La freccia di Dio

L’incontro di due culture radicalmente differenti è sempre difficile, ma lo è ancor più quando una è quella dei dominatori e l’altra quella dei dominati. Come accade nel bellissimo romanzo di Chinua Achebe La freccia di Dio (Arrow of God, 1964, trad. it. di S. Antonioli Cameroni, edizioni e/o, Roma 2004). Qui le due culture, nella Nigeria del 1920, sono quella dei colonizzatori inglesi e quella tribale degli Ibo. Come sempre nella grande narrativa di tutti i popoli, tuttavia, anche qui siamo fuori di ogni ottica del risentimento, e le cose sono viste con occhio acuto e con partecipazione oggettiva.
Sopra ogni altra è interessante la figura del protagonista Ezeulu, anziano sommo sacerdote della divinità locale Ulu. Siamo in un contesto religioso di tipo animista, con una pluralità di forze e figure soprannaturali e divine. Ezeulu appare drammaticamente cosciente non solo del rapporto di forza con gli Occidentali e la loro religione monoteista, ma anche della natura e dell’origine del dio di cui egli è il servitore e lo strumento. Ulu infatti è nato quando gli abitanti dei villaggi della terra di Umuaro si sono trovati in grave difficoltà di fronte all’attacco di un’altra popolazione, e si sono coesi istituendo un culto comune, appunto quello di Ulu. Dell’origine di Ulu, il suo dio, Ezeulu dà un resoconto che mette in relazione strettissima il sacro e la violenta uccisione di una vittima iniziale. Questo passo ha un sapore davvero girardiano.

Una malattia che non si è mai vista non può essere curata con le erbe di sempre. Quando vogliamo fare un incantesimo, cerchiamo l’animale il cui sangue possa essere adatto alla sua potenza; se non può andare bene una gallina, cerchiamo una capra o un montone; se anche questo non basta, mandiamo a prendere un toro. Ma a volte anche questo non basta, e allora dobbiamo cercare un uomo. Pensi che sia il suono del grido di morte strozzato nel sangue che vogliamo sentire? No, amico mio, lo facciamo perché siamo arrivati alla fine e sappiamo che né un gallo, né una capra e neppure un toro potrebbero bastare. I nostri padri ci hanno detto che agli uomini di una sfortunata generazione potrà persino succedere che saranno spinti al di là della fine, e che la loro schiena verrà spezzata e appesa sopra un fuoco. Quando questo succederà, essi forse potranno sacrificare il loro stesso sangue. Questo è quello che intendevano i nostri saggi quando dicevano che un uomo che non sa dove posare la sua mano per trovare un po’ di conforto la posa sopra il suo ginocchio. Ecco perché quando furono spinti oltre la fine dai guerrieri di Abame, i nostri antenati sacrificarono non uno straniero ma uno di loro, e fecero il grande incantesimo che chiamarono Ulu. (p. 174)

Rileggo Simone Weil 17

Gravità.

Solamente la verticale dà un senso agli angoli. Direzione per eccellenza.
E tuttavia la terra è rotonda. Pensare le due cose a un tempo…
La gravità, modello di tutte le costrizioni.

Vita e morte degli altri. Essere felici che vi siano altri esseri pensanti, oltre a noi; grazia essenziale. Desiderare la morte di un essere umano è rifiutare questa grazia (cfr. Creonte). Ma essere felici, anche, di essere mortali, che essi siano mortali;  per se stessi e per loro, nella stessa misura. Non desiderare mai la propria morte, ma accettarla.
Il suicidio non è permesso se non quando è solamente apparente, quando vi è costrizione e si è pienamente coscienti di questa costrizione. Così pure per l’uso della forza. Si tratta di costrizione, non di grazia, prakrti, non atman.
Scelta illusoria. Quando si crede di poter scegliere, in realtà si è incoscienti, prigionieri dell’illusione, e si diventa un balocco. Si cessa di essere un balocco elevandosi al di sopra dell’illusione fino alla necessità, ma allora non c’è più scelta, un’azione è imposta dalla situazione stessa chiaramente percepita. L’unica scelta è quella di ascendere. (I, 275)

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Sulla trascendenza 1

 

Dalle Chronicles of Love and Ressentiment di Eric Gans

Mi trovo nelle fasi preliminari di un progetto che riguarda la questione sollevata dall’attuale ondata di libri antireligiosi e dalle risposte che essa ha ricevuto da parte dei credenti. Dopo aver letto alcuni libri di entrambi gli schieramenti, sono in grado di fornire un aggiornamento. In questa fase non mi occuperò dei punti particolari toccati da queste opere. Sebbene infine io dovrò rispondere alle loro argomentazioni fondamentali così come esse sono avanzate, le mie letture confermano la mia convinzione che nessuno concepisca quella che chiamerò la questione della trascendenza in termini avvicinabili a quelli dell’antropologia generativa. Continua a leggere

Il male e la ricerca del bene

Franco Crespi nel suo libro Il male e la ricerca del bene (Meltemi, Roma 2006) vede il male come qualcosa (non dico a caso qualcosa—esso infatti non mi pare rigorosamente definito e nemmeno problematizzato fino in fondo) che deriva dalla tendenza umana a perseguire degli assoluti in differenti campi. La soluzione sembrerebbe quella dell’accontentarsi del limitato e del relativo, della saggia ricerca del minor male, ecc. Una soluzione laica, non nuova, in verità, ma sempre di nuovo offerta, in incessante lotta con quelli che appaiono gli integralismi, i fondamentalismi e i dogmatismi.
Quel che mi pare di poter rilevare, anche in relazione al breve e interessante passo sul desiderio che qui riporto, è che Crespi non si pone il problema del da dove venga questa brama di assoluto compimento che a suo parere è rovinosa. Insomma, mi pare che anche a Crespi faccia difetto una vera antropologia fondamentale, cioè un pensiero originario circa la genesi dell’umano.

Il desiderio è in sé un bene, in quanto è all’origine di quello slancio vitale che porta l’essere umano ad andare sempre al di là di se stesso, ma quando si esprime come tentativo di superare definitivamente la mancanza, il desiderio dà luogo alle diverse forme di sublimazione, ovvero alla tendenza, presente in tutti gli esseri umani, a trasformare oggetti parziali in oggetti simbolici assoluti di investimento del desiderio. Il desiderio, se, da un lato, nutre l’immaginario individuale e collettivo, portandolo a proiettarsi in soluzioni illusorie, dall’altro, si alimenta delle rappresentazioni da lui stesso costruite, trasfigurando ogni tipo di realtà: la religione, la patria, le utopie politiche, il successo e il prestigio sociali, l’amore, il possesso e il potere, la scienza e la tecnica e via dicendo. Il perseguimento di tali oggetti necessariamente parziali come fossero assoluti configura il carattere tragico del desiderio, in quanto porta l’essere umano a desiderare finalità determinate che, in realtà, sono sempre altro da ciò che egli veramente persegue attraverso di esse, appunto un assoluto compimento. (p. 44)

Antisemitismo e sionismo

Antisemitismo e sionismo. Una discussione è il titolo di un agile libretto di Abraham B. Yehoshua, pubblicato nel 2004 e tradotto da G. Felici per Einaudi nello stesso anno. Un libretto che dovrebbero leggere tutti coloro che si sono sentiti in qualche modo coinvolti o interpellati da ciò che è accaduto a Torino nei giorni scorsi.
Quando si bruciano le bandiere di uno Stato si vuol significare il proprio desiderio che quello Stato sia annientato. Infatti coloro che questo bramano non chiamano Israele uno Stato, ma un’entità: l’entità sionista. Qui si vede all’opera un rancore abissale, l’eterno risentimento contro l’Ebreo.
Scrive Yehoshua:

Le minacce di sterminio, e non solo una giustificata richiesta di fine dell’occupazione, il rancore abissale e razzista da cui sono sfociati i recenti episodi di terrorismo estremista e suicida, rimettono sul tappeto la necessità di capire la radice dell’antisemitismo. La dispersione e la divisione degli ebrei, per quanto innegabili, non bastano più a spiegarne l’essenza. Negli ultimi tempi persino la legittimità stessa dello stato ebraico, e non solo la sua linea politica, è stata messa in discussione dai suoi oppositori. E questo è uno sviluppo preoccupante che nemmeno i sionisti più pessimisti avevano previsto. (p. 26)

Yehoshua individua il movente fondamentale dell’antisemitismo nella paura.

La paura degli ebrei, e non l’invidia nei loro confronti, è dunque la causa principale e determinante dell’antisemitismo. Gli ebrei fanno fatica ad accettarlo perché prediligerebbero di gran lunga la seconda ipotesi: essere invidiati dai credenti per essere i prescelti da Dio e dai laici per i nostri successi in vari campi. Chi è odiato, infatti, preferirebbe attribuire il livore nei suoi confronti a ciò che ritiene essere i suoi successi, materiali o spirituali oppure, se questi non sono evidenti, per lo meno alla sua grande “levatura morale” . (pp. 32 – 33)

Yehoshua ci presenta una visione consapevolmente problematica della questione ebraica. La paura che gli antisemiti provano nei confronti dell’Ebreo sarebbe, secondo lui, una paura motivata dalla debole identità degli antisemiti stessi: essi si trovano davanti un gruppo umano che ha a sua volta una identità inafferrabile, perché anche l’Ebreo fa fatica a dire che cosa lo renda tale (e Yehoshua fa l’esempio di Freud, ateo che pur si sente ebreo senza poter spiegare, lui razionalista, perché). Il risentimento antisemita deriverebbe dunque da questa debolezza identitaria. La radice di tutto sta, secondo lo scrittore isrealiano, nell’iniziale identificazione di una nazionalità con una religione, da cui sono derivate una serie di conseguenze paradossali. Su questo nodo si dovrebbe operare per uscire da un groviglio che si fa sempre più inestricabile.

Per comprendere l’essenza della rivoluzione sionista e il cambiamento radicale che dovette attuare nell’identità ebraica occorre capire e ammettere un semplice principio, un fatto risaputo ed evidente a tutti gli storici ma, cosí mi pare, ancora arduo da accettare per il popolo ebraico giacché comporta una presa di responsabilità morale nei confronti del proprio amaro destino.
Tale principio è il seguente: la diaspora non è una condizione imposta agli ebrei da altri ma una loro scelta precisa. Una scelta complessa, è vero, dolorosa e rischiosa, compiuta per risolvere, o meglio, per eludere, un conflitto sostanziale e fondamentale dell’identità ebraica nato (o delineatosi come vigorosa aspirazione) già nel deserto del Sinai in seguito alla straordinaria identificazione di una particolare nazionalità con una particolare religione (per quanto caratterizzata da spirito, visione e aspirazioni universali). Tale identificazione è problematica e moralmente paradossale
(…) (pp.72 -73)

La posizione di Yehoshua, che mi pare echeggiare alcuni punti sostanziali del mirabile libro di Hannah Arendt The Origins of Totalitarianism, è dialettica e favorevole al dialogo, come tutte le posizioni aperte ad una critica del gruppo cui si appartiene (a meno che la critica non sia mera espressione di un cupio dissolvi, e quindi una pseudo-critica, quale spesso si manifesta oggi in Italia).

Nel corso della storia anche noi ebrei siamo diventati cittadini di altre nazioni esigendo, a ragione, pieni diritti. Se altri popoli si fossero comportati come noi, vincolando l’appartenenza alla nazionalità a quella a una particolare religione, ciò non sarebbe stato possibile e noi avremmo dovuto abbandonare la diaspora e fare ritorno alla terra d’Israele, oppure rassegnarci a una condizione di «eterni stranieri». In altre parole siamo noi a violare un principio di reciprocità nei confronti degli altri popoli e questo è moralmente sbagliato. (p.81)

Rileggo Simone Weil 16

Il tessuto del mondo è il tempo, e che cos’è il tempo al di fuori del mio pensiero? Che cosa sarebbero il presente e l’avvenire senza di me che li penso? E se essi non sono niente, l’universo è niente, infatti che cosa vuol dirè esistere un solo istante? Allora potrei io non essere associato alla creazione? Ma bisogna che io pensi il tempo come un co-creatore. E come?
Sventura: il tempo trascina l’essere pensante suo malgrado verso quel che egli non può sopportare e che tuttavia verrà. « Che questo calice sia allontanato da me». (Ogni secondo che passa trascina un essere nel mondo verso qualcosa che egli non può sopportare).
Differenza infinita fra tre ore passate a una macchina automatica, e tre ore passate davanti a un affresco di Giotto. Il rapporto tra il tempo e me è il tessuto della mia vita, ed è possibile stabilirvi una differenza infinita. Una fuga di Bach è un modello. (I, 235) Continua a leggere

Il mondo di Sergio

Una storia vera dei nostri giorni è il sottotitolo del libro di Mauro Paissan Il mondo di Sergio (Fazi Editore 2008). Un libro che non è un romanzo, ma appunto una storia vera, terribile e angosciante, che ha come protagonisti Sergio Piscitello e la sua famiglia. Sergio è autistico, e per di più sordo, e suo padre e sua madre (Salvatore dentista, Elvira insegnante) combattono per 39 anni una battaglia disperata tra l’incomprensione delle istituzioni e le pastoie della burocrazia, e l’incompetenza e la disonestà di psicologi e psichiatri. Fino al tragico esito finale: un padre settantacinquenne che uccide con due colpi di pistola il figlio trentanovenne dopo l’ennesimo episodio di violenza estrema di Sergio contro i genitori.
La lettura di questo libro è un pugno nello stomaco ed un oggettivo atto d’accusa. Mauro Paissan tesse il racconto delle tappe di questa vicenda amarissima con una forte partecipazione umana, e con grande capacità di fornire, raccontando, informazioni sull’autismo e le condizioni degli autistici in Italia. Paissan dà spesso la parola al padre e alla madre (utilizzando anche il diario di Salvatore), e questo accresce l’impatto del libro, che comunica desolazione, impotenza, solitudine e insieme la determinazione di lottare fino all’estremo delle forze. Purtroppo infine l’estremo delle forze è raggiunto, e la famiglia intera precipita nell’abisso.

Sanità, scuola, regioni ed enti locali, associazionismo: anche nelle situazioni più favorevoli, più positive, è difficile che si realizzi collegamento, rete, sinergia, integrazione a favore della persona in gravi difficoltà. Gli interventi rischiano di annullarsi a vicenda nella concretezza delle situazioni personali. Tutto ciò è evidentissimo nella contraddittoria esperienza della famiglia Piscitello.
Le famiglie delle persone autistiche si trovano a convivere con la lacerante consapevolezza di essere soli nei momenti in cui occorre affrontare le peggiori crisi dei propri figli.
Soli, inoltre, a decidere in merito alla validità di trattamenti riabilitativi, molto spesso a pagamento, che si rivelano non di rado inefficaci; soli a far fronte alle problematiche che emergono in ambito scolastico; soli a constatare che l’approccio medico/farmacologico per problemi normali nei bambini trova talvolta una risposta di effetto paradosso nei soggetti colpiti da autismo; soli a prendere atto della disinformazione o assenza di consapevolezza che esiste nella pubblica opinione nei riguardi dell’autismo, in parte motivata dalla scarsa visibilità esteriore della disabilità stessa; soli a constatare l’assenza di un legame che consenta interventi coordinati tra i mondi: accademico, medico, riabilitativo, scolastico, istituzionale, dei mass media e sociale; soli ad accettare che un trattamento odontoiatrico comporta per il proprio figlio/a l’anestesia generale; soli a combattere, spesso invano, la quotidiana battaglia per il rispetto dei diritti essenziali dei figli.
Per i casi più gravi, come quello di Sergio, si staglia davanti la parola reclusione: reclusione in un istituto o, più spesso, reclusione in casa, in una famiglia a sua volta isolata.
(pp. 100-101)

Come risulta dalla prefazione di Stefano Rodotà e dalle conclusioni di Paissan, chi esce meglio dalla vicenda sono la magistratura, che comprende le ragioni del gesto di Salvatore e commina una pena lieve, e della Presidenza della Repubblica, che concede una sollecita grazia. C’è poco da aggiungere: si può solo sperare che anche questo duro e veridico libro possa contribuire, scuotendo le coscienze, alla causa del miglioramento della condizione delle persone con autismo e delle loro famiglie.

IL  MIO  BLOG  SULL’ AUTISMO

Ministri

Ho sempre giudicato i Governi appena costituiti guardando alla qualità della persona cui veniva affidata l’Istruzione. Nel tempo mi sono fatto l’idea che in Italia l’istruzione sia considerata dalla classe politica un tema secondario, e secondario quindi il Ministero relativo. Nulla di paragonabile all’Economia o alla Politica Estera. Continua a leggere

Il viaggio di Lewi

Un romanzo di grande valore è Il viaggio di Lewi di Per Olov Enquist (Lewis resa, 2001, tra. it. di K. De Marco, Iperborea 2004). Si tratta di un romanzo storico-documentario, in cui ai protagonisti principali, Lewi Pethrus e Sven Lidman, le due colonne del movimento pentecostale svedese, si affianca un personaggio decisivo ma inventato, Efraim, al cui Lebenslauf, il manoscritto in cui la coscienza del fedele affida la sua vita, lo scrittore attinge per la sua sapientissima narrazione.
Il viaggio di Lewi  è un’opera poderosa, di 561 pagine, che richiede lettori colti e dallo spirito sensibile. Enquist dimostra una straordinaria capacità di penetrazione in un mondo che evidentemente non è il suo, quello di un movimento di risveglio protestante anticonformista e basato su di una lettura che potremmo definire fondamentalista dei Vangeli e della Bibbia. L’intento dello scrittore è conoscitivo: egli vuole comprendere i motivi profondi che hanno portato alla trasformazione della Svezia tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento. Si tratta di una trasformazione di proporzioni abissali: quello che era uno dei paesi più poveri diviene uno dei più ricchi e più equilibrati nella spartizione delle risorse, il modello del welfare nordico, in cui le differenze sociali sono attenuate al massimo. Come è stato possibile questo cambiamento? Pochi lo sanno. Secondo Enquist è stato reso possibile dalla confluenza tra radici cristiane e socialismo. E all’interno del Cristianesimo svedese i movimenti di risveglio cristiano che si sono succeduti, in conflitto con la Chiesa di Stato luterana, hanno svolto un ruolo determinante.Il romanzo è anche la storia di un’amicizia tra due personalità diversissime, Lewi e Lidman, che sfocia in un conflitto insanabile. Ed è anche una finestra su alcuni aspetti del Cristianesimo che non riguardano solo l’ambito luterano. Ad esempio la questione femminile. Nel Movimento le donne sono l’ottanta per cento, ma tutti i posti di governo sono degli uomini, come nella Chiesa cattolica. E le donne sono la chiave del movimento stesso. Sono in genere donne povere, sfruttate o reiette, che trovano compensazione delle sofferenze e senso della vita in un abbandono totale al Cristo. E sono donne cui si impongono un modo di vestire castigatissimo, la rinuncia a trucco e gioielli, i capelli portati nella crocchia pentecostale. Repressione della sensualità femminile come nella Chiesa delle origini.Il problema di conciliare la signoria di Dio sulla storia umana con la marea di sofferenze e di mali che vi domina è stata per lo più risolta dalla tradizione ebraico-cristiana nei termini dell’affermazione di un’azione punitiva di Dio contro gli umani tragressori della legge morale. Così anche nel pentecostalismo di Lewi.

Un popolo, aveva detto, e in quello stesso anno avrebbe ampliato il suo discorso programmatico nel libro Oggi gioco – domani lacrime, un popolo che evita il lavoro sano e appagante per gettarsi tra le braccia di piaceri e divertimenti non è degno di vivere e andrà incontro a un’inevitabile distruzione. La generazione odierna è scesa tanto in basso che anche il matrimonio viene considerato un mezzo per ottenere piaceri e divertimenti e viene brutalmente utilizzato a questo scopo. Di recente il maresciallo Pétain – dopo la sconfitta militare della Francia – ha tenuto una delle più autorevoli prediche di Risveglio dell’Europa dell’ultimo secolo. Ha parlato della sete di piacere. Dei contraccettivi. Del crimine rappresentato dalla decadenza morale; del minare la morale di un popolo, e con ciò la sua capacità di sopravvivenza. Questo non è il tempo dei giochi, della spensieratezza, dei piaceri e dei divertimenti. È il tempo della responsabilità, dello spirito di sacrificio, della disposizione all’obbedienza. Un cristiano non va a teatro o al cinema, non va a ballare, non vive una vita dissoluta. La gente chiede: come mai il mondo è afflitto da questa guerra sanguinosa, in cui vengono spazzati via milioni di persone? E io rispondo: è un salasso necessario perché il mondo non venga completamente infettato. Quando il marciume minaccia di prendere il sopravvento, simili catastrofi si abbattono sul mondo. E’ un deflusso che riporta l’equilibrio, una purificazione che allontana la rovina totale della specie. Dio fa quello che fa ogni agricoltore accorto: ripulisce i suoi campi dalla gramigna. Fa pulizia. (pp. 484 – 485)

Non è difficile vedere in queste parole l’eterno ritorno della proiezione del risentimento umano nella figura di un Dio punitore e massacratore. A Dio si fa fare ciò che noi, nel nostro intimo cuore, vorremmo fare: sterminare chi in qualche modo ci si contrappone. Espellere, purificare.L’altro volto di questo Cristianesimo entusiastico e apocalittico, il volto che Enquist sente vicino, è rappresentato dal pietoso Efraim, che si preoccupa delle vittime e degli umiliati e sconfitti.

… a volte Efraim, che scriveva di queste vittime e si interessava a loro, pensava di vedere il movimento come un grande corteo di persone che cantano, felici, salvate ed estatiche, in marcia lungo la riva del mare verso una luce lontana, guidato dai propri capi, che erano forti, carismatici e di successo, e non si lasciavano distruggere. Ma sperava che di tanto in tanto le persone del corteo sentissero il rumore fioco, quasi impercettibile, delle conchiglie che schiacciavano sotto i loro piedi, il rumore quasi inaudibile di chi veniva calpestato, e che allora pensassero alla condizione dei calpestati. Non per giudicarli, o per stabilire se quelli che calpestavano avessero torto o ragione, ma semplicemente perché erano stati esseri umani, no, perché erano ancora esseri umani. E perché Gesù Cristo era amore, ed era questo il senso del corteo; la marcia gioiosa lungo la riva verso la luce, che dopo tutto era l’amore, l’amore e íl perdono di Dio, e questo valeva sia per i felici che per i calpestati, sì, anche per loro, per quelli che erano stati distrutti ed erano scomparsi dalla storia e sopravvivevano solo come un debole, quasi impercettibile scricchiolio sotto i piedi di chi marciava. (p. 364)

Del bruciare bandiere

 

 Mi interessa molto il gesto del bruciare bandiere. Capita spesso che si dia fuoco, durante manifestazioni di piazza qua e là per il mondo, e talvolta anche in Italia come nei giorni scorsi, a delle bandiere. Sono quasi sempre bandiere USA e israeliane. Il significato del gesto mi pare lampante. Si tratta di un atto sostitutivo, che comunica il desiderio di bruciare, cioè di nientificare, la realtà che il simbolo-bandiera significa.
Ciò che si vorrebbe compiere sul piano della realtà, e che non si può compiere perché l’oggetto è più forte di noi, noi lo attuiamo sul piano simbolico, scambiandoci reciprocamente, all’interno del gruppo unificato dal comune nemico, il segno del fuoco che consuma l’ente odiato. Di ciò che si odia, America e Israele, si desidera l’espulsione, la più radicale, la negazione del diritto di esistere. Per questo, chi brucia bandiere è in preda all’odio più profondo, quello che travalica la semplice ostilità, poiché col nemico si può trattare, e si può trattare se gli si riconosce il diritto di esistere. Ben differente sarebbe il senso del gesto di bruciare altre immagini: che so, fotografie di carri armati israeliani. Esso significherebbe guerra sì, ma non desiderio di annientamento totale. Infatti la bandiera rappresenta il tutto di una nazione, non le sue forze armate o la sua politica militare. Nessun esercito ha mai bruciato le bandiere di un esercito nemico: piuttosto, esse erano considerate trofei. Il bruciare bandiere, dunque, è un emblema della tragica deriva nichilistica del tempo presente.

Fabio Brotto