Le ultime elezioni politiche hanno visto un grande successo della Lega Nord, che nel governo dell’Italia avrà un peso molto forte. L’Italia è uno strano Paese. E’ un Paese che ama molto le parole, che spesso vede la parola prevalere sul dato fattuale, coprirlo e annebbiarlo. Un Paese di avvocaticchi, di azzeccagarbugli, di notai. Un Paese ciarliero, in cui la parola viene spesa senza limiti e riguardi, fino al punto che essa si priva di efficacia comunicativa, di valore pragmatico. Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 15
Al contatto del ferro bisogna sentirsi separati da Dio, come il Cristo, altrimenti è un altro Dio. I martiri non si sentivano separati da Dio, ma era un altro Dio, e forse sarebbe stato meglio non essere martire. Il Dio in cui i martiri trovavano la gioia nelle torture e nella morte è vicino a quello che fu ufficialmente adottato dall’Impero Romano e in seguito imposto con gli stermini. (I, 234 – 235) Continua a leggere
Gerusalemme perduta
Non ho mai amato i libri fotografici, con rare eccezioni. Ma questo di Monika Bulaj e Marco Rumiz non è un libro fotografico: è un libro con molte fotografie, che integrano perfettamente il testo. Gerusalemme perduta (Frassinelli, 2005) è il racconto di un itinerario in ciò che resta del Cristianesimo d’Oriente: da Bari a Gerusalemme, passando per i Balcani, la Turchia, la Siria. Con moltissimi incontri, con un paesaggio di migliaia di chiese trasformate in moschee, segnato dalla sparizione di milioni di cristiani (una sparizione accaduta prevalentemente nel Novecento, e soprattutto in Turchia). Continua a leggere
Tra due rive
Ho pubblicato nella pagina canadese del mio sito un testo di Gabriel Niccoli, Tra due rive sconosciute e distanti: Frammenti di relazione personale con la trilogia Lives of the Saints di Nino Ricci. Comincia così:
Se questa breve considerazione sulla mia personale relazione con Lives of the Saints di Nino Ricci, o per meglio dire con tutta la sua trilogia migratoria, deve avere un inizio, una sorta di incipit misterioso i cui tratti apparentemente immutabili ascrivono significazione e identità sia al testo che a questo lettore privilegiato, allora questo inizio, che in se stesso può essere considerato una fine, ha luogo in un freddo e fosco giorno nella seconda metà di marzo del 1961, sulle distese immense dell’Atlantico. Continua a leggere
Papa e America
Il Papa è stato in America. I numerosi antiamericani che allignano anche nel mondo cattolico italiano hanno seguito quel viaggio obtorto collo. Si sa che anche le parole e gli atti del Papa possono essere, per così dire, tirati da una parte o dall’altra, o colorati secondo le lenti dell’osservatore. Ma ci sono parole inequivocabili, come quelle pronunciate nella Sinagoga di New York, o queste, che Benedetto XVI ha detto ieri, all’Udienza del 30 aprile. Continua a leggere
Le due paci
La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione.
Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?
Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.
L’uccisione di Dio è l’uccisione di un uomo, ma l’uccisione di un uomo si rivela essere l’uccisione di un animale che lo sta diventando. Dietro la morte di Dio si nasconde il segreto stesso dell’essere umano. L’uomo è Dio, l’uomo è un animale: il passaggio tra le due affermazioni è soltanto la morte, una morte che non ha nulla di naturalistico, perché segna l’inizio della cultura. (p. 72)
Girard in primis e poi Ceruti e Fornari non sembrano avvertire il problema del passaggio dal mondo della non-rappresentazione, del puro segnale animale, a quello della rappresentazione, ovvero del segno. Danno prova di una specie di gradualismo evoluzionistico sui generis, che in realtà non spiega il passaggio della soglia. Di per sé, infatti, un’esperienza di benessere collettivo, per quanto inebriante, e ripetuta nel tempo, non mi pare possa generare alcun segno. Detto in altre parole: non c’è il divino prima del linguaggio, e non c’è umano senza linguaggio. Perché vi sia segno vittimario occorre che vi sia il segno. E la vittima non è segno finché non è signi-ficata. Mentre Ceruti a pagina 92 assume l’esistenza di una fase
definibile come infraculturale — cioè a metà strada tra la fase ancora non culturale e la fase culturale propriamente detta —, che implica l’esistenza di istituzioni e di un sistema simbolico ormai stabili. La fase infraculturale dev’essere durata centinaia di migliaia di anni, sinché i gruppi umanoidi non hanno imparato a “pilotare la crisi”, ottenendo la ripetizione controllata del sacrificio.
Ceruti dunque suppone che la mera ripetizione per centinaia di migliaia di anni (perché così tanti? o perché non milioni?) porti ad un certo punto al salto di qualità nel mondo simbolico. Ma io chiedo: quando e perché avrebbero imparato a pilotare la crisi, in quali condizioni chi non pilotava ma era solo travolto, inizia a pilotare? Non mi sembra una questione di poco conto. Nella stessa pagina Fornari aggiunge che
A sua volta il sacrificio ha modellato, con la sua regolare ripetizione, tutte le coordinate della visione del mondo degli uomini. Attraverso la ripetizione del rituale, e della trasfigurazione della vittima da colpevole in salvatrice, la vittima è stata avvertita in modo sempre più distinto come divinità. Lo spazio con i suoi luoghi sacri, il tempo con i suoi cicli rituali corrispondenti all’eterno ritorno degli antichi e di Nietzsche, l’Universo con le sue coordinate che riproducono spesso il corpo medesimo della vittima, l’intera rappresentazione e conoscenza dell’uomo passa per il sacrificio.
A me pare che il passaggio dalla vittima del furore collettivo del branco al sacrificio, che sottende l’idea del sacro, ovvero l’esistenza del pensiero trascendente, sia destinato a restare, se si vuol permanere per così dire nell’ortodossia girardiana, inspiegato. Avvertire la vittima in modo sempre più distinto come divinità è un’espressione suggestiva, ma non teoricamente forte: si basa sull’idea della ripetizione che aggiunge, che a mio avviso è un pannicello teorico.
L’altro punto problematico è la solita riduzione girardiana del male alla violenza. Cristo, secondo Girard e i girardiani puri, è la soluzione del problema della violenza, sostituendo la sua mimesi buona alla mimesi cattiva. Su questo concordo. Tuttavia, anche senza violenza la vita dei mortali non sarebbe felice. Anche senza violenza la terra non è un paradiso. L’orizzonte fisico e biologico rimane l’orizzonte della forza, della selezione darwiniana. E anche una cultura umana interamente basata sull’amore, ammesso che potesse darsi, sarebbe segnata dal limite e dalla morte, dalla malattia e dalla sofferenza, dalla sventura e dalle calamità. Si può far soffrire un’altra persona moltissimo anche con una parola, con la semplice disistima, o rifiutando il suo amore. A meno che non si costruisca una teoria che riporti tutto, assolutamente tutto alla violenza vittimaria, e alla fuoriuscita da essa. Ed è quello che fa Girard e che continuano Fornari e Ceruti. Sarebbe secondo me, per questo aspetto, una teoria radicalmente falsa. La vita degli umani è segnata anche da lutti, sventure e sofferenze che certamente non derivano dalla violenza né dalla mimesi.
La teoria mimetica in Fornari e Ceruti tende a farsi teologia, ma, per quanto ricca di brillanti intuizioni e anzi irrinunciabile per una adeguata comprensione dell’umano, rimane limitata. Anch’essa ci lascia disarmati davanti all’enigma della Creazione, dell’immensa quantità di sofferenze che, dall’inizio dei tempi, incombe su ogni essere, intelligente o bruto, aggressivo o mansueto, effimero o longevo (ah, quel cancro alle ossa di un Tyrannosaurus Rex!).
Rileggo Simone Weil 14
Narciso. Non è forse a questo che aspirano gli amanti? A essere uno, a far entrare in se stessi l’essere amato, affinché esso divenga se stessi. (I, 205) Continua a leggere
Padre Pio
Il culto di Padre Pio è un fenomeno di massa e fortemente mediatizzato. La comunicazione di massa ha oggi una particolare fame di sacro, e lo cerca dappertutto, perché sa che il sacro attrae gli umani. Anzi, il sacro è propriamente l’essere attratti degli umani intorno ad un Centro, che acquista per questo la caratteristica di sacro, ma pretende nello stesso tempo di averla a priori. Continua a leggere
Poesia della domenica
Shantì
Non ricercavi il nettare segreto
di voluttà delle parole. Alieno
d’ogni potere, al moto sola scala
la mente. Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 13
Se si sceglie di vivere – supposta questa scelta, in nessun momento della vita si ha scelta (salvo in certi casi quanto al grado di prudenza). Dati in un determinato momento le circostanze e il carattere, un solo modo di reagire assicura il massimo di conservazione 1° della vita, 2° del carattere, nella misura in cui la conservazione della vita lo permette. Un’esistenza orientata verso la vita non può mai prendere, in un momento determinato, che una direzione determinata. [Notare che un’esistenza orientata verso la vita può comportare il rischio o anche l’accettazione della morte, ma solo per ragioni esteriori – reputazione, gioco].
Non è un caso che le dottrine che comportano una mistica siano più o meno orientate verso la morte. Catari. T.E. Lawrence.
Ambiguità della morte. La morte è il destino dell’essere limitato; il pensiero della morte è un’umiliazione. «Mi hanno fatto vedere sofferenza e morte». θνητoυ̃s πέφυκας. Ma la morte è anche l’annientamento dell’essere limitato. (I, 202)



