Le due paci

La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione.
Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?
Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.

L’uccisione di Dio è l’uccisione di un uomo, ma l’ucci­sione di un uomo si rivela essere l’uccisione di un animale che lo sta diventando. Dietro la morte di Dio si nasconde il segre­to stesso dell’essere umano. L’uomo è Dio, l’uomo è un anima­le: il passaggio tra le due affermazioni è soltanto la morte, una morte che non ha nulla di naturalistico, perché segna l’inizio della cultura. (p. 72)

Girard in primis e poi Ceruti e Fornari non sembrano avvertire il problema del passaggio dal mondo della non-rappresentazione, del puro segnale animale, a quello della rappresentazione, ovvero del segno. Danno prova di una specie di gradualismo evoluzionistico sui generis, che in realtà non spiega il passaggio della soglia. Di per sé, infatti, un’esperienza di benessere collettivo, per quanto inebriante, e ripetuta nel tempo, non mi pare possa generare alcun segno. Detto in altre parole: non c’è il divino prima del linguaggio, e non c’è umano senza linguaggio. Perché vi sia segno vittimario occorre che vi sia il segno. E la vittima non è segno finché non è signi-ficata. Mentre Ceruti a pagina 92 assume l’esistenza di una fase

definibile come in­fraculturale — cioè a metà strada tra la fase ancora non cultura­le e la fase culturale propriamente detta —, che implica l’esi­stenza di istituzioni e di un sistema simbolico ormai stabili. La fase infraculturale dev’essere durata centinaia di migliaia di anni, sinché i gruppi umanoidi non hanno imparato a “pilota­re la crisi”, ottenendo la ripetizione controllata del sacrificio.

Ceruti dunque suppone che la mera ripetizione per centinaia di migliaia di anni (perché così tanti? o perché non milioni?) porti ad un certo punto al salto di qualità nel mondo simbolico. Ma io chiedo: quando e perché avrebbero imparato a pilotare la crisi, in quali condizioni chi non pilotava ma era solo travolto, inizia a pilotare? Non mi sembra una questione di poco conto. Nella stessa pagina Fornari aggiunge che

A sua volta il sacrificio ha modellato, con la sua rego­lare ripetizione, tutte le coordinate della visione del mondo degli uomini. Attraverso la ripetizione del rituale, e della tra­sfigurazione della vittima da colpevole in salvatrice, la vittima è stata avvertita in modo sempre più distinto come divinità. Lo spazio con i suoi luoghi sacri, il tempo con i suoi cicli ritua­li corrispondenti all’eterno ritorno degli antichi e di Nietz­sche, l’Universo con le sue coordinate che riproducono spesso il corpo medesimo della vittima, l’intera rappresentazione e conoscenza dell’uomo passa per il sacrificio.

A me pare che il passaggio dalla vittima del furore collettivo del branco al sacrificio, che sottende l’idea del sacro, ovvero l’esistenza del pensiero trascendente, sia destinato a restare, se si vuol permanere per così dire nell’ortodossia girardiana, inspiegato. Avvertire la vittima in modo sempre più distinto come divinità è un’espressione suggestiva, ma non teoricamente forte: si basa sull’idea della ripetizione che aggiunge, che a mio avviso è un pannicello teorico.
L’altro punto problematico è la solita riduzione girardiana del male alla violenza. Cristo, secondo Girard e i girardiani puri, è la soluzione del problema della violenza, sostituendo la sua mimesi buona alla mimesi cattiva. Su questo concordo. Tuttavia, anche senza violenza la vita dei mortali non sarebbe felice. Anche senza violenza la terra non è un paradiso. L’orizzonte fisico e biologico rimane l’orizzonte della forza, della selezione darwiniana. E anche una cultura umana interamente basata sull’amore, ammesso che potesse darsi, sarebbe segnata dal limite e dalla morte, dalla malattia e dalla sofferenza, dalla sventura e dalle calamità. Si può far soffrire un’altra persona moltissimo anche con una parola, con la semplice disistima, o rifiutando il suo amore. A meno che non si costruisca una teoria che riporti tutto, assolutamente tutto alla violenza vittimaria, e alla fuoriuscita da essa. Ed è quello che fa Girard e che continuano Fornari e Ceruti. Sarebbe secondo me, per questo aspetto, una teoria radicalmente falsa. La vita degli umani è segnata anche da lutti, sventure e sofferenze che certamente non derivano dalla violenza né dalla mimesi.
La teoria mimetica in Fornari e Ceruti tende a farsi teologia, ma, per quanto ricca di brillanti intuizioni e anzi irrinunciabile per una adeguata comprensione dell’umano, rimane limitata. Anch’essa ci lascia disarmati davanti all’enigma della Creazione, dell’immensa quantità di sofferenze che, dall’inizio dei tempi, incombe su ogni essere, intelligente o bruto, aggressivo o mansueto, effimero o longevo (ah, quel cancro alle ossa di un Tyrannosaurus Rex!).

 

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4 thoughts on “Le due paci

  1. Dopo aver frequentato abbastanza a lungo questi affascinanti paesaggi, comincio ad avvertire la sensazione di un pestare l’acqua nel mortaio: per quanto si cerchi di raffinare i concetti, calibrare i termini, riordinare in architetture coerenti ed economiche i fatti e le argomentazioni, rimane la patente impossibilità di “modellare” con simili strumenti – irrimediabilmente astratti e solo apparentemente “ubbidienti” – dei processi che sappiamo invisibili, irriducibilmente complessi e che abbracciano le interazioni di comunità pressoché ignote nel corso di centinaia di migliaia di anni.
    Fornari mi sembra bravissimo (Ceruti non mi ha mai colpito molto, finora) ma ormai mi sembra di aver individuato il punto in cui, nei suoi lavori, abbandona la scientificità e comincia a camminare sul vuoto. Alla fine, la scoperta che mi appare più solida è quella di Girard, per l’efficacia che dimostra nei confronti di molti miti. Ma temo che le catene esplicative che si appoggiano a queste idee non siano tanto esplicazioni riguardanti effettivi processi della natura, quanto aggiustamenti delle nostre tensioni cognitive e linguistiche.
    Mi rendo naturalmente conto che queste mie espressioni non sono supportate da alcunché, ma in fondo ciò si può dire di ogni giudizio estetico. Questo è semplicemente quanto mi dettano le viscere, intese in senso lato.
    Ciao

  2. Caro Elio, nelle tue riflessioni ricorre la categoria dell'”estetico”, in contrapposizione, di solito, a quella dello “scientifico”. Mi piacerebbe capirne il significato (probabilmente assai lontano da quello che gli attribuisco io), e il rapporto con l'”etico”.

  3. cercare di conoscere, addirittura di interpretare, i comportamenti dei nostri antenati, in epoca preistorica, è operazione affascinante, ma tremendamente ambiziosa.
    Se pensiamo che metri cubi di libri sono stati scritti, in pochi decenni, discettando su pochi frammenti ossei, qualche dente, schegge litiche, senza nessuna possibilità di controllare veridicità o verosimiglianza di teorie spesso divergenti….non so se essere più ammirato dall’ingegnosa fecondità della mente umana, o deluso e frastornato dalla impossibilità di “conoscere”.
    Tutto ciò che paleontologi antropologi filosofi psicanalisti hanno proposto, rimane pesantemente condizionato dalla pochezza dei reperti; e dalla loro non significatvità. Poter studiare un giacimento, anche perfettamente conservato, senza sapere se rappresenta la condizione “normale” dell’epoca, o se magari a poche decine di metri esisteva una realtà differente, ma che non si è conservata, rischia di farci perdere la voglia !
    Attribuire ai nostri antenati pensieri, riti, miti confrontabili con quelli che conosciamo (gli ultimi 3000 anni più o meno) è un azzardo e un salto nel buio. Senza testimonianze scritte, ricostruire ciò che pensavano gli ominidi, o gli uomini, è quasi impossibile. Leroi-Gourhan invita a questo esperimento mentale.
    Immaginiamo un alieno che arriva in Europa. Se non avesse accesso a nessuna documentazione all’infuori dei quadri esistenti nelle chiese e nei musei 8niente libri, codici, radio, memorie….). Che cosa potrebbe capire? Vedendo persone crocifisse, trafitte, bambini, donne sedute, buoi e asinelli… Anche con una massa enorme di oggetti, non credo potrebbe capire molto della ricchezza del pensiero della dottrina e della filosofia cristiana.
    E gli oggetti da cui cerchiamo di conoscere il passato sono molto, molto più scarsi !
    Anche dove a prima vista le cose sembrerebbero più semplici, sorgono ostacoli insormontabili.
    Avete presenti le grotte di Lascaux o di Altamira? vere “cappelle sisitine” con immagini di bisonti, cavalli, mammouth, cervi…di ineguagliabile fattura.
    Risalgono a circa 15-20mila anni addietro: un tempo piccolo su scala paleontologica, eppure non si riesce a capire niente (NIENTE) del perchè siano state eseguite tali meravigliose pitture. Di sicuro non erano grotte abitate; di sicuro non rappresentano scene di caccia (in centinaia di grotte sparse dall’Atlantico agli urali) non vi è una sola immagine di renna, che si sa essere stata la principale fonte di sostentamento !
    Con gli strumenti di illuminazione presenti all’epoca dovette essere difficilissimo dipingere tali immagini, e ancor più scomodo andare a vederle in seguito….
    Aggiungiamo che gli stessi artisti capaci di rappresentare in modo perfetto gli animali, le poche volte che schizzano una figura umana, restano ad un livello infantile… (e non può essere un caso)
    Concludendo: la cosa su cui dovremmo essere d’accordo è che, ad un certo punto, l’uomo è diventato uomo.

  4. Beh, vedi, se dovessi spiegare perché una teoria mi convince, cioè cosa succede in me quando una teoria mi soddisfa, ovvero quando mi sembra “spiegare”, rendere conto di una certa realtà dei fatti convenuta, dovrei fare principalmente ricorso a sensazioni: sensi di rilassamento, di scorrimento efficace e ordinato delle informazioni, di facilità nel rigirare la questione (senza peraltro avere la minima idea di cosa significhi “rigirare una questione”) su diversi punti di vista. Farei dunque ricorso a qualche cosa di totalmente ignoto, che semplicemente “accade” in me. Questo avviene in tutti gli ambiti che non si limitino alle ovvietà del senso comune (che peraltro possono rivelarsi sorprendentemente azzardate) o alle complessità “controllabili” della matematica formalizzata, ed anche quest’ultime soltanto entro un certo limite, perché come disse Wittgenstein, “ogni cosa è rotonda se la si avvolge con carta sufficiente”.
    Dunque, la polarità “scientifica” è quella inter-soggettivabile, quella cioè che è in grado di estrarre dai contesti in esame informazione sufficiente da “costringere” due interlocutori a convenire, dati ovviamente alcuni basilari presupposti. Quella “estetica” costituisce l’insieme complementare, in particolare l’adattamento sentimentale ed emotivo, che possiamo peraltro scambiarci con relativa facilità, ma senza sapere veramente che cosa in realtà ci scambiamo. Non mi piace infliggere ai miei interlocutori dei lunghi testi (specie se li scritti io) ma nel caso tu sia rimasto inappagato, ho esplicitato un po’ di questa tematica in un ipertesto, nato da scambi contingenti e concepito per uso personale: http://www.arteadesso.net/elio_copetti/tmp/punto/punto.htm
    NB: le citazioni letterarie sono per puro divertimento, un po’ come i funghi nella pozione di Panoramix: non sono necessari all’effetto ma servono a cercare di migliorarne il sapore :-)
    Ciao

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