Rileggo Simone Weil 8

weilquaderni

L’arte (qualsiasi arte) si riferisce a due cose: il lavoro e l’amore. Rapporto tra i due?
Ma l’amore è presente nell’arte solo se dominato e persino negato. Insegnamento dell’opera d’arte: è vietato toccare le cose belle. L’ispirazione dell’artista è sempre platonica.
L’arte è così il simbolo dei due più nobili sforzi umani: costruire (lavoro) e non distruggere (amore dominato). Perché ogni amore è naturalmente sadico, e il pudore, il rispetto, il ritegno costituiscono l’impronta umana. Non appropriarsi di ciò che si ama… non mutarvi nulla… rifiutare la potenza… (I, 155)

Eros, in qualunque forma, è sempre brama, brama di possesso, di dominio. Questo è presente anche nell’educazione del figlio da parte di una madre, che vi vuole imprimere il suo sigillo. Difficilmente la madre accetta l’indipendenza totale del figlio da sé, il suo essere del tutto altra cosa. Il suo essere altro come unica possibilità di amore non possessivo. Anche il darsi della madre, il darsi naturale, animale, è soggetto alla brama, a quello che può essere chiamato concupiscenza (che va ben al di là del mero sessuale, com’è comunemente inteso). Il modello dell’amore di Maria per Gesù sta nel suo essere libero dalla brama del modellamento, dalla concupiscenza del voler fare del figlio la propria escrescenza, il proprio prodotto.

La potenza si manifesta anzitutto come capacità di modificazione: dell’ambiente, delle relazioni, delle cose. La rinuncia a questo è la kenosis. In quanto possiamo attuarla solo parzialmente, solo parzialmente (ma è già una benedizione) possiamo cogliere, anche nella sventura, la vera trascendenza.

La maggior parte di ciò che oggi passa per arte, non è abitato da alcuna ascesi, da alcuno spirito, da alcuna trascendenza. Ma questa constatazione critica manifesta nello stesso tempo la natura profonda dell’Occidente. Che è l’unica civiltà comparsa sulla terra che abbia avuto la capacità di esprimere una critica radicale di se stessa.

4 pensieri su “Rileggo Simone Weil 8

  1. il lavoro inteso come momento creativo, creazione di ciò che si ama… …
    l’artista è dominato dai contrasti, la sua manualità si scontra e si inchina al desiderio che prende forma e, carico di eros, si evolve…
    ma senza lo spirito che tocca l’essenza, l’opera non può trasmettere la sua forza, la sua potenza.
    per questo l’arte va spronata, stimolata, esortata.

    :-)

  2. “La maggior parte di ciò che oggi passa per arte, non è abitato da alcuna ascesi…”
    trovo opinabile questa riflessione, per varie ragioni. L’arte è tutta umana, l’ascesi è tutta l’umana propensione all’incontro col numinoso o il diabolico. L’arte è tanto fantastisca perché è umana. L’arte ha poco in comune col sacralizzante erotico, perché quel possesso carnale, quell’arte si chiama in altro modo, erotismo il quale più che arte è patrimonio di ciascuno di noi.

    Ci sono poi improvvisati artisti, che non sapendo nulla di filosofia, di pensiero, creano dal nulla opere sublimi: dalle mie parti sono famosi gli artisti pittori di paesaggi marini (non ne posso più di vedere il mare in diecimila salse…) e di sperimentatori di nuove tecniche scultoree. Ho visto cose straordinarie, ma quello straordinario aimé l’ho colto io solo, e la dimenticanza ha fatto marcire quanto di straordinario ho veduto produrre.

    Grazie d’avermi letto.

  3. L’ascesi, lo spirito e la trascendenza possono benissimo essere presenti nell’opera di un artista “ingenuo” che non ha letto Platone, ci mancherebbe! L’ascesi di cui accenno non è l’ascesi formalmente religiosa.

    Il rapporto tra l’arte e l’eros è complesso, ma innegabile. In generale, in quanto anche nell’arte si manifesta la “volontà di potenza”, ergo la “concupiscenza”. In secundis, perché una gran parte dell’arte ha avuto ed ha un’esplicito collegamento all’eros sessuale (basti pensare alla storia del nudo e al rapporto della Chiesa con esso). Ma quel che la Weil non vede è lo scaturire dell’arte dal sacrificio, che sta all’origine di tutto.

  4. Mi pare suonasse più o meno così una considerazione della Weil che mi ha sempre colpito: “il dramma umano è che magiare e vedere siano due azioni distinte. Dinnazi al bello noi vorremmo nutrircene, ma se lo facessimo, mangiandone, lo eliminiremmo in quanto bello. La bellezza si può manifestare solo a distanza, laddove la distanza crea sofferenza in chi la contempla, e ne vorrebbe usare”.

    Insomma il germe del peccato starebbe nel desiderio del bello, nell’incapacità di prendere distanza da questo.

    Un saluto

    Giampaolo

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