La gamba del Felice

bia.jpgSono molti i motivi che rendono interessante e degno di ragionamento il breve ma succoso libro La gamba del Felice di Sergio Bianchi (Sellerio, Palermo 2005): dalla narrazione costruita per piccoli quadri alla mimesi dell’italiano semplice di un narrante popolare. Ma sono due gli aspetti della realtà che si evidenziano e che mi colpiscono in quest’opera: la rapidità del mutamento sociale e ambientale in Italia dagli anni Cinquanta ai Settanta, e la sparizione della cultura contadina, col mutamento antropologico corrispondente.
Ricordo bene, dal canto mio, la campagna veneta della fine degli anni Cinquanta, i contadini veneti poveri, la miseria di molte abitazioni rurali, quel tipo di vita che mi impressionava quando dalla mia Venezia andavo a trovare i parenti di campagna. Quel mondo, quel tipo di rapporto alle piante e agli animali, quella radicale alterità rispetto alla vita urbana, sono scomparsi, cancellati. Nel libro di Bianchi questo evento è reso benissimo. Quale ragazzino oggi, mi viene da pensare, anche volendo, potrebbe fare collezione di farfalle (io la feci nel 58 e 59, i prati ne erano pieni)? Il ragazzino di oggi non può catturare le farfalle perché gli viene instillata fin dalla culla una concezione vittimaria della realtà, concezione fantastica e del tutto avulsa da ogni autentica conoscenza della natura, ma storicamente spiegabile come conseguenza dell’evento fondatore della post-modernità, l’Olocausto; e non può catturare le farfalle perché esse non volano più sui prati, cancellate dalla chimica dei pesticidi, la soluzione finale del problema degli insetti. D’altra parte, un bambino che col suo retino cacciasse e uccidesse le farfalle sarebbe oggi immediatamente colpevolizzato, come cacciatore in erba, mentre lo sterminio totale a servizio dei profitti dell’agricoltura moderna lascia indifferenti anche i cuori più sensibili. Che del resto piangono per le piccole foche ma non per i vitelli o i tacchini, a dimostrazione del fatto che lo status di vittima non è una condizione oggettiva ma viene assegnato in relazione a presupposti di ordine culturale.
Mi pare molto significativo il racconto della cattura dei passeri (la faceva anche mio padre da ragazzo, ne catturava a decine nel granaio per la polenta e osei), che nella cultura contadina non sono visti come vittime, ma come cibo.

Quando c’era la neve invece li prendevamo negli orti e nei giardini. Mettevamo un’asse di legno pesante di un metro per un metro inclinata a circa quarantacinque gradi e puntellata da un bastone. Al bastone attacca­vamo un cordino lungo che arrivava fino al pollaio do­ve noi ci imboscavamo controllando la situazione dal­lo spioncino della porta. Da sotto l’asse toglievamo la neve e mettevamo delle briciole di pane secco. I passeri facevano la solita manfrina prima di andare sotto l’as­se sempre comandati dal capo maschio che ci andava per primo. Anzi con quel tipo di caccia i capo maschi dei passeri per primi ci facevano andare i pettirossi che a differenza dei passeri erano più stupidi perché ci an­davano subito senza preoccuparsi di niente. A noi dei pettirossi non ce ne fregava niente perché non si man­giavano. Quando i passeri erano sotto l’asse a bec­chettare le briciole in sette o otto si tirava il cordino il bastone si muoveva l’asse cadeva e i passeri ci rima­nevano sotto. Noi uscivamo dal pollaio e saltavamo con tutti e due i piedi sull’asse per schiacciarli del tutto. Mai una volta che si prendeva un merlo né maschio né femmina. Erano troppo furbi i merli per farsi prende­re così.
I passeri si facevano frollare qualche giorno con le loro piume perché sapevano di selvatico poi si mette­vano nell’acqua bollente per spennarli si lasciavano in marinata con acqua erbe aromatiche e po’ di aceto una nottata e si cucinavano con il sugo di pomodoro per due o tre ore in modo da ammorbidire la carne.
(pp. 31-32)

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