Tibet

Che nei torbidi del Tibet che hanno scatenato la questione olimpica vi siano stati elementi di “pogrom anticinese”, come si è sostenuto da qualcuno, mi pare difficile negarlo. Le prime immagini giunte sui circuiti internazionali, con giovani tibetani simili a black-block che incendiavano auto e spaccavano vetrine, erano eloquenti. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 10

La vita moderna è in balìa della dismisura. La dismisura invade tutto, azione e pensiero, vita pubblica e privata. (Sport: campionato – godimenti fino all’ebbrezza, fino al disgusto – fatica fino all’abbrutimento, ecc., ecc., ecc.). Di qui la decadenza dell’arte. Non vi è più alcun equilibrio. (Anche i tentativi di Le Corbusier sono vani…). Il movimento cattolico rappresenta parzialmente una reazione: per lo meno le cerimonie cattoliche sono rimaste intatte. Ma anche esse sono senza rapporto con il resto dell’esistenza. Continua a leggere

Libri di storia

“I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo e’ un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione”. Sembra che Dell’Utri abbia detto questo. Non è la prima volta che cose del genere vengono dette. Io non sono un uomo di sinistra, non sono un resistenzialista e detesto la retorica politica, ma penso che Dell’Utri abbia proferito una solenne corbelleria. Continua a leggere

Pronomi

Questa mattina, seguendo la rassegna stampa dei giornali sul terzo programma RAI, odo il giornalista usare il pronome lui in riferimento al Corriere della Sera, al Giornale, e ad altri quotidiani. Una personificazione interessante. Non mi stupisce: da tempo ormai la lingua italiana si sta semplificando, o meglio si stanno modificando le strutture mentali profonde che la sorreggono. Continua a leggere

L’Occidente e gli altri

È un testo del 2002, uscito in Italia nel 2004, nella traduzione di R. Caruso per Vita e Pensiero, L’Occidente e gli altri (The West and the Rest) di Roger Scruton.  È un testo che fa pensare, e si discosta dalle tendenze semplificatrici che si sono manifestate nell’intellighenzia occidentale, sovente animata da forme di risentimento parossistiche.
Lo sforzo di Scruton è quello di comprendere la differenza, di individuare i punti in cui l’Islam e l’Occidente sono reciprocamente irriducibili. Questo punto è la natura dello Stato e la relativa nozione di cittadinanza. Una dottrina dello Stato sovrano e dotato di personalità nell’Islam non c’è mai stata, e nessun musulmano può pronunciare qualcosa di analogo al paolino “Civis Romanus sum”. Poiché l’unica fonte di sovranità è Allah, il governo pienamente legittimo può essere solo quello religioso, ma quello religioso tanto più sarà religioso tanto più tenderà al nichilismo. Questo apre una dialettica con l’Occidente che ha una valenza distruttiva, una dialettica della distruzione.
Il massacratore suicida, colui o colei che si fa esplodere sterminando nei mercati donne e bambini, ha come immediati antecedenti i fanciulli che, esaltati dalla predicazione, venivano mandati ad aprire coi loro corpi un varco nei campi minati irakeni durante la guerra Iran-Iraq. I massacratori sunniti sono una testimonianza della crescente influenza del modello sciita, martirofilo fin dalla sua lontana origine.
Scruton mette in risalto gli elementi di debolezza dell’Occidente, innescati da anni di globalizzazione, per cui non è possibile pensare i fenomeni scindendoli, ma occorre afferrarne le interazioni. Quel che manca alla sua analisi è, a mio avviso, l’intuizione dell’effetto che la cultura vittimaria del secondo dopoguerra ha avuto sulla mentalità occidentale, disarmandola letteralmente, e, per converso, trasformando orribilmente il modo stesso in cui gli Occidentali pensano la guerra, e scendono in guerra. Ora, lo Stato è quell’entità che ha il diritto di chiedere ai cittadini di sacrificare la loro vita. Ma non per Dio, o per un posto in paradiso. Allora per chi e per cosa?

I cittadini che mettono a repentaglio la propria vita per gli stranieri sono disposti allo stesso tempo a sposare questo tipo di visione di lungo respiro. È davvero difficile considerare l’ipotesi di sacrificare la propria vita senza credere nella durata di ciò per cui si muore. Il patriota che muore per difendere il territorio e la gente che si è insediata in quel luogo non sta buttando via la propria vita in virtù di qualche accordo temporaneo, ma sta difendendo quello che è o intende essere permanente. Una delle difficoltà che al momento stanno affrontando le società occidentali è il fatto che questo tipo di virtù stia rapidamente scomparendo. L’intrusione dei mezzi di comunicazione nel campo di battaglia ha prodotto un effetto sconvolgente sulla percezione della guerra. Il tasso di natalità decrescente e la longevità in aumento della popolazione hanno reso le società occidentali ancora più riluttanti a rischiare in combattimento le vite dei figli che sono loro rimasti.
Analogamente al sacrificio patriottico, lo spirito pubblico e caritatevole hanno poco senso senza una visione di lungo periodo. Il fine più immediato, nelle menti di coloro che in questo si impegnano, è quello di creare una differenza permanente nei confronti del mondo – migliorare il destino altrui e della comunità in modo tale che il dominio pubblico sia arricchito e preservato dall’estinzione. Da qui l’importanza, per siffatte finalità, della donazione. Lo spirito pubblico e la donazione caritatevole sono forze che costruiscono istituzioni, attraverso le quali singoli individui realizzano la propria natura costituendo forme durevoli di vita sociale.
(p. 51)

Tuttavia, è esattamente il senso della durata, della permanenza, di un permanere nel tempo e nel ricordo e nel culto civile quel che oggi ci manca.
Scruton individua chiaramente la precarietà della condizione in cui si trova la prospera Europa, che si allarga a macchia d’olio.

Questa parte di legislazione obbliga i nostri governi a offrire asilo a tutti coloro che ne hanno bisogno, e intanto a dare ospitalità a chi la richiede. Quale risultato della mobilità globale, circa due milioni di persone arrivano ogni anno in Europa con il pretesto di cercare asilo, ma di fatto desiderando trarre profitto dall’economia sommersa, e in ogni caso godendo dell’ospitalità obbligatoria richiesta dalla Convenzione delle Nazioni Unite. Il risultato è che gli stati europei hanno perduto il controllo dei loro confini, hanno un numero sconosciuto di residenti abusivi ed economie sommerse che crescono di settimana in settimana. Per di più, chiunque suggerisca che la Convenzione delle Nazioni Unite sia anacronistica, politicamente pericolosa e socialmente distruttiva è soggetto a una critica intimidatoria e al rischio di essere additato come `razzista’, se non peggio.
I vantaggi economici e politici che portano le persone a chiedere asilo in Occidente sono il risultato della giurisdizione territoriale. Tuttora, le giurisdizioni territoriali possono sopravvivere solamente se i confini sono sottoposti a un controllo. La legislazione transnazionale, agendo unitamente alla cultura del rifiuto, sta quindi rapidamente minando le condizioni che hanno reso durature le libertà occidentali. L’effetto di questo sulla politica di Francia e Olanda è ora evidente a tutti. E nello scoprire tra `coloro che cercano asilo’ la maggior parte delle cellule islamiche che sono cresciute a Londra, a Parigi e ad Amburgo, si comincia appena a riconoscere a che punto la cultura politica occidentale sia sulla via dell’autodistruzione.
(p.114)

La crisi è in realtà doppia: è in crisi l’Occidente ed è in crisi l’Islam. Si tratta di due crisi di autocomprensione. Entrambe generano la loro forma di nichilismo, che ha sempre a che fare con la manipolazione umana del rapporto con Dio.

Molti terroristi sono nichilisti, e vorrebbero sfogare la propria delusione distruggendo la società ipocrita dalla quale sono circondati. Tali erano i terroristi così brillantemente rappresentati da Turgenev e Conrad, e le cui campagne omicide sono state descritte da Anna Geifman. Ma il nichilismo è l’altro lato della religione: è l’urlo deluso del credente che scopre che Dio è morto. Il vero nichilista è incapace di accontentarsi del mondo di compromesso, tolleranza e fedeltà secolari in cui gli altri vivono perché privo di valori assoluti. La morte di Dio lascia un solo assoluto, il Nulla. Il dovere di annientare è l’ultimo barlume di trascendentale rimasto nel cuore di chi ha perso completamente fede in esso e non riesce a vivere con tale perdita. L’aspetto dell”eccitazione della morte’ dei nichilisti russi, e dei rivoluzionari che hanno seguito i loro passi, è pertanto molto simile alla frenesia dell”eccitazione divina’ del martire sciita.
La globalizzazione ha sprofondato il mondo islamico in una crisi che offre lo spettacolo di una società secolare mantenuta in vita da leggi create dall’uomo e che raggiunge il suo equilibrio senza l’aiuto di Dio. Essa ha allo stesso tempo cancellato molte delle consuetudini e degli stili di vita dei musulmani, portando all’estinzione le antiche tradizioni pastorali e sostituendole con un’economia falsa e umiliante di puro consumo alimentata non dal lavoro, ma dal petrolio. Allo stesso tempo essa ha risvegliato l’antica nostalgia di un regno di virtù, in cui coloro che hanno corrotto la comunità del Profeta saranno alla fine sconfitti e il vero ordine della sharî’a ristabilito sulla terra. La miscela psicologica che ne risulta è esplosiva, ed è volta a incitare i giovani musulmani a esprimere il proprio dissenso nei confronti dei regimi che li governano, dell’economia globale che li finanzia e dell’empio stile di vita che si sta imponendo ovunque nel dâr al-islâm.
(p. 121)

Bellini

Ieri alla messa per il quindicesimo della morte di mio fratello Paolo. In una cappella della chiesa dei Frari, a Venezia. Sono stato irradiato dalla pala di Bellini. La madonna e il bambino sono dipinti, ma appaiono tridimensionali. Continua a leggere

Non è un paese per vecchi

È uscito Non è un paese per vecchi, il film che i Coen hanno tratto dal romanzo di McCarthy. Avevo capito, come altri, leggendo la storia a suo tempo, che era stata scritta per il cinema. Avevo scritto questa nota:

 No Country for Old Men (Alfred A. Knopf, New York 2005): il titolo è una negazione, molto dura, che evoca una condizione di totale assenza di pietà. Nella critica internazionale, sull’ultimo romanzo di Cormac McCarthy si legge essenzialmente questo: che vi è un impasto linguistico con molto Sud-Ovest, una narrazione che procede irregolare, a strappi, lasciando il lettore spesso sconcertato. Che è una storia con molti morti, quasi una macelleria, ambientata intorno al 1980, e chiaramente concepita per il cinema (non si diceva anche per altri, decenni fa, come ad esempio per Graham Greene?). La violenza, in effetti, è massicciamente presente. Ci poteva non essere? Sappiamo che per McCarthy essa è il male, come per René Girard. Ci sono tre personaggi che si dividono gli onori della scena, gli altri essendo mere comparse. Un killer di professione, Chigurh, che sembra credersi l’angelo della morte; un cow-boy, Moss, in ritardo sui tempi storici (come i protagonisti della Border Trilogy), che è stato in Vietnam; uno sceriffo anziano, Bell, che si sente responsabile della vita dei concittadini, e pare agire in forza di principi morali, ma ha nel suo passato di guerra (la Seconda) qualcosa di oscuro. Lo sfondo della storia è dato dal narcotraffico dilagante, col suo corteo di massacri sul confine col Messico, alimentato dal crescente consumo degli Americani. E la presenza di Mammona, il denaro, anzitutto come borsa piena di soldi che, durante una battuta di caccia all’antilope (residuo dei tempi antichi e rimando ad altre remote storie, come i pittogrammi – p. 11 – di arcaici cacciatori), Moss trova su un veicolo coinvolto in un conflitto a fuoco fra trafficanti di droga. Moss non resiste alla tentazione di appropriarsi di quei dollari. Non può evitare di pensare che potrebbero dargli la felicità, e questa è l’origine delle sventure sue e di altri. Chigurh è uno che gioca con la morte, degli altri e di sé, che pur sempre incombe (è ferito due volte). Uccide senza alcuno scrupolo, senza alcun senso del male, spesso dopo aver conversato con la vittima, aver filosofato con essa. Circa questo punto, è stato osservato come in McCarthy siano proprio i personaggi più violenti e malvagi quelli più portati alla riflessione rigorosa, alla visione del mondo che pretende l’assolutezza, escludendo il dubbio. Su tutti campeggia il gigantesco Giudice di Meridiano di sangue, del quale Chigurh è, in fondo, solo un pallido avatar. Il mondo del West di un secolo e mezzo prima non era migliore del presente, ma la grandezza nel male del Giudice è infinitamente superiore alla meccanica freddezza di Chigurh. Questi uccide molti, ma senza alcun odio per quelli che elimina, piuttosto con l’indifferenza di un Tristo Mietitore. Il suo è il freddo gioco di un destino agito da un Dio impassibile, la sua indifferenza affonda nelle radici metafisiche della violenza, che secondo McCarthy non ha spiegazione, meno che mai sociologica. Ecco l’esecuzione di un personaggio, Wells, descritta con una sobrietà intensissima, una concentrazione tipicamente maccartiana.

He did close his eyes. He closed his eyes and he turned his head and he raised one hand to fend away what could not be fended away. Chigurh shot him in the face. Everything that Wells had ever known or thought or loved drained slowly down the wall behind him. His mother’s face, his First Com­munion, women he had known. The faces of men as they died on their knees before him. The body of a child dead in a road­side ravine in another country. He lay half headless on the bed with his arms outflung, most of his right hand missing. Chigurh rose and picked up the empty casing off the rug and blew into it and put it in his pocket and looked at his watch. The new day was still a minute away. (p. 178)

Rileggo Simone Weil 9

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Profonda saggezza racchiusa nelle fiabe sui desideri. Il pescatore che vuol essere signore, poi re, poi imperatore, poi papa, poi Dio… e si ritrova pescatore. (Il sublime di questa fiaba è che è sua moglie a spingerlo. L’ambizione è principalmente femminile, perché l’uomo é stimato se sa lottare contro il mare, la terra, il metallo, ecc.; la donna se piace, e ciò non ha né legge né misura. Sono sempre le madri a volere che i figli primeggino). Continua a leggere

Suite inglese

suiteanglaise.jpgGrande, grandissima scrittura quella di Julien Green in Suite inglese (Suite anglaise, 1972, trad. it. di R. Lucchese, Adelphi 1994). Cinque sintetiche biografie, in cui nessuna parola è di troppo, e cinque scrittori sono presentati nella loro vita. Sono Samuel Johnson, William Blake, Charles Lamb, Charlotte Brontë e Nathaniel Hawthorne. Tra i cinque mirabili ritratti, quello che preferisco è quello di Charlotte Brontë, che mi pare un microromanzo di assoluta bellezza. Comincia così:

Haworth, nello Yorkshire, è un malinconico villaggio situato in una delle province più tristi d’Inghilterra. Le sue case basse hanno quell’aria tozza e corrucciata che si ritrova nei contadini della regione; ammassate intorno a una chiesa dal campanile quadrato, esse coronano una collinetta e conferiscono a questa altura l’aspetto severo di una fortezza. Il luogo più tetro di Haworth è certamente la canonica, che gli abitanti non hanno esitato a costruire ai margini di un cimitero fitto di tombe. Da due lati della casa grigia lo sguardo cade inevitabilmente sulle pietre sepolcrali, e l’occhio allenato di chi vi risiede potrebbe quasi leggerne le iscrizioni, tanto sono vicine alle finestre.
Occorre un’anima stoica per vivere in quella casa, un carattere sereno capace di tenere a freno l’immaginazione e di non turbarsi dei rintocchi funebri né delle lugubri processioni che sfilano sotto le finestre. Quest’anima impassibile e padrona delle proprie emozioni i figli del reverendo Patrick Brontë l’avevano ereditata dal padre, e ne avevano bisogno.
Patrick Brontë aveva trentatré anni quando fu nominato pastore a Haworth. Era un irlandese dal viso regolare e dalla statura imponente, con qualcosa nello sguardo e nel portamento che faceva pensare a una forza indomabile. Sua moglie era piccola e delicata ma piena di coraggio, e si stabilì senza lagnarsi a Haworth con i sei figli, il maggiore dei quali aveva sette anni. Minata da un male crudele, si rendeva conto del suo stato ed era rassegnata a morire. Appena giunta a Haworth, si mise a letto e visse il resto dei suoi giorni nella sua camera, da cui uscì in capo a un anno. I figli non ebbero modo di conoscerla: sapendo di doverli presto lasciare, essa preferiva non vederli spesso. Una sorella di Patrick Brontë prese il posto di sua moglie e si assunse il compito di allevare le cinque bimbe e il maschietto. Miss Branwell era una zitella energica, piena di pregiudizi, ma buona, nonostante una certa durezza. Piccola di statura, vestiva in modo bizzarro e portava enormi cappelli in stile Direttorio che lasciavano scoperta una fila di riccioli bruni sulla fronte. Fiutava tabacco con ostentazione e con il segreto desiderio di scandalizzare chi le stava accanto. Era cresciuta in una cittadina della Cornovaglia, dove la terra è carica di fiori e di piante, dove il cielo clemente consente di vivere all’aria aperta quasi tutto l’anno. Quando arrivò a Haworth, storse il naso. Non un albero in vista, immense pianure desolate tutt’intorno al villaggio, e come rifugio, come focolare, una casa in un cimitero. Ma era intrepida e vi entrò risolutamente. (pp. 95-96)

Diritti dell’insalata

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Gli Occidentali moderni sono giunti a formulare un pensiero inaudito: quello dei diritti degli animali. Molti di loro vedono qualsiasi uccisione di esseri viventi da parte di un umano come violenza, e ne provano orrore. Tanto che negli asili italiani la fiaba di Cappuccetto Rosso si racconta ormai col finale mutato, escludendo l’uccisione del lupo da parte del cacciatore. Continua a leggere