Rileggo Simone Weil 4

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Poiché il pensiero collettivo non può esistere come pensiero, esso passa nelle cose (segni, macchine…). Ne consegue questo paradosso: la cosa pensa, e l’uomo è ridotto allo stato di cosa. Dipendenza dell’individuo rispetto alla collettività, dell’uomo rispetto alle cose: una eademque res. (I, 139)

Dunque per Simone Weil il pensiero autentico non può essere collettivo. Occorrerebbe chiarire la natura di quel collettivo. Qui la Weil sembrerebbe aver di fronte le distorsioni delle società ideologiche novecentesche. Pure, occorre ribadire che non esiste un pensiero che sia tutto del singolo. E infatti Simone Weil pensa che la metafisica sia eterna, e quindi per lei si tratta di un pensiero sovraumano, cui l’uomo accede. Noi pensiamo che il pensiero umano e l’umano siano tutt’uno, nel senso che hanno origine nel segno che nell’inizio separa l’uomo dall’animale. L’emergere del segno coincide con la capacità umana di condividere la memoria di un evento. E, minimalmente, è esattamente questo che ci separa dall’animale: il nostro pensiero è sempre anzitutto in termini di evento condiviso o condivisibile con gli altri umani. Proprio il nostro leggere la realtà come insieme di eventi memorizzabili come tali e formanti delle scene in cui si specifica la generale scena della rappresentazione, ci consente, fra le altre cose, la reciproca traducibilità di tutte le lingue. I “linguaggi degli animali”, invece, non hanno mai in comune una memoria condivisa degli eventi, e si rapportano sempre solo all’immediato presente.

La memoria condivisa degli eventi è la base di ogni cultura.

Ma la verità dell’idea di Simone Weil è in questo: paradossalmente una parte della cultura contemporanea sta cercando di cancellare proprio quella paradossale distanza creata dal segno umano, e di ridurre l’umano non propriamente a cosa, ma piuttosto ad animale tra gli altri. Io sono assolutamente convinto che la cancellazione della differenza (anzitutto metafisica, tra l’umano e il divino, e poi giù scendendo) sia l’operazione demoniaca per eccellenza.

3 pensieri su “Rileggo Simone Weil 4

  1. Temi cruciali.
    Quello che scrivi mi sembra vero.
    Credo che tu dia per acquisito anche la dimostrazione di Wittgenstein sull’impossibilità di un linguaggio privato…
    Da lì lo stretto legame tra linguaggio – verità – comunità.
    Per me sono è nel tema e fondamentaleanche l’osservazione di Eraclito:
    “Per i desti uno e comune (xynón) è il mondo (logos) , mentre di quanti stanno a dormire ciascuno si volge via verso un proprio mondo particolare…”…

  2. Temi cruciali.
    Quello che scrivi mi sembra vero.
    Credo che tu dia per acquisito anche la dimostrazione di Wittgenstein sull’impossibilità di un linguaggio privato…
    Da lì lo stretto legame tra linguaggio – verità – comunità.
    Per me è nel tema e fondamentale anche l’osservazione di Eraclito:
    “Per i desti uno e comune (xynón) è il mondo (logos) , mentre di quanti stanno a dormire ciascuno si volge via verso un proprio mondo particolare…”

  3. Un idioletto perfetto è quello che nell’Inferno di Dante parla Nembrot (a proposito, il costruttore della torre di Babele, Nimrud, diventa Nembrotto, da cui Brotto – bella derivazione) che nessuno capisce. Anche quando uno “crea” un linguaggio, come è il caso di Tolkien con l’elfico, si serve di materiali preesistenti. La struttura profonda del linguaggio umano è ovunque la stessa, altrimenti le lingue non sarebbero traducibili le une nelle altre.
    Un umano è un insieme di relazioni: l’individuo esistente a priori nella sua assolutezza è un’illusione.

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