Il dio denaro

Scrive Massimo Cacciari nel breve Regina Pecunia, che sta ne Il dio denaro (a cura di Ivano Dionigi, Rizzoli 2010):

Capitalismo è perciò contraddizione e il denaro segno di crisi. Anche per l’individuo. Gli enti-merce di cui il denaro è l’universale equivalente sono tutti perituri. Lui solo appare come l’indistruttibile. E dunque il desiderio nei suoi confronti non può placarsi nel possesso. Il denaro produce un illimitato desiderio, che nessuno dei prodotti in cui si incarna potrà mai soddisfare. Il pastore poteva “restar contento” del suo pecus. Mai potrà esserlo chi possiede denaro ed è costretto a “gettarlo” nella circolazione, a “perderlo” per cercare di ritrovarlo moltiplicato, né lo potrà chi, grazie all’infinita potenza del denaro, non acquista che la “miseria” di queste effimere merci. Tra quell’ “infinito” e la creaturale finitezza di questi “beni” vi è una distanza incommensurabile. (p.26)

Si enuncia qui la correlazione tra l’infinitudine del Desiderio e quella del Denaro, essenziale allo scambio in quanto segno dei segni, che concentra in sé il potere iniziale del segno umano: moltiplicarsi senza limiti, essere potenzialmente disponibile in quantità illimitata, mentre limitato è ciò di cui esso è segno. Se il segno non ha fine, mentre ogni realtà mondana, per quanto numerosa, è finita, si comprende bene come il Denaro sia, fin dall’origine, incluso in tutta potenza nel segno. E come sia, fin nell’origine, in esso la possibilità dell’anti-Dio. Non si può servire a due padroni: ma l’intreccio che l’umano sperimenta qui non può essere umanamente sciolto.

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8 risposte a "Il dio denaro"

  1. L’avvento della crisi finanziaria ha indirizzato la mia curiosità su temi che avevo in precedenza sempre disertato, per presunzione di scontatezza ed aridità. Ho letto davvero molto in questi ultimi due anni, e devo dire che la formulazione di Cacciari mi sembra ora tutta quanta rinchiusa nell’estetica dei discorsi letterari e filosofici in cui essa si forma, con legami assolutamente superficiali con la dinamica effettiva del denaro nella società. Lui nota che il denaro “fiat” che usiamo oggi, non si può tesaurizzare come l’oro, che va speso od investito altrimenti l’inflazione se lo mangia. E questo gli basta per ritornare nel suo confortevole nido di sogni, nessun altra curiosità in proposito, per esempio alla necessità insopprimibile (ai fini di una libertà individuale) di un mezzo efficiente di risparmio, lasciando quindi che i detentori dell’emissione di questo denaro si comprino tutto quanto, a partire dalla politica, per finire alla cultura.

  2. Da un punto di vista filosofico, che tu sembri disprezzare, mi verrebbe da chiedere quale sia la “dinamica effettiva” di cui tu parli. Secondo me qui si intrecciano e si sovrappongono differenti piani di possibili discorsi sul denaro (e il libro in questione lo mostra chiaramente, ad esempio negli interventi di Franco Debenedetti e di Guido Rossi). Io posso essere un sommo esperto di finanza mondiale e conoscere tutto sui flussi monetari ecc., ma non essermi mai posto la domanda di che cosa sia il denaro, e quale sia il suo significato nella vita. Naturalmente, uno può rispondermi che le domande intorno al “cos’è” sono domande oziose. Ma la filosofia è questo: ozio.

  3. No, non disprezzo il punto di vista filosofico e non mi sto riferendo a dettagli tecnici fatalmente orfani di sintesi superiore. La domanda è sempre “cos’è”, soltanto che qui essa mi suona “cos’è il denaro nell’universo del discorso di Cacciari”, piuttosto di cos’è il denaro che adoperiamo e per il quale ci arrabbattiamo ogni giorno. Vi sono determinate questioni eminentemente filosofiche ed antropologiche che sembrano essere state messe da parte: dell’origine del denaro come teorizzato dalla scuola austriaca non se parla mai, nè per confutarla nè per chiarirne gli eventuali aspetti paradossali, non certo facili ma dalle conseguenze notevolissime (mi ci fossi imbattuto dieci anni fa, adesso avrei sicuramente qualche soldo in più, che significano anche gradi di libertà in più). Io esprimevo questa delusione: se una mente “selezionata” quale quella di Cacciari trova in queste spiegazioni l’essenziale della faccenda, allora o è persa nelle logiche tutte interne ai suoi campi del sapere oppure (come ritengo meno probabile, o meno incidente) non vuole disturbare quegli apparati, fondazioni ecc. dal beneplacito dei quali in fondo pur sempre dipende il suo relativo successo. E’indubbio che l’eresia si paghi carissima in questi ambiti, mentre sugli Angeli è consentito invece teorizzare in piena libertà. Certo, saranno poi presenti altri apporti che “integrano” globalmente la trattazione, ma il punto non è quello rappresentare un po’ tutti, anche le teste un po’ matte, ma di integrare in un’unica indagine storica, antropologica e filosofica che sappia andare in profondità e mettere al loro posto questioni di importanza cruciale. Questo non lo vedo, da qui la delusione e sì, perché no? anche disprezzo.

  4. Le tue parole confermano la mia idea. Il denaro (non la moneta, anche se questa presenta ugualmente aspetti di astrazione, ed è legata al denaro concettualmente, al punto che nel discorso comune si usano indifferentemente i due termini) è già nel segno, è il segno dei segni. In quanto tale è divino. E ciò che è divino ha una dimensione infinita, e implica discussioni e teorizzazioni senza fine. Qui sta il giusto del discorso di Cacciari. Tra duemila anni saremo ancora qui a discutere di che cosa sia il denaro. Aggiungo che nella dimensione finanziaria l’elemento sacrificale è per me lampante, ed emerge insieme al gioco-rischio, che della finanza è la componente più vistosa e insopprimibile.

  5. Forse è chieder troppo, come osserva giustamente Elio, che una “mente ‘selezionata’ quale quella di Cacciari trovi in queste spiegazioni [del denaro, della sua genesi e del suo significato] l’essenziale della faccenda”, giacché “o è persa nelle logiche tutte interne ai suoi campi del sapere oppure (come ritengo meno probabile, o meno incidente) non vuole disturbare quegli apparati, fondazioni ecc. dal beneplacito dei quali in fondo pur sempre dipende il suo relativo successo”. A proposito della questione si potrebbe utilmente riflettere sulla “Filosofia del denaro” di Simmel. In questa sede, può essere ancora più utile, se non ci si ferma ai filosofemi che spacciano il denaro come ‘forma’ platonicamente eterna, prestare attenzione a Marx, il quale, fin dai suoi scritti giovanili, pone in risalto la polarità inscindibile di merce e moneta creditizia, in cui l’una rimanda all’altra e viceversa: si tratta chiaramente di un legame che sorge con il modo di produzione capitalistico. Un merito non secondario dell’economia borghese, secondo Marx, sta anzi nella sua capacità di riconoscere che «l’anima del denaro» si trova «in tutte le articolazioni della produzione e in tutti i movimenti della società borghese». Ma in essi c’è pure l’anima della crisi. «In epoca di sconvolgimenti che interrompono con violenza il corso dei pagamenti e perturbano il meccanismo della loro compensazione, il denaro trapassa improvvisamente dalla sua figura aerea, arzigogolata dal cervello, di misura dei valori a quella di solida moneta ossia mezzo di pagamento», scrive Marx in “Per la critica dell’economia politica”. E in questo «subitaneo trapasso del sistema creditizio a sistema monetario», che oggi si chiama crisi finanziaria, il «terrore teorico» si aggiunge «al panico pratico, e gli agenti della circolazione rabbrividiscono dinanzi al mistero impenetrabile dei loro propri rapporti». Di quale mistero stia parlando Marx è presto detto. Poiché le merci che si scambiano sul mercato sono il prodotto di un lavoro privato, i produttori immediati scoprono che «quella stessa divisione del lavoro, che li rende produttori privati indipendenti, rende poi indipendente anche proprio da loro il processo sociale di produzione e i loro rapporti entro questo processo» che «assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo». E se la divisione del lavoro «trasforma il prodotto del lavoro in merce» e rende necessaria «la trasformazione della merce in denaro», allo stesso tempo «rende casuale che ogni singola transustanziazione riesca o meno», e costringe ogni produttore a far di tutto per sfuggire alle catastrofiche conseguenze dell’impossibilità di vendere e, col ricavato della vendita, far fronte ai propri debiti. Così, seguendo le tracce del denaro, scopriamo i tortuosi percorsi seguiti dal plusvalore, di cui il denaro è una forma fenomenica, nella sfera della distribuzione, della circolazione e del consumo delle merci. E seguendo, come se fosse un tracciante, lo zigzag del plusvalore nel mondo del credito e della finanza si può arrivare molto lontano…

  6. Credo che la questione non stia, come sembra dice Cacciari, nel rapporto tra la potenza del denaro e i beni o le merci, ma nella possibilità dello sperpero. Il problema non è l’accumulo (visione di un’economia ristretta), ma il dispendio. Il denaro è una forma di energia e come tale prevede una differenza di potenziale che vuole annullarsi (visione di un’economia generale). Non si desidera il denaro (le merci sono tutt’altra cosa), ma la possibilità spenderlo. Più la scarica è forte, più intenso il piacere. Scialacquare è ciò che si vorrebbe, scialacquare come differenziale (spread) rispetto a chi deve invece accumularlo per produrre o a chi deve contarlo continuamente per sbracare il lunario.

  7. Penso che quella dello scialacquatore sia solo una delle attitudini rispetto al denaro (e Dante stesso mette in rilievo come lo scialacquatore sia in realtà un suicida). Io penso che il segno dei segni sia afferrato dagli umani anzitutto come forma della potenza (tanto che se ne desidera l’accrescimento e se ne teme la decrescita). Di fronte a questa potenza, che cresce quanto più si dematerializza, l’atteggiamento e anzitutto quello della venerazione.

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