L’Occidente e gli altri

È un testo del 2002, uscito in Italia nel 2004, nella traduzione di R. Caruso per Vita e Pensiero, L’Occidente e gli altri (The West and the Rest) di Roger Scruton.  È un testo che fa pensare, e si discosta dalle tendenze semplificatrici che si sono manifestate nell’intellighenzia occidentale, sovente animata da forme di risentimento parossistiche.
Lo sforzo di Scruton è quello di comprendere la differenza, di individuare i punti in cui l’Islam e l’Occidente sono reciprocamente irriducibili. Questo punto è la natura dello Stato e la relativa nozione di cittadinanza. Una dottrina dello Stato sovrano e dotato di personalità nell’Islam non c’è mai stata, e nessun musulmano può pronunciare qualcosa di analogo al paolino “Civis Romanus sum”. Poiché l’unica fonte di sovranità è Allah, il governo pienamente legittimo può essere solo quello religioso, ma quello religioso tanto più sarà religioso tanto più tenderà al nichilismo. Questo apre una dialettica con l’Occidente che ha una valenza distruttiva, una dialettica della distruzione.
Il massacratore suicida, colui o colei che si fa esplodere sterminando nei mercati donne e bambini, ha come immediati antecedenti i fanciulli che, esaltati dalla predicazione, venivano mandati ad aprire coi loro corpi un varco nei campi minati irakeni durante la guerra Iran-Iraq. I massacratori sunniti sono una testimonianza della crescente influenza del modello sciita, martirofilo fin dalla sua lontana origine.
Scruton mette in risalto gli elementi di debolezza dell’Occidente, innescati da anni di globalizzazione, per cui non è possibile pensare i fenomeni scindendoli, ma occorre afferrarne le interazioni. Quel che manca alla sua analisi è, a mio avviso, l’intuizione dell’effetto che la cultura vittimaria del secondo dopoguerra ha avuto sulla mentalità occidentale, disarmandola letteralmente, e, per converso, trasformando orribilmente il modo stesso in cui gli Occidentali pensano la guerra, e scendono in guerra. Ora, lo Stato è quell’entità che ha il diritto di chiedere ai cittadini di sacrificare la loro vita. Ma non per Dio, o per un posto in paradiso. Allora per chi e per cosa?

I cittadini che mettono a repentaglio la propria vita per gli stranieri sono disposti allo stesso tempo a sposare questo tipo di visione di lungo respiro. È davvero difficile considerare l’ipotesi di sacrificare la propria vita senza credere nella durata di ciò per cui si muore. Il patriota che muore per difendere il territorio e la gente che si è insediata in quel luogo non sta buttando via la propria vita in virtù di qualche accordo temporaneo, ma sta difendendo quello che è o intende essere permanente. Una delle difficoltà che al momento stanno affrontando le società occidentali è il fatto che questo tipo di virtù stia rapidamente scomparendo. L’intrusione dei mezzi di comunicazione nel campo di battaglia ha prodotto un effetto sconvolgente sulla percezione della guerra. Il tasso di natalità decrescente e la longevità in aumento della popolazione hanno reso le società occidentali ancora più riluttanti a rischiare in combattimento le vite dei figli che sono loro rimasti.
Analogamente al sacrificio patriottico, lo spirito pubblico e caritatevole hanno poco senso senza una visione di lungo periodo. Il fine più immediato, nelle menti di coloro che in questo si impegnano, è quello di creare una differenza permanente nei confronti del mondo – migliorare il destino altrui e della comunità in modo tale che il dominio pubblico sia arricchito e preservato dall’estinzione. Da qui l’importanza, per siffatte finalità, della donazione. Lo spirito pubblico e la donazione caritatevole sono forze che costruiscono istituzioni, attraverso le quali singoli individui realizzano la propria natura costituendo forme durevoli di vita sociale.
(p. 51)

Tuttavia, è esattamente il senso della durata, della permanenza, di un permanere nel tempo e nel ricordo e nel culto civile quel che oggi ci manca.
Scruton individua chiaramente la precarietà della condizione in cui si trova la prospera Europa, che si allarga a macchia d’olio.

Questa parte di legislazione obbliga i nostri governi a offrire asilo a tutti coloro che ne hanno bisogno, e intanto a dare ospitalità a chi la richiede. Quale risultato della mobilità globale, circa due milioni di persone arrivano ogni anno in Europa con il pretesto di cercare asilo, ma di fatto desiderando trarre profitto dall’economia sommersa, e in ogni caso godendo dell’ospitalità obbligatoria richiesta dalla Convenzione delle Nazioni Unite. Il risultato è che gli stati europei hanno perduto il controllo dei loro confini, hanno un numero sconosciuto di residenti abusivi ed economie sommerse che crescono di settimana in settimana. Per di più, chiunque suggerisca che la Convenzione delle Nazioni Unite sia anacronistica, politicamente pericolosa e socialmente distruttiva è soggetto a una critica intimidatoria e al rischio di essere additato come `razzista’, se non peggio.
I vantaggi economici e politici che portano le persone a chiedere asilo in Occidente sono il risultato della giurisdizione territoriale. Tuttora, le giurisdizioni territoriali possono sopravvivere solamente se i confini sono sottoposti a un controllo. La legislazione transnazionale, agendo unitamente alla cultura del rifiuto, sta quindi rapidamente minando le condizioni che hanno reso durature le libertà occidentali. L’effetto di questo sulla politica di Francia e Olanda è ora evidente a tutti. E nello scoprire tra `coloro che cercano asilo’ la maggior parte delle cellule islamiche che sono cresciute a Londra, a Parigi e ad Amburgo, si comincia appena a riconoscere a che punto la cultura politica occidentale sia sulla via dell’autodistruzione.
(p.114)

La crisi è in realtà doppia: è in crisi l’Occidente ed è in crisi l’Islam. Si tratta di due crisi di autocomprensione. Entrambe generano la loro forma di nichilismo, che ha sempre a che fare con la manipolazione umana del rapporto con Dio.

Molti terroristi sono nichilisti, e vorrebbero sfogare la propria delusione distruggendo la società ipocrita dalla quale sono circondati. Tali erano i terroristi così brillantemente rappresentati da Turgenev e Conrad, e le cui campagne omicide sono state descritte da Anna Geifman. Ma il nichilismo è l’altro lato della religione: è l’urlo deluso del credente che scopre che Dio è morto. Il vero nichilista è incapace di accontentarsi del mondo di compromesso, tolleranza e fedeltà secolari in cui gli altri vivono perché privo di valori assoluti. La morte di Dio lascia un solo assoluto, il Nulla. Il dovere di annientare è l’ultimo barlume di trascendentale rimasto nel cuore di chi ha perso completamente fede in esso e non riesce a vivere con tale perdita. L’aspetto dell”eccitazione della morte’ dei nichilisti russi, e dei rivoluzionari che hanno seguito i loro passi, è pertanto molto simile alla frenesia dell”eccitazione divina’ del martire sciita.
La globalizzazione ha sprofondato il mondo islamico in una crisi che offre lo spettacolo di una società secolare mantenuta in vita da leggi create dall’uomo e che raggiunge il suo equilibrio senza l’aiuto di Dio. Essa ha allo stesso tempo cancellato molte delle consuetudini e degli stili di vita dei musulmani, portando all’estinzione le antiche tradizioni pastorali e sostituendole con un’economia falsa e umiliante di puro consumo alimentata non dal lavoro, ma dal petrolio. Allo stesso tempo essa ha risvegliato l’antica nostalgia di un regno di virtù, in cui coloro che hanno corrotto la comunità del Profeta saranno alla fine sconfitti e il vero ordine della sharî’a ristabilito sulla terra. La miscela psicologica che ne risulta è esplosiva, ed è volta a incitare i giovani musulmani a esprimere il proprio dissenso nei confronti dei regimi che li governano, dell’economia globale che li finanzia e dell’empio stile di vita che si sta imponendo ovunque nel dâr al-islâm.
(p. 121)

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6 thoughts on “L’Occidente e gli altri

  1. Qualche appunto. Il mito originario dell’Islam è la “discesa” dell’ultima e definitiva Rivelazione del monoteismo nel cuore immacolato di Muhammad ibn Abdallah ibn Abd El Muttalib, per cui gli viene attribuito il titolo di “sigillo dei profeti” – khatim al-nabiyyin (Cor., XXX,III:40). Solo Dio, Allah, viene prima del Profeta Muhammad. Lo attesta al Quran, il nobile Libro disceso sul Profeta Muhammad e che si autorizza da se stesso: «…Se dubitate nel Corano che abbiamo fatto discendere sul Nostro Servo, portate allora una sura simile ad esso…»(Sura al-Baqara, 2:23).
    Il Verbo di Allah, che è Parola che ordina, comanda e ammonisce, si sarebbe rivelato gradualmente, nel corso di ventitré anni, risuonando in pura lingua araba nella trance profetica e ora a disposizione dell’intera umanità. E chi non ubbidisce agli ordini di Dio espressi letteralmente nel Corano, va all’inferno…. Ma i moderni risultati delle ricerche storiche e scientifiche rendono dubbia e metaforizzano ogni presunta o suggerita origine, e di fatto nella maggior parte dei casi, specialmente nelle società secolarizzate, ci si comporta come se l’origine fosse definitivamente abrogata. L’abrogazione dell’origine & della credenza nei profeti dell’origine costituisce una prima fonte di tormento per numerosi individui – credenti, mezzi-credenti, agnostici o anche atei – in riferimento a Dio, alla sua morte, al suo ritorno o anche si direbbe, al puzzo che non cessa di diffondore, da circa un paio di secoli, la decomposizione di quel nobile e sacro cadavere. Nella vasta area, composta da circa un miliardo di persone, il mondo arabo-musulmano, l’abrogazione dell’origine assume i tratti di una vera e propria “disperazione di massa”. A questo esilio dalla metafora dell’origine ( un esilio che lo psicoanalista franco-tunisino, definisce “verticale” – come peraltro dichiara anche B16, l’attuale papa cattolico, che ha recentemente anch’egli parlato di “verticalità” ) coincide l’esilio orizzontale delle moltitudini rurali nei pressi dei più grandi agglomerati urbani del pianeta, come per esempio Casablanca, Istanbul, il Cairo… La disperazione di massa – favorita dal boom demografico, dalla disoccupazione, dalla mancanza di giustizia – che è la base stessa della relazione umana – e dalle condizioni demagogiche esistenti per la costituzione di una coscienza – si proietta sulla scena del mondo e – mentre il pianeta si cosparge di sangue – mostra la portata storica e strutturale di questo tormento.

    Il mondo musulmano non ha conosciuto veri pensatori, se non occasionalmente per farli subito fuori, e così non c’è nessun pensatore o teologo degno di questo nome fra di loro in grado di gettare qualche ponte, o perlomeno una passerella fra i tempi. E così si finisce con l’ allucinare l’origine aurorale. Nel dolore, la pena e i supplizi che risuonano di mille gemiti, lamentele e rimostranze sulla distesa di un mondo aperto, e che richiede inventività, flessibilità e soprattutto il coraggio della conoscenza e la capacità di sopportare il vuoto e farne breccia o porta verso nuove creazioni e un reale più largo e più libero, si costituisce dapprima un’attesa inerte verso l’esterno, come un’attesa narcisistica collettiva. Poi – messi di fronte alla realtà dei propri ritardi e delle proprie responsabilità – cova ed esplode un delirio di rappresaglia, un odio per tutto ciò che ha espulso fuori dalla metafora dell’inizio soggetti che si credevano come fusi in un sol blocco:la umma ( la “madre-patria” islamica in pericolo, idealizzata e vissuta come continuamente umiliata e minacciata dai non-musumani).

    L’affare Rushdie, poi delle vignette e oggi del film “blasfemo” che ha infiammato le piazze arabe, spinte dalle catene delle tv satellitari islamiste del Golfo e dai salafiti e islamisti vari , esprimono lo smarrimento e l’odio che coglie il mondo arabo-musulmano quando la letteratura e la storia sovvertono le metafore originarie. Non più un movimento cosmico e celeste attorno all’origine, e neanche il tempo meteorologico del mondo rurale o quello lunare delle carovane, ma quello delle milleluci di New York con le sue torri da abbattere, insieme a un tempo non assoggettato ad Allah bensì a condizioni che non sembrano dipendere che dall’accordo e la libertà degli individui, dalla cs democrazia e da ciò che Deleuze ( in Critique et clinique, Minuit, 1993). chiamava “ordine del cambiamento interminabile”.
    Quando, come oggi, i tempi virano verso l’impensabile ( ovvero, nel caso dell’Islam in pieno scisma e marasma verso ciò che ci si proibisce di pensare o che non si è in grado di pensare come catastrofe del sacro o di sopportare ) , il divenire si urta al delirio di spoliazione, all’invidia e alla volontà di vendetta. E’ “ il regno dei martiri”, come scrive Benslama: un regno, o piuttosto un processo in corso, e di cui purtroppo non abbiamo ancora toccato il fondo, che propongo di chiamare: esplosione paranoico-sacrificale.

    Il delirio di rappresaglia ormai ubiquitario e diffuso dall’islamismo radicale si esercita contro la storia moderna accusata di sloggiare i fedeli, di volerli rinchiudere fuori origine in una incredulità fabbricata alle loro spalle, a loro insaputa… Non potendo prendersela con la realtà del divenire, la minaccia vittimista di un ritorno alla jahiliyya ( l’epoca mitica dell’Ignoranza della Legge di Allah rivelata al Profeta ) viene proiettata in un ambito circoscritto e attribuita a un generico e minaccioso Occidente “crociato” identificato nei cristiani e negli ebrei, lo Stato d’Israele, gli Stati Uniti e anche l’Europa.

    “ Quando il senso non è più orientato dall’altro mondo – scrive Benslama, – quando l’uomo non è più lo specchio dell’Uno, quando la morte non vi riconduce più, allora il circuito scappa da tutte le parti e prende il niente’ da tutte le parti… Da qui il patetico tentativo di ristabilire l’orientazione guardiana della finalità del senso in un circuito chiuso che conduce da Dio a Dio…”. Naturalmente non ci si può difendere dal corto-circuito paranoico-sacrificale con la forza ( conl’esercito o con la polizia) , perché ogni azione di contrasto alle aggressioni che si ripetono e all’azione terrorista viene interpretata come la causa del furore terrorista.
    Qui si possono misurare la profondità e l’estensione di quelle rimozioni della violenza costitutive delle religioni in genere e, in particolare, dell’Islam – che noi per comodità chiamiamo religione ( religio), quando in realtà è concepita e viene praticata come din, ovvero come “debito” da pagare al Signore Onnipotente. Per avere quella pace (SLM) che deriva dallo scampato pericolo di un castigo o anche vendetta dell’Onnipotente pare non restare altro che sottomettersi ai fedeli ad oltranza di un Padre allucinato perché Assente, e tuttavia in posizione, sempre incombente, di Creditore infinito.

    1. Sono in buona parte d’accordo, Gianni. Rimane però un accordo parziale, perché l’Islam è anche religione, ovvero legame sociale mediato dal sacro e funzionale alla stabilità; e d’altro canto la nostra società secolarizzata rimane ampiamente sacrificale, perché lo è il capitalismo in ogni sua forma. La differenza dell’Occidente sta nel suo essere post-cristiano, cioè nell’avere profondamente in sé (anche) l’immagine di un Dio debole, incarnato e crocifisso.

  2. Continuo a pensare che più che una religione (din, in arabo, “credito” più che re-ligio) , l’islàm che nasce da una civilizzazione nata nel Medio Evo e che oggi occupa la scena si presenti più come una ideologia della sottomissione alla religione della sottomissione in piena crisi, scisma e marasma paranoico-sacrificale: “ une passion sacrificielle exaltant la fonction des martyrs”. Come nota Fethi Benslama: « Au nom de l’islam… » Telle est aujourd’hui l’invocation macabre, la folle litanie qui s’adjuge le pouvoir absolu de détruire […] Quand la force du nom irradie de tant de dévastations, nous ne pouvons tenir ce qui arrive pour un accident. Qu’au cours de l’Histoire d’autres noms prétendant apporter le salut (christianisme, communisme, empires coloniaux, etc.) aient autorisé des exactions sans nom n’est d’aucune consolation[Fethi Benslama, Déclaration d’insoumission à l’usage des musulmans et de ceux qui ne le sont pas, Paris, Flammarion, 2005 p. 11].

    Se non si aggiorna dall’interno, è difficile che una ideologia religiosa totalitaria che pretende di comandare politicamente l’universo mondo possa costituire un fattore di stabilità, come potrebbe essere il caso del cristianesimo, o perlomeno di quello che ne resta, un cristianesimo che a differenza dell’islàm ha introdotto ( con Paolo, Agostino, ecc) oltre la Legge la novità dello Spirito, aprendo a un reale più largo della sottomissione allaq sola Legge. Il cristianesimo ( dopo l’umamesimo, il Rinascimento, le lotte di religione, i Lumi, ecc. ) riconosce la separazione tra religione e Stato, e ammette l’interpretazione delle Scritture e dei testi fondatori alla luce della storia, l’ermeneutica, l’antropologia, la linguistica, ecc. Mi pare che sia a partire dalla concezione antropo-teologica che islam e cristianesimo sono differenti. La Rivelazione dell’invisibile, ad esempio,concepito come un Dio solo, Creatore “per essere amato” (Cor.) e “Tutore” (wali) delle creature che a lui debbono sottomettersi come “servi” ( non proprio amici ) perché in debito della Creazione nei Suoi confronti, ebbene, la Rivelazione è Verbo fatto Legge recitata e scritta nel Corano, Libro da prendere alla lettera in quanto il Verbo stesso di Dio. Nel cristianesimo, invece, il mistero divino si manifesta per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo. Un Dio che si fa uomo per rivelarsi agli uomini e ammetterli alla comunione con il divino tramite il Crocifisso-risorto, è un “errore” per l’Islàm, perché Dio è Onnipotente e sempre Vittorioso. Se non lo è, è perché c’è stato un complotto contro l’islàm, al quale occorre, a qualsiasi costo, ritornare. Da Dio a Dio, non vi sono vie di mezzo. Tra uomo e Dio c’è l’abisso delle qualità: Dio è Dio e l’uomo è uomo, un’ombra al cospetto di Dio, che è il solo Essere, un Essere sacro, dai tratti astratti e, se vuole, violenti.

    Nel Cristianesimo Dio non è “debole”, ma è Uno e Trino, cioè fondamentalmente una relazione sana perché affettuosa, amicale, amorosa. D’altra parte, in arabo il radicale SLM, presente sia nel termine islam sia in musulmano, indica che l’engramma del nome è impronunciabile, dunque è una forma vuota in cui niente è posto se non la memoria di un’ospitalità incondizionata della vita che rimanda alla rappresentazione di un soggetto così come a un insieme di soggetti, l’innumerevole esistere. Secondo Benslama, è proprio questo che è stato rigettato dall’interno dello stesso islàm, precipitato nell’oscurantismo che non distingue lo spirituale dal legislativo. “Nous avons perdu – osserva Benslama – le mot qui place la “religion islamique” dans les limites du langage, comme si une catastrophe à l’intérieur de la langue avait accompagné une confusion dans la réalité entre l’institution religieuse, la diversité humaine qu’elle a marquée historiquement et l’idéologie identitaire qui vise à s’emparer du pouvoir […] pour faire régner l’état islamique total”[18]. Se da noi in Occidente c’è “il non c’è niente” del nichilismo, nell’islàm c’è il riempimento di uno strano vuoto con il miraggio totalitario di un’origine e di una completezza che ribatte tutto l’Islam inteso come civilizzazione nell’islam inteso come “religione” (din) nel senso di debito infinito verso il Creatore che, in quanto creditore Onnipotente, niente potrebbe moderare.
    A proposito del libro di Benslama ( attenzione, è scritto in psicanalese e so che ti dici misogallo :-) ,
    Cfr. http://www.cairn.info/revue-essaim-2006-2-page-219.htm

  3. In effetti, la visione di un Dio sempre vittorioso è problematica sia rispetto alla tradizione islamica che a quella ebraica che a quella cristiana – pensiamo poi che gli islamici sono nel loro 15esimo secolo, e a come eravamo noi cristiani nel nostro corrispettivo secolo, alla fine del medioevo, quanto a violenza interconfessionale, supplizi degli eretici ecc. … Ricordo anche che Agostino ha dato un formidabile contributo alla formulazione dell’idea dell’eretico come nemico del genere umano, da estirpare ecc….

    1. Eh, nessuno è perfetto… neanche i santi e i Padri. Inoltre non sono più i tempi di Agostino e oggi i cristiani, a 50 anni dal Concilio Vat 2, parlano di “fratelli separati” e di ” fratelli maggiori”, non più di eretici e scismatici. Nell’Islam, invece, rimasto teologicamente e storicamente fisso e contratto, c’ è una pratica diffusa di ritorno ai detti e alle gesta degli al-Salaf al-Ṣāliḥ, i pii antenati, giureconsulti e combattenti delle prime tre generazioni di musulmani, dei quali numerosi imam contemporanei sacralizzano ogni sciocchezza fatta o detta solo perché antica. In un ḥadīth dello sceicco Bukhārī ( vissuto a Bukara nel IX sec.) non viene forse riferito che Muhammad (pace e salute su di lui) ha detto che il salaf era la persona migliore tra i suoi Compagni, seguiti poi da chi era venuto dopo di loro (cioè i Seguaci dei Compagni del periodo medinese) e da quelli che erano venuti dopo questi ultimi? Ecco come, al Dio del Corano, oggi nell’Islam si sostituisce l’ignoranza sacralizzata di una pletora di imam semianalfabeti o di pii giovanotti acculturati e il culto arcaico e terrificante degli Antenati, cioè dei morti-viventi avidi di sacrifici, anche umani.

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