Diritti dell’insalata

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Gli Occidentali moderni sono giunti a formulare un pensiero inaudito: quello dei diritti degli animali. Molti di loro vedono qualsiasi uccisione di esseri viventi da parte di un umano come violenza, e ne provano orrore. Tanto che negli asili italiani la fiaba di Cappuccetto Rosso si racconta ormai col finale mutato, escludendo l’uccisione del lupo da parte del cacciatore. Uccidere un animale, infatti, è come uccidere un uomo, una volta annebbiata la differenza radicale tra i due. E oggi è annebbiata. Ma il concetto di assassinio è un concetto umano, come ogni concetto, del resto. Sei tu, umano, che condanni l’altro uomo che massacra gli animali, e lo fai in questa cultura presente, attraverso la quale vedi il mondo, mentre se fossi stato un azteco avresti sacrificato vittime umane al Sole. L’animale non può condannare costumi e non può rivendicare diritti, non può esercitare doveri e non può infrangere leggi, perché non gli appartiene il logos. E nemmeno sentimenti che a noi appaiono (erroneamente) naturali, come la pietà. Quando in natura due eserciti di formiche si scontrano (e i morti possono essere migliaia, e pur essendo solo insetti sono sempre animali, e abbastanza intelligenti se misurati secondo certe capacità di problem solving) non ci sono trattative di pace o ragionamenti a posteriori su chi aveva ragione e chi torto, è pura uccisione di massa, anche quando le risorse del territorio permetterebbero ai due formicai di convivere pacificamente.

E’ vero però che gli umani hanno sempre avuto la tentazione di umanizzare gli animali (e quella inversa di ridurre l’umano all’animale: ti schiaccerò come un pidocchio!). Questo è legato al fatto che noi siamo anche animali, col nostro carico di istinti, e nello stesso tempo esseri culturali.
Capire che ciò che differenzia l’umano è originariamente il segno significa, in questo quadro, non solo comprendere l’irriducibile differenza tra l’umano (culturale) e l’animale (istintivo), ma anche comprendere che ciò che caratterizza ab origine l’umano è la sua tendenza alla violenza da un lato, e dall’altro al suo differimento. E lo strumento con cui gli umani hanno da sempre differito la violenza che essi stessi secernono e che li minaccia è il SACRIFICIO. Capire questo è capire nel suo fondamento tutto il percorso storico delle religioni (fondate tutte sul sacrificio, reale o metaforizzato) e delle culture umane, e capire anche perché nella sua origine la cultura umana è sempre religiosa.

Per millenni gli umani non hanno mai assunto volontariamente la parte delle vittime, ma hanno cercato in tutti i modi di stare dalla parte del vincitore, del sacrificatore, o meglio di essere vittoriosi, mediante la forza. In questo sviluppavano culturalmente la pulsione animale al trionfo del più forte. Fino alla coerente tematizzazione suprema di questo, nel Mein Kampf di Hitler. Insomma, la logica darwiniana non la possiamo ignorare, la natura si basa su di essa, e la solidarietà in natura è uno strumento di lotta del gruppo (il branco di lupi o di babbuini).
Ad un certo punto della storia dell’umanità, sono emerse delle idee nuove, filosofico-religiose, che hanno iniziato, prima in modo incerto e oscuro, poi chiaramente grazie alla rivelazione giudaico-cristiana, a vedere la realtà e la storia (fin dalle origini, a ritroso) nell’ottica della vittima (umana). Il lungo processo culturale, in parte laicizzatosi, ha portato all’Occidente di oggi, in cui il rifiuto della vittimizzazione sta raggiungendo in alcuni gruppi e individui una condizione paradossale (nemmeno i vegetali viventi possono essere uccisi, e una pianta di insalata è vivente come me, perciò ha i miei stessi diritti)… La cultura contadina non ha mai avuto orrore del sangue (ricordate la festa dell’uccisione del maiale nell’Albero degli zoccoli?). Come non ce l’hanno gli islamici oggi, che celebrano la Festa del Sacrificio anche in Italia, lontani dai media e dagli animalisti.

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