Rileggo Simone Weil 16

Il tessuto del mondo è il tempo, e che cos’è il tempo al di fuori del mio pensiero? Che cosa sarebbero il presente e l’avvenire senza di me che li penso? E se essi non sono niente, l’universo è niente, infatti che cosa vuol dirè esistere un solo istante? Allora potrei io non essere associato alla creazione? Ma bisogna che io pensi il tempo come un co-creatore. E come?
Sventura: il tempo trascina l’essere pensante suo malgrado verso quel che egli non può sopportare e che tuttavia verrà. « Che questo calice sia allontanato da me». (Ogni secondo che passa trascina un essere nel mondo verso qualcosa che egli non può sopportare).
Differenza infinita fra tre ore passate a una macchina automatica, e tre ore passate davanti a un affresco di Giotto. Il rapporto tra il tempo e me è il tessuto della mia vita, ed è possibile stabilirvi una differenza infinita. Una fuga di Bach è un modello. (I, 235)

L’Occidente (e anche la cultura islamica, a modo suo) è ossessionato da quella che ho chiamato la spina del divenire. Ciò che sorge anche tramonta. E i più avvertono come tragico il finire di ciò che nel suo esser finito appare come bello e di infinito valore. Anche le rappresentazioni del mondo sorgono e tramontano.

Che cosa sia il tempo per sé è questione insolubile. Ma Simone Weil comprende, come altri hanno compreso prima di lei (Agostino anzitutto), che pensare il tempo è pensare il pensiero. L’uomo esiste e pensa nel tempo. E se si pensa il pensiero in modo radicale, cioè liberandosi previamente dalle sovrastrutture culturali e mentali, cosa che si può attuare solo con un’ascesi filosofica di lunga durata, si arriva a vedere la prossimità del pensiero alla fede. Alla fede non come fede religiosa, ovviamente, ma alla fides qua creditur, ovvero alla fede con la quale si crede. Che è anzitutto una fede nel segno comunicativo interumano, cioè la fede che il segno linguistico pensiero, per esempio, traducibile in tutte le lingue degli umani, indichi sia a me che a te la stessa realtà. Se non avessimo questa comune fede comunicativa, ogni tentativo di costruzione di una visione comune della realtà sarebbe vana. Non esisterebbe neppure quella realtà che si chiama umano. Questa fede è fede anche nella permanenza del significato del segno: la parola logos che pronuncia Platone potrà ricevere interpretazioni differenti nel corso dei secoli, ma non indicherà, noi crediamo, qualcosa di totalmente differente da quel che Platone aveva pensato. Noi abbiamo fede nella permanenza del segno oltre il divenire. Senza di essa non potremmo neppure parlarci. Di Platone non abbiamo neppure il sepolcro, ma logos è rimasto, e rimarrà.

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Una risposta a "Rileggo Simone Weil 16"

  1. Fede come comunione, fusione, dell’anima sola con l’anima altra, con l’anima suprema, tre anime insieme.
    pensare questo è un conforto.
    ma il tempo è crudele, il tempo presente prevale su tutto, deve prevalere, è la nostra presenza che lo esige…è una forma di sopravvivenza per chi teme il futuro…
    il legame che esiste tra la bellezza del creato e il tempo
    va sempre tenuto presente.

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