Gravina

zab1.jpg

L’episodio di Gravina ci parla. E ci dice cose terribili.
Un ragazzino cade in un pozzo vicino al paese. Dentro ci sono i corpi di due bambini. Così, fortuitamente, vengono ritrovati i due fratellini Pappalardi, che la polizia italiana aveva cercato ovunque, fino in Romania. Inquietante.
Mi occupo ben poco di cronaca nera, di delitti e processi, ma quel poco basta a far sorgere in me domande del tipo: quanto sono professionali, in genere, le indagini dei nostri inquirenti? quanto è stato saggio, a suo tempo, affidarle ai magistrati? quanto conoscono il territorio i nostri investigatori? quanto sono flessibili e veridici quando parlano di “indagini a tutto campo”, quando dicono “seguiamo tutte le piste”? Continua a leggere

Poesia della domenica

zab1.jpg

Eternità

In quale notte, dimenticata
la beffa degli anni-luce
nel ticchettio dell’orologio
risuonante
per la tua brevità,
sentisti fermo
tutto con te il tuo cuore? Continua a leggere

I blog e il Sistema

zab1.jpg

C’è un motivo ben preciso per cui il timore di molti bloggers circa un intervento censorio del Potere teso a limitare la libertà di espressione nella Rete è un timore vano. Le società tecnotroniche dell’Occidente, infatti, si fondano sulla continua alimentazione del desiderio. Senza una proliferazione dei soggetti desideranti e uno sviluppo incessante del loro desiderio, e il suo passare da un oggetto all’altro, la stessa produzione capitalistica stagnerebbe. Continua a leggere

Radicali?

zab.jpg

Debbo essere politicamente ottuso. Infatti, non capisco il senso dell’immissione di un gruppo di radicali nelle liste del PD. Credevo che il PD nascesse dal tentativo di fusione di due culture politiche, quella di origine comunista (all’italiana e diluita) e quella del cattolicesimo di sinistra (grosso modo, e meno diluita). Entrambe queste culture politiche non hanno mai amato i radicali, sono profondamente estranee al modo di essere e di pensare l’azione politica che è proprio dei radicali. Io non ho mai amato, a mia volta, costoro: anzitutto per una questione di stile. Non mi piacciono i commedianti e i vittimisti, e i radicali incarnano questi due aspetti al massimo grado. Continua a leggere

Il giardino senza vento

zab.jpg

Ho terminato di rivedere l’unico mio parto romanzesco. Non sono un narratore, e non so spiegarmi perché mi sia venuta da scrivere questa, che si fatica a definire “storia”, a dispetto del sottotitolo. Certo non ha molto a che fare con gli esordi degli scrittori, anche perché la prima idea mi venne quando avevo 26 anni, e il punto definitivo l’ho posto ora, a 57. Credo che il senso di questo scritto (è l’unico termine sicuro) sia in ciò che di grande vi manca, tra tante cose minori: sesso e violenza (quest’ultima solo accennata in un punto), ingredienti necessari, o quasi, della narrazione contemporanea. Per uno che pensa quasi solo alla violenza… Ma non v’è dubbio che tutti i personaggi del Giardino rappresentino qualcosa. Sicuramente lo rappresentano per me. Inattualità pura.

http://www.bibliosofia.net/ROMANZO.html

Un terribile amore per la guerra

hil.jpgSi può pensare miticamente? È quel che cerca di fare nei suoi libri James Hillman, la cui intera opera non è che una glossa alla poesia filosofica di Schiller Gli dèi della Grecia (“Sì, tornarono a casa, e presero con sé / ogni bellezza, ogni grandezza, / ogni colore, ogni vita, / lasciandoci solo una parola senz’anima” – trad. G. Moretti). Confesso di aver letto il suo Saggio su Pan molti anni fa, e di non aver più cercato lo suo volume, perché non sono un nostalgico degli dèi del politeismo, e giudico la loro espulsione dal mondo, strettamente legata all’avvento del monoteismo e alla nascita del pensiero scientifico occidentale moderno, un evento necessario, e il loro ritorno non auspicabile. Poichè sono gli dèi dell’ordine sacrificale. La loro espulsione è l’espulsione dell’espulsione come regola permanente e fondante dell’umano. Sono uno che pensa che la scienza moderna e l’economia del libero scambio (e anche la democrazia come è oggi intesa) non siano nate per caso nel grembo della Christianitas. E che tuttavia siano estremamente precarie nelle loro fondamenta. Non sono nate per caso in contesto cristiano, ma mantengono un aspetto intrinsecamente violento, sempre pronto a nuove esplosioni. Questo aspetto violento è legato alla permanenza del sacro che sopravvive alla caduta delle forme religiose tradizionali e si fa più virulento. In altre parole: Cristo fa venir meno il Tempio, ma gli umani non accettano questo venir meno. Insistono: vogliono templi, vitelli d’oro e immagini manipolabili del divino. Vogliono sempre il sacro. Solo la comprensione del divino come trascendente e totalmente altro, e la spogliazione del mondo del mito e del sacro, con la sua riduzione a mera natura, potevano consentire l’espansione del pensiero scientifico come si è dato nella storia dell’Occidente. Ma un pensiero scientifico puro si può dare solo al di fuori di un ordine sacrificale, altrimenti esso sarà sempre inquinato, e le sue ricadute tecno-poietiche saranno spaventose. Come infatti è avvenuto e avviene. E, dialetticamente, il divino espulso ritorna, nelle due forme tra loro apparentemente lontane dello scientismo ateistico e dell’idolatria (nelle sue molteplici incarnazioni, dal culto di Padre Pio al culto della notorietà televisiva). Certo, è così: dèi e mito si sforzano di tornare, in molte forme (e una virulenta è stata il nazional-socialismo, come è noto). Alcune paiono particolarmente seducenti e accattivanti, e innocenti, come in Calasso e Hillman, ma mi sembra che sia opportuno criticarle e respingerle.

Il saggio Un terribile amore per la guerra (A Terrible Love of War, 2004, trad. it. di A. Bottini, Adelphi, Milano 2005) presenta una spaventosa ambiguità. Da un lato Hillman si professa pacifista (senza che il suo concetto di pace appaia razionalmente fondato), mentre dall’altro, come capita a molti pacifisti, le sue pagine grondano di odio verso il Cristianesimo e verso l’America. Sembra, a leggere Hillman, che le guerre distruttive le abbiano inventate i monoteisti. Potremmo chiedere con Simone Weil: e i Romani? E Cartagine? E Corinto? E aggiungere: e Gengis Khan? Il risentimento di Hillman nei confronti del suo stesso popolo è fortissimo, a suo parere tutti gli Statunitensi sono bambini col fucile in mano che si rifiutano di diventare adulti. Si avrebbe buon gioco a rovesciare la prospettiva di Hillman contra Hillman, facendo vedere come il suo sia un pensiero infantile sotto veste psicoanalitica (oh, come si presta la psicoanalisi a favoleggiamenti e bambinerie d’ogni sorta… lasciamo perdere). Mi limito a citare le righe più interessanti, che rivelano come pensiero e mito si fondano in una mostruosità senza nome quando non è il pensiero a pensare il mito, ma il mito a impossessarsi del pensiero.

Mettiamo che la guerra di secessione, che ha segnato indelebilmente la terra e inciso cicatrici permanenti nel carattere del popolo americano, sia stata un sacrificio offerto da una società cristiana secolare a un dio o a dèi che fino a quel momento erano stati trascurati, dèi della terra, dèi onorati su quella terra e mantenuti in vita su quella terra dalle popolazioni che ci abitavano da seco­li, da prima che i combattenti indossassero la divisa azzur­ra e la divisa grigia.

Mettiamo che gli dèi del suolo di questo « nuovo mon­do » stessero dicendo: « Non potete sbarcare qui; non potete rivendicare questa terra con il solo sudore della fronte, né con leggi e trattati e nemmeno con l’espulsione di altri e il diritto del vincitore. Per avere diritto a questa terra dovrete pagarla con il vostro sangue, e finché non avrete pagato es­sa non sarà veramente vostra; rimarrete dei coloni, ancora attaccati nell’anima a un’altra madre, dei profughi da es­sa, dei ribelli contro di essa, segretamente suoi servi, e non avrete lasciato che questa terra compia la sua nascita nella libertà ». (pp. 118-119)

L’Ebreo

Fabio Brotto

Quando si tratta di Israele, purtroppo, l’intellettuale italiano medio perde ogni capacità di pensiero dialettico. Lo si è visto anche nel recente caso di Torino. Infatti, se si fosse fatto un programma sulla letteratura palestinese, senza invitare gli autori israeliani, ben pochi avrebbero urlato che occorreva invitare anche l’altra parte. È un dato certo, ben inquadrabile e spiegabile entro quella cultura vittimaria che ha trionfato nell’Occidente dopo il 1945. Sono convinto che un antigiudaismo di fondo (evito il termine antisemitismo perché è ormai segnato da una profonda ambiguità) alligni ancora nel cuore di moltissime persone, anche in Italia, anche fra i cattolici. Emerge nelle conversazioni libere, ma anche, seppur più sottilmente, in articoli e libri. Ho udito con le mie orecchie definire “nazisti” gli Israeliani da parte di professori universitari che non si sono mai preoccupati di quel che accadeva ai Cambogiani, ai Curdi, ai Ceceni. Ho sentito adoperare la categoria “Ebreo” in un modo che può essere solo di chi crede ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Nessuno dei fatti che vengono addebitati allo Stato di Israele da parte di chi odia gli Ebrei (anche se non vuole ammetterlo) giustifica, di per sé, un giudizio come quello che viene espresso. Altrimenti, come dovremmo chiamare lo Stato Russo, che qualche hanno fa ha ridotto Grozny ad un ammasso di macerie fumanti? Ed io, che pur non ho condiviso molte delle scelte politico-militari fatte da Israele negli ultimi anni, trovo davvero impressionante l’incapacità di ragionamento e di mediazione israele.jpgche coglie gli spiriti di molti davanti all’Ebreo. E sono spesso persone che parlano di “accoglienza”, del “diverso”, ecc. Ma l’Ebreo viene percepito come forte e amico dei forti (gli Americani), e subito definito come oppressore. Qui anche mi pare evidentissimo come ogni discorso politico sia sempre un discorso che parte da un soggetto collocato in una situazione che determina un suo punto di vista: il più delle volte è irrigidito e adialettico, sempre animato da un risentimento che acceca. È un po’ quello che succede nei cattivi romanzi, dove ci sono i “cattivi” le cui ragioni sono sempre e soltanto ignobili. È sempre il meccanismo del capro espiatorio, di cui l’Ebreo è stato in Occidente l’incarnazione più duratura.
Per caso mi sono imbattuto nel sito della Destra italiana, quella di Storace, la Destra fascista. Ed eccoti una vignetta che mostra tutti i tratti della satira antigiudaica tradizionale, a cominciare dalla fisicità un po’ fastidiosa del barbuto (e puzzolente?) giudeo. Una vignetta che la dice lunga sul sentimento antigiudaico (altro che  filopalestinese!) di molti Italiani di oggi. Di troppi Italiani.

Poesia della domenica

zab.jpg

Silenzio

Fosse orgoglio o viltà d’isolamento
che stringeva nell’arido dominio
aure preziose nei sepolcri bianchi,
fosse individua virtù l’incantamento Continua a leggere

Il Ponte di Calatrava

zab.jpg

Nel 1997 il Comune di Venezia incaricò l’architetto Santiago Calatrava di progettare un quarto ponte sul Canal Grande (dopo quello degli Scalzi, dell’Accademia e di Rialto). Un ponte che unisse Piazzale Roma, punto d’arrivo delle automobili, alla stazione ferroviaria. Un ponte di cui nessun veneziano ha mai sentito il bisogno. Dieci anni dopo, il ponte di Calatrava è ancora lontano dall’inaugurazione. Continua a leggere

Differenza

zab.jpg

Penso che in questi tempi calamitosi, in cui le differenze politiche, culturali, nazionali e religiose vengono accentuate ed esaltate per alimentare conflitti che in realtà derivano dall’uguaglianza essenziale degli umani (innanzitutto dall’uguaglianza degli appetiti che convergono pericolosamente sullo stesso oggetto, e in particolare sul potere), debba essere accolta con interesse ogni riflessione sul tema dell’uguaglianza e della differenza. La scuola dovrebbe sviluppare negli allievi la capacità di porsi in modo serio e maturo di fronte a questi temi, che il buonismo imperante e semplificante tende a banalizzare paurosamente. Continua a leggere