Attila e “rave”

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È un simpatico libretto, questo Attila di Giuseppe Zecchini (Sellerio 2007). Una breve biografia del grande sovrano unno, nata come conversazione radiofonica, ma molto rigorosa nella sua semplicità. La grande politica di quegli anni remoti è sempre molto interessante, e molto istruttiva. Anche perché è una politica che ha a che fare con grandi migrazioni di popoli, scontri di armate ma anche di culture.

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Questo libretto, letto alcuni giorni fa, mi è tornato alla mente considerando l’evento della festa rave e del ragazzo morto per eccesso di sballo, per due motivi. Anzitutto, i rave che si tengono in Italia mostrano qualcosa che mi è sembrato analogo, in un certo modo, allo spostamento di gruppi umani, di tribù barbare, che si muovevano liberamente entro i confini dell’impero romano in crisi, senza che alcuno potesse fermarli. I partecipanti ad una festa rave occupano un pezzo di territorio italiano per alcuni giorni, e in quei giorni ne sono padroni assoluti. Lo Stato nostro è debole, il suo controllo del territorio è limitato, alcune regioni sono in mano a forze con le quali esso deve in qualche modo patteggiare, in altre deve consentire scorrerie di gruppi umani eslegi.

Il secondo motivo riguarda lo sballo in sé. Come ogni fenomeno umano, esso ha cause mimetiche, che non è difficile individuare, e da cui a cascata discendono una serie di fenomeni secondari (ad es., l’ubriachezza solitaria – il vino è il padre di ogni ebbrezza, in Occidente – è un derivato secondario dell’ubriachezza collettiva, dell’orgia di gruppo che evoca il caos, e il momento fondativo, violento dell’umano). Spesso si vede come nei luoghi del potere antico e barbarico, nella reggia di sovrani come Attila, il vino scorra a fiumi. È anche una prova che si deve superare: quanto resisti, quante coppe riesci a tracannare. Chi più beve, più è forte, se resta in piedi. Allora ecco che Prisco, testimone di una grande ambasciata dei due imperi di Oriente e Occidente presso Attila, narra la grande cena. Il cibo è semplice, pane e carne. Ma prima di mangiare tutti debbono bere una serie infinita di coppe di vino. Così usano gli Unni (p. 91).

Lo sballo è ciò che ripristina l’unità dell’umano con l’animale, è lo sprofondare nell’assenza del segno (i ragazzi che nel rave ballano isolati e ridotti a larve). E il mito greco lo dice a suo modo, attribuendo la più forte tendenza all’ebbrezza proprio ai bestiali centauri, che sono non-umani, gente che non ha ancora realizzato la separazione originaria e originante.

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2 thoughts on “Attila e “rave”

  1. Lergevo invece ieri che in Friuli, prima regione a farne le spese, gli abitanti usavano nascondere sotto terra le loro ricchezze quando sapevano che i barbari arrivavano. Sapendo che le donne e i bambini utili venivano portati via come schiavi e gli altri venivano ammazzati, ci sarebbe in Friuli un sacco di cose da scoprire…

  2. Il Friuli è la porta delle invasioni da Oriente. Ancora ai tempi di Solimano il Magnifico dal campanile di S.Marco si poteva vedere il fumo degli incendi causati dai “saccomanni” turchi.
    Una delle cose interessanti del libro di Zecchini è questa: il ricordo dei barbari devastatori per eccellenza è in realtà quello degli Ungari (intorno al mille). Sono stati identificati con gli Unni, con uno di quei meccanismi retroproiettivi frequenti nella memoria storica dei popoli.

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