Rileggo Simone Weil 7

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(L’anima è l’essere umano (il corpo umano…) considerato come valore in sé. Amare l’anima di una donna significa non pensare questa donna in funzione dei propri piaceri, ecc.). (I 142)

A me pare che pensare l’anima in termini che siano insieme rigorosamente filosofici e convincenti per le persone di oggi sia impossibile. Continua a leggere

Del sacro

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Qualsiasi discorso sul sacro e sul profano nell’Occidente post-cristiano non può prescindere dal discorso biblico sul rapporto tra Dio e gli idoli o falsi dèi. Nella Bibbia infatti è contenuta una tendenza demistificatrice del sacro che differenzia radicalmente la tradizione giudeo-cristiana dalle altre religioni antiche. Continua a leggere

(Omo)sessualità

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Una delle obiezioni contro ciò che oggi si dice omofobia è quella della grandezza di molti omosessuali del passato. Si citano personaggi come Cesare o Alessandro, e si passa a Leonardo, Michelangelo ecc. A dire: non è malattia o perversione l’omosessualità, è solo un altro modo di vivere il sesso. È un argomento debole: di per sé la condizione di malato, infatti, non si oppone alla grandezza, basti pensare a Leopardi o a Nietzsche… Quindi non è argomento a non considerare Michelangelo un malato o un pervertito. Rimarrebbe un grande. Credo che una discussione razionale sull’omosessualità sia oggi molto difficile, soprattutto quando entra in gioco la questione della natura, che è un portato non della cultura ebraica ma di quella greca (ad esempio, Platone nelle Leggi condanna l’omosessualità sulla base di un concetto di natura), che come tutti sanno si è mediata nel Cristianesimo producendo l’Occidente. Che l’omosessualità sia da interpretarsi in un contesto di storia della cultura è reso evidente dai caratteri di quella antica. Tra i personaggi che vengono solitamente citati, infatti, Socrate, Alessandro e Cesare ebbero mogli e amanti donne, e generarono figli, e concepivano l’omosessualità essenzialmente come pederastia, come tutti i Greci. Mi pare significativo che quel termine oggi sia scomparso dall’uso. È elemento assodato e pacifico che la cultura greco-romana considerava la penetrazione patita da un uomo adulto come massimamente disonorevole. Qui occorrerebbe esaminare tutta l’ideologia del “patire-passione” e dell’”agire-azione”, con l’assoluta valorizzazione del secondo polo, che porta ad esempio Plutarco a condannare l’amore omosessuale di fronte a quello eterosessuale perché nel primo manca la reciprocità nel momento del piacere, uno agisce e l’altro patisce, mentre nel secondo per natura l’uomo e la donna possono godere insieme.
Leggiamo nell’Amatorius: «Se è vero, infatti, che l’unione contro natura di due maschi non distrugge né diminuisce l’intesa amorosa, a maggior ragione dobbiamo pensare che l’amore tra uomini e donne, conforme alla natura, conduca a vera amicizia attraverso la grazia della reciprocità. (…) Il rapporto tra maschi è diverso: se il giovane non è consenziente, esso è frutto di violenza e di sopraffazione; se invece acconsente, per il suo carattere debole ed effeminato, a farsi ‘montare e inseminare come fanno i quadrupedi’ secondo le parole di Platone, concede le sue grazie in forma contraria alla natura, in un modo sgraziato, indecente e privo di piacere per lui.» È chiaro come questa visione antica dell’omosessualità sia oggi impraticabile.  Mi è difficile discutere con chi sostenga che questioni come quelle poste dalla gestione della sessualità in tutte le società umane «dovrebbero essere le più naturali del mondo». Sono invece questioni culturali e storiche.
L’organizzazione della sessualità umana non è naturale, non può esserlo. Altrimenti essa sarebbe strutturata nello stesso modo in tutti i tempi e paesi. Se inseguissimo coerentemente la natura dovremmo pensare che la sessualità umana dovrebbe modellarsi su quella dei primati. O che il più forte dovrebbe fecondare lui solo le femmine, per il bene della specie, ecc. ecc. Qui non ci sono le cose naturali, per fortuna. E perché mai dovrebbe essere naturale il rapporto di coppia, più o meno durevole, e non la poligamia, o altro? E il discorso non varrebbe solo per la sessualità. Potrei dire che la lotta e la guerra sono le cose più naturali del mondo, ecc. La felicità, poi, non è dietro l’angolo. Se lo fosse, tutti i più grandi uomini non avrebbero capito nulla, compresi i fondatori di religioni. L’esperienza di millenni ci dice che gli umani sono mortali e infelici. Affermazioni come quelle che circolano quando si discute di sessualità mi ricordano un famoso «scopate e sarete felici» su cui non ho commenti.
Infine, dove c’è povertà, lontano dall’Occidente impelagato in oziose discussioni, i problemi dei rapporti tra i sessi sono risolti anche in modo assai semplice: lapidazione di adultere e omosessuali, repressione, infibulazione… O no?

Rileggo Simone Weil 6

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Tra le caratteristiche di decadenza del mondo moderno, non dimenticare l’impossibilità di pensare concretamente al rapporto tra lo sforzo e il risultato dello sforzo. Troppi intermediari. Come negli altri casi, questo rapporto, che non risiede in alcun pensiero, risiede in una cosa: il denaro. Continua a leggere

Amore, matrimonio

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L’Occidente sta perdendo l’idea che matrimonio e famiglia siano una istituzione. Li lega al puro e semplice sentimento, e in questo modo li nullifica, poiché il sentimento va e viene, è per natura instabile.
Il Cristianesimo vide sempre nel matrimonio, e nella conseguente famiglia, l’utilità sociale. Da un lato infatti la Chiesa intese il matrimonio come remedium concupiscentiae («ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» 1 Cor. 7, 9), dall’altro vide in esso il fine supremo della generazione della prole. E questo è un dato non solo cristiano ma universalmente umano: in tutte le società, per quanto arcaiche, esistono riti di fondazione della famiglia, e questa ha anzitutto una funzione di prolificazione e protezione dei piccoli nati. L’amore cristiano, che non è eros ma charitas, riscatta ogni istituzione umana dai limiti che le sono inerenti a causa del peccato. Quindi l’amore cristiano entra anche nel matrimonio. E purifica anche l’eros. Ma bisogna stare attenti dal punto di vista concettuale. Qui si corre infatti il rischio di incorrere in gravi confusioni. La famiglia in tutte le società tradizionali, per migliaia di anni, non si è fondata su eros. Eros è una potenza destrutturante, terribile, come ben sapevano i Greci. Gli esempi di innamorati nel mondo antico greco e romano sono nella loro quasi totalità esempi negativi, da Elena e Paride in giù. E anche nell’Occidente cristiano le coppie di amanti fondative del concetto stesso di amore, cioè di amore come passione, che è il modo in cui comunemente viene inteso, sono coppie extra-matrimoniali e adulterine, dalle iniziali Tristano e Isotta e Lancillotto e Ginevra a quelle tarde ed epigoniche, di cui tra l’altro resta nella memoria solo il membro femminile (Madame Bovary, Anna Karenina…).
Che poi Maria e Giuseppe costituissero una famiglia tradizionale, e non una moderna nucleare scaturita dall’innamoramento, mi sembra indubbio. Le citazioni evangeliche di fratelli di Gesù significano che Maria e Giuseppe vivevano non come una famiglia nucleare moderna, ma ben inseriti in un contesto relazionale familiare allargato. Un esempio tra tanti: — Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» — (Mc 3, 31-34; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21). Passo che tra l’altro mostra come il Vangelo non abbia come fine supremo il rafforzamento della famiglia come istituzione. Infatti la famiglia non è una istituzione cristiana, ma generalmente umana.
È la pretesa moderna di fondare la famiglia sull’innamoramento, su eros (e di volerlo come permanente, sicché gli sposi dovrebbero essere permanentemente erotizzati, sennò sarebbero infelici), a condurre inevitabilmente alla debolezza dell’istituzione familiare, alla crisi del matrimonio, alla fragilità della vita di coppia, eccetera.

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Ragione, desiderio

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L’uomo che vive secondo il dettame della sola ragione è una mera astrazione. In ogni caso bisognerebbe stabilire prima di quale ragione si parli. La sapienza filosofica greca ha sempre pensato che il vivere secondo ragione consista nell’adeguarsi all’ordine del mondo e al movimento circolare dei cieli: nell’intendersi parte di un tutto razionale e divino l’uomo trova realizzazione e felicità. La sapienza tragica degli stessi Greci, di contro, vede nel mondo umano il trionfo dell’ingiustizia e della violenza, che solo il sacrificio può placare. Anche qui vi è una ragione: non vedere che alla base dell’umano sta la violenza è infatti obnubilamento e follia. Se tutti gli umani morissero “sazi di giorni” di morte naturale in tarda età, forse la morte non sarebbe un problema. Ma basta volgersi intorno e si vede che non è così, e così non è mai stato: muoiono i bambini, e la violenza miete vittime innocenti.
Il mondo non è l’habitat ideale per un intelletto geometrico.
Una volta assunto che il Desiderio è per sé buono, e questo è atto costitutivo dell civiltà occidentale, che rende da sempre problematico il suo essere Christianitas, si hanno conseguenze a catena, che necessariamente portano agli abominii del presente, in cui si arriva a porre in questione lo stesso tabù dell’incesto (anche in ciò Wagner è stato precursore, con Sigmund e Siglinde). Se il Desiderio è buono, tutto ciò che si oppone ad esso è cattivo. E arcicattiva è dunque la Chiesa. Dove porre il limite tra il lecito e l’illecito, tra il giusto e l’ingiusto, se il Desiderio è il nostro dio?
Occorre poi tener presente che il Desiderio ha natura mimetica. L’anima del bambino non sa cosa deve desiderare, e lo impara dal gruppo sociale cui appartiene, in primis dalla famiglia. Ed ogni società ha insegnato ai suoi figli come e cosa desiderare. Mediante modelli. Ai piccoli spartani si dava, ad esempio, il desiderio per noi incomprensibile di morire in battaglia. E tuttavia ogni società aveva dei criteri per distinguere i desideri buoni da quelli negativi. È questo criterio che noi non abbiamo più. In Occidente pare che il criterio sia quello della violenza, ovvero l’idea che debba essere ritenuto lecito e praticabile tutto ciò che non comporti violenza sull’altro. Umano, animale, pianta: la sfera dell’altro si allarga. Il fatto è, però, che la violenza è una componente essenziale dell’umano, ed è intrinsecamente legata al desiderio, e risulta assai difficile scatenare quest’ultimo senza che anche la violenza, in modi diversi, si liberi e dilaghi. Ma questo oggi non si vuol vedere, anche perché senza Desiderio illimitato i meccanismi della nostra societa della crescita illimitata si incepperebbero. È una contraddizione insanabile.

Scienza, gnosi

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Penso che ci sia gnosi in Cristina Campo. Per gnosi intendo ogni posizione che postuli come unica possibilità di salvezza dello spirito un atto di conoscenza. Perché vi sia gnosi in senso proprio occorre, dunque, che sia concepita una salvezza, e che questa sia una salvezza dello spirito in quanto contrapposto al non-spirito. La gnosi nella Campo è moderata (dal suo cattolicesimo), mentre Simone Weil è una catara, senza dubbio alcuno. Secondo me, c’è una linea catara non interrotta che giunge fino ai nostri giorni, e che emerge in persone e scrittori anche molto distanti. Un mio caro amico ora morto, Alberto Gallas, che è stato uno dei più profondi conoscitori italiani di Kierkegaard, era d’accordo con me nella definizione del grande danese come “cataro protestante”. Nessuna teoria che ponga la salvezza sul piano dell’ordine puramente mondano, e la faccia scaturire da una prassi, può essere definita gnostica.
Ciò che salva il Cristianesimo dal precipitare nella gnosi è la piena umanità di Gesù. Il Figlio dell’Uomo che si occupa del mangiare anche dopo la resurrezione (Vangelo di Giovanni, il più spirituale, 21).
Io, peraltro, penso che una accettazione “solare” della carnalità non possa essere davvero pienamente cristiana. “Solare” mi sa di paganesimo (dove la luce copre la pratica sacrificale sottesa ad ogni relazione). La carnalità è cristianamente accolta nel suo essere vulnerata dal peccato, soggetta al disfacimento, soggetta al divenire, e in ultima analisi polvere. Polvere amata e resa vivente.
La gnosi implica sempre che vi sia una trasformazione radicale della vita del soggetto che viene illuminato dalla conoscenza. Basta aver a che fare con qualche scienziato contemporaneo per rendersi conto che scienza e riflessione sulla scienza non sono la stessa cosa. E a maggior ragione tra attività scientifica e vita vi è un baratro. Spesso gli scienziati quando ragionano di varia umanità risultano penosi, e spesso, anche quando brillanti nel loro campo, risultano estremamente poveri dal punto di vista umano. Ne ho conosciuti molti, soprattutto fisici. Alas! Le loro vite private erano regolarmente fallimentari. Ciò nulla toglie al valore conoscitivo della fisica. Infatti la fisica contemporanea non è gnostica.
Il dibattito che periodicamente si accende in Italia sulla cultura scientifica e i suoi nemici è viziato da mancanza di chiarezza concettuale. L’esperimento scientifico è sempre affascinante (ma il suo essere affascinante non è un dato scientifico in sé) e portatore di conoscenza. Conoscenza settoriale. Ne ho fatti anch’io, nel mio piccolo, anni fa, da ragazzo, studiando la chimica del veleno delle formiche (soprattutto della specie myrmica ruginodis e lasius fuliginosus). Tuttavia la scienza di per sé esclude le qualità e tende al quantitativo. Non esiste una formula della bellezza come esiste una formula del veleno della myrmica (simile a quella del veleno della vipera,tra l’altro, se ben ricordo). Pure, la bellezza esiste, e ne facciamo esperienza continuamente. Per gli umani è fondamentale. Non solo, ma la valutazione dei risultati della scienza, e le decisioni sul che farne, su come applicarli, non hanno alcuna scientificità. E, per finire, se io dovessi lodare la scienza perché ha consentito a mia zia di arrivare a 84 anni e continuare a vivere ridotta ad una larva nel suo letto, mentre in passato sarebbe morta da un pezzo, rimarrei su un miserevole piano quantitativo. Meglio morire in battaglia, o ucciso da un orso durante una caccia, da uomo, che infermo nel letto vecchio e impotente, peggio di una squaw! Dovrei allora anche accusare la scienza perché la minaccia di sparizione della vita dalla tutta la terra è oggi molto più grave che in passato…
Personalmente, ritengo che un dibattito simile sia tedioso e assurdo, e che la scienza sia oggi intrecciata col potere economico, politico e militare in un modo tale che ancora una volta risulta chiaro come il problema fondamentale per gli umani sia quello della violenza, il problema che le religioni da sempre cercano di controllare e che la scienza neppure si pone. Essendo però in grado di aumentare di molto l’efficacia delle armi.

Dell’inizio, della fine

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Dalla questione De Initio non si uscirà mai. Penso che abbia ragione Eric Gans nel definire la religione cattiva cosmologia e buona antropologia. La religione infatti non illumina affatto il cos’è del mondo fisico, della sua costituzione non può dire nulla, ma illumina benissimo il significato profondo dei rapporti umani, soprattutto di quelli sociali, per i quali è nata. La questione principale è oggi quella della nascita dell’umano in quanto differente dall’animale. E in quanto segnato fin dall’inizio dalla violenza intraspecifica.
Si pensi a questo: la morte, l’argomento per eccellenza della riflessione e del dialogo (”tota philosophia commentatio mortis est”, scrive Cicerone, ovvero la filosofia è essenzialmente una meditazione della morte), oggi è evitata nel discorso di tutti, massime in Italia. Nascosta in un angolo, sottoposta a tabù. In Occidente essa è relegata nella fiction cinetelevisiva (dove per compensazione abbonda, insieme alla violenza) e negli ospedali, dove è amministrata tecnicamente. La gente non ne vuole sentir parlare. Distoglie lo sguardo, che però affascinato ritorna dove non dovrebbe, in modo surrogato e virtuale. Ma questo secondo me va inquadrato nel pensiero vittimario vigente, cioè nel trionfo del senso di colpa nello stesso Occidente, che si sente responsabile di tutti i mali e della violenza del mondo, delle vittime di ogni tipo. Il vittimismo e l’antioccidentalismo sono due facce della stessa medaglia. I non occidentali, gli animali, perfino le piante: tutti ci appaiono vittime. In TV, ad esempio, vige una censura assoluta: non si vedono mai ammazzare gli animali, quelli di cui ci nutriamo, e se si fa una trasmissione sul prosciutto di Modena, l’unica cosa che non ti fanno vedere è l’uccisione del porco. Non farebbero mai vedere una contadina che tira il collo ad una gallina. Però si vedono documentari con scene di predazione animale estremamente cruente (come leoni che uccidono lentamente un grossa preda). In sostanza: oggi si pensa che la gente possa contemplare lo sbranamento di un pinguino da parte di un’orca marina, con tutto il sangue che schizza ovunque, e non l’uccisione asettica di un pollo in un allevamento. Un motivo ci sarà… tutto si tiene. Nella coscienza diffusa ogni vittima fatta da noi è inaccettabile, ogni morte ingiusta, compresa quella del pollo, e mangiamo il panino col salame in piena falsa coscienza.

Rileggo Simone Weil 4

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Poiché il pensiero collettivo non può esistere come pensiero, esso passa nelle cose (segni, macchine…). Ne consegue questo paradosso: la cosa pensa, e l’uomo è ridotto allo stato di cosa. Dipendenza dell’individuo rispetto alla collettività, dell’uomo rispetto alle cose: una eademque res. (I, 139) Continua a leggere