo libro. Non è un caso che il modello della libertà che qui Jünger tematizza sia quello del proscritto dell’antica Islanda, dell’uomo bandito che diviene eroe selvatico, che vive fra gli animali e nella natura. Imboscato, che in Italia, terra anti-silvana per eccellenza, suona negativissimo, non può avere senso spregiativo nella lingua dei popoli che, come ha meravigliosamente scritto Elias Canetti, hanno negli alberi della foresta la prima intuizione della moltitudine (mentre gli Inglesi nelle onde del mare, wunderbar!). Va da sé che, nella mia visione, solo l’uomo cacciatore, colui che saluta ed è salutato con il weidmannsheil!, gode della libertà primigenia.

La dottrina del bosco è antica quanto la storia dell’uomo, e forse persino più antica. Se ne rinvengono le tracce in testimonianze venerabili che in parte soltanto oggi riusciamo a decifrare: è il grande tema delle fiabe, delle saghe, dei testi sacri e dei misteri. Se riconduciamo la fiaba all’età della pietra, il mito all’età del bronzo e la storia all’età del ferro, sempre ci imbatteremo in questa dottrina, purché il nostro occhio sia pronto a individuarla. La ritroveremo infine nell’epoca odierna dell’uranio, che potremmo chiamare età delle radiazioni. Sempre e dovunque c’è qui la consapevolezza che il mutevole paesaggio nasconde i nuclei originari della forza e che sotto l’apparenza dell’effimero sgorgano le fonti dell’abbondanza, del potere cosmico. Questo sapere non rappresenta soltanto il fondamento simbolico-sacramentale delle Chiese, non soltanto si perpetua nelle dottrine esoteriche e nelle sètte, ma costituisce il nucleo dei sistemi filosofici che si propongono fondamentalmente, per quanto distanti possano essere i loro universi concettuali, di indagare il medesimo mistero: inteso come idea, monade originaria, cosa in sé, esistenza nell’oggi, è un mistero palese a chiunque sia stato iniziato a esso almeno una volta nella vita. Se uno ha toccato l’essere anche una volta soltanto, ha varcato il margine lungo il quale hanno ancora peso le parole, le nozioni, le scuole, le confessioni. Ma in compenso ha imparato a venerare ciò da cui esse traggono vita (p. 70).

Ma esistono due poli: il libero vagare nei boschi e la salda centralità dell’oikos, della casa inviolabile. Che diviene violabile e violata quando lo Stato è fatto troppo forte, e si insinua ovunque, o quando è troppo debole, e lascia spazio alle scorrerie dei ladroni. O quando è l’una cosa e l’altra, come lo Stato italiano contemporaneo. Giorni fa, alle 5 del mattino, la mia vicina di casa si è svegliata di colpo, gli occhi colpiti dal raggio di una torcia elettrica. Nella camera da letto uomini estranei, venuti a saccheggiare. Urla, e terrore della famiglia. La mia è stata salvata dalle sbarre di ferro e dalle porte blindate che anni fa ho fatto installare. A casa mia ho fucili da caccia a profusione, ma se li usassi in simili circostanze sarei subito indagato per omicidio o tentato omicidio. La reazione deve essere proporzionata all’offesa, se un uomo appare di notte accanto al mio letto, prima di sparare debbo aspettare che mi accoltelli. Problemi inestricabili, morali e legali.

Lunghi periodi di pace favoriscono l’insorgere di alcune illusioni ottiche. Tra queste la convinzione che l’inviolabilità del domicilio si fondi sulla Costituzione, che di essa si farebbe garante. In realtà l’inviolabilità del domicilio si fonda sul capofamiglia che, attorniato dai suoi figli, si presenta sulla soglia di casa brandendo la scure. Ma non sempre questa verità è evidente, né dev’essere invocata come pretesto per attaccare la Costituzione. È proprio vero che l’uomo è garante della sua parola e non la parola dell’uomo che la pronuncia – una delle tante ragioni per cui la nuova legislazione incontra così scarso favore tra il popolo. La formula dell’inviolabilità domiciliare suona bene, ma noi viviamo in tempi in cui i funzionari dello Stato sono bravissimi a giocare a scaricabarile. (p. 104)

Attila e “rave”

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È un simpatico libretto, questo Attila di Giuseppe Zecchini (Sellerio 2007). Una breve biografia del grande sovrano unno, nata come conversazione radiofonica, ma molto rigorosa nella sua semplicità. La grande politica di quegli anni remoti è sempre molto interessante, e molto istruttiva. Anche perché è una politica che ha a che fare con grandi migrazioni di popoli, scontri di armate ma anche di culture. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 7

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(L’anima è l’essere umano (il corpo umano…) considerato come valore in sé. Amare l’anima di una donna significa non pensare questa donna in funzione dei propri piaceri, ecc.). (I 142)

A me pare che pensare l’anima in termini che siano insieme rigorosamente filosofici e convincenti per le persone di oggi sia impossibile. Continua a leggere

Del sacro

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Qualsiasi discorso sul sacro e sul profano nell’Occidente post-cristiano non può prescindere dal discorso biblico sul rapporto tra Dio e gli idoli o falsi dèi. Nella Bibbia infatti è contenuta una tendenza demistificatrice del sacro che differenzia radicalmente la tradizione giudeo-cristiana dalle altre religioni antiche. Continua a leggere