Pronomi

Questa mattina, seguendo la rassegna stampa dei giornali sul terzo programma RAI, odo il giornalista usare il pronome lui in riferimento al Corriere della Sera, al Giornale, e ad altri quotidiani. Una personificazione interessante. Non mi stupisce: da tempo ormai la lingua italiana si sta semplificando, o meglio si stanno modificando le strutture mentali profonde che la sorreggono. Da tempo in Italia nell’uso dei pronomi non si tiene più conto della differenza tra persona, animale e cosa. Lui e lei si dicono parlando del giornale, della cagnetta, della caffettiera. Sarebbe necessario studiare questa eclissi della differenza linguistica insieme al crollo del congiuntivo, per comprendere cosa si stia modificando nella nostra società. Io penso che anche siffatti fenomeni vadano ricondotti alla grande dialettica centro-periferia, e alla questione del governo della circolazione del risentimento sociale, su cui si inserisce la potente spinta del vittimismo generalizzato. Il nostro mondo sociale è permeato dalla convinzione, coltivata e propagata in tutti i modi, radicalmente sbagliata ma pervicace e onnidiffusa, che la differenza sia fonte di violenza. E la differenza il nostro mondo sociale la combatte non tanto sul piano della realtà fattuale, dove inevitabilmente essa si ricrea, spostandosi eventualmente di luogo, quanto su quello verbale. Naturalmente questo avviene per lo più in forma non consapevole. La gente parla sempre più una lingua in cui le differenze sono smussate, annebbiate. Ma la differenza non può mai essere eliminata totalmente. Se lo fosse, crollerebbe la stessa significanza, perché senza differenza non v’è né segno né pensiero. E questo fa sì che oggi noi viviamo una situazione paradossale: siamo indotti a credere che il mondo migliore sia quello in cui ogni differenza è cancellata, ma nello stesso tempo siamo sollecitati a combattere i nemici della cancellazione delle differenze. Imperversano i cantori del meticciato, della fusione, della multiculturalità, della contaminazione, che però non possono essere pensati né attuati se non mediante l’espulsione di chi non li accetta, dei folli che rifiutano la mescolanza, la fine della differenza. Il meccanismo dell’espulsione è in realtà intrascendibile, semplicemente si ricolloca.

La sparizione di esso, essa , dei pronomi un tempo riferiti ad animali e cose, a segnare la differenza essenziale dell’umano, è un segno dell’oscurità che ci attende.

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