Filosofia della miseria

L’epoca nostra vede l’annientamento della differenza morale: a ogni umano, per tutto il corso della vita e a prescindere dal genere, vengono attribuite le stesse caratteristiche, gli stessi bisogni, gli stessi appetiti, e conseguentemente gli stessi diritti. Per questo, si immagina, ad esempio, che un anziano abbia, anzi debba avere, lo stesso diritto alla sessualità che ha un giovane. Idem per gli handicappati mentali: anche loro hanno diritto alla felicità sessuale. Come se la soddisfazione degli impulsi sessuali coincidesse con l’essere felici, quando tutta l’esperienza dell’umanità dimostra che così non è. In questo io vedo la massima espressione del trionfo di una visione miseramente materialistica dell’esistenza umana.

Bruscandoli

L’umile luppolo selvatico in Veneto viene chiamato al plurale bruscàndoli. Oggetto di raccolta a primavera, perché le cime si prestano alla cottura, e ci si ricavano ottimi risotti e frittate. Ma più che di raccolta si tratta di una vera e propria caccia. Come dei funghi, anche di questi vegetali bisogna individuare il luogo. Un conto è raccogliere frutti di cui già si sa dove sono e quanti sono, altro è andare alla ventura, senza sapere né il come né il quanto né il dove. E questa è la caccia, qualunque ne sia l’oggetto.

Realtà, esistenza

Il pensiero della non esistenza di Dio è già un pensiero metafisico. Fondato su una proposizione dichiarativa-metafisica. In questo senso, tutto il gran darsi da fare di materialisti di ogni tipo per smontare la plausibilità della credenza è la conferma del fatto che il pensiero umano ha sempre bisogno della trascendenza, anche nella sua negazione. E il motivo è semplice: anche il pensiero più ateo è per sua natura una realtà trascendente. Mi impressiona, in questo senso, la faciloneria con cui si usa il termine realtà (oggi molto più usato del termine verità). Esso è maneggiato da tutti in modo superficiale ed acritico. Come se non fosse una bomba metafisico-epistemologica.

Girard e la libertà

Non è soprendente che anche nel pensiero di Girard la fondazione della libertà rimanga qualcosa di labile e casuale: il meccanismo originario della vittima, da cui scaturisce l’umano secondo la sua teoria, è infatti appunto un meccanismo che richiede un Deus ex machina. Una meccanica spirituale attira Simone Weil… Sia in Girard che nella Weil che in Mancuso la libertà appare sospesa su di un abisso senza fondo. Non è costitutiva dell’umano. Essa viene dal nulla, dunque essa è nulla.

Ancora sul desiderio

Il desiderio è per se fuori dell’ordinamento naturale. Infatti, è evidente da sempre alla filosofia, e alla saggezza in generale, che nessun oggetto mondano è atto a saziare la brama del desiderante: conseguito l’oggetto dei sogni, il desiderante non ne ricava la felicità sperata, e passa ad un altro oggetto, cui attribuisce una superiore capacità di dargli quella stessa felicità che va cercando. E tuttavia se in luogo del “mondo manifestato” poniamo il “mondo rappresentato” noi ci avviciniamo ad una soluzione (concettuale) del problema del desiderio. La sua infinitudine è infatti nient’altro che un’espressione della in-finitudine dei segni, la cui sfera è estensibile all’infinito per la natura stessa del segno umano, per la sua trascendenza rispetto al mondo-mondano e oggettuale, ove gli oggetti disponibili sono sempre limitati in numero e grandezza. Questo fa sì che sul piano pratico non si avrà mai una soluzione della questione del limite che gli umani dovrebbero porre al desiderio (e al bisogno), come il paradosso di Diogene che spezza anche la sua coppa di coccio, perché per bere basta il cavo della mano, dimostra perfettamente. Inevitabilmente, ciascuno negozierà con le condizioni del proprio tempo, e con se stesso, i termini del suo desiderio e dei suoi confini.

Quando si ragiona

Quando si ragiona (mediante il linguaggio nella sua forma proposizionale-dichiarativa, come debbono fare la filosofia e la scienza) si può finire nel paradosso, nella misura in cui si è consapevoli che una parte dell’esperienza non può essere tradotta né comunicata agli altri umani in forma discorsiva, e nondimeno la sua realtà si impone. Anche qui ci soccorre un approccio dialettico: se la contraddizione è parte dell’essere in quanto tale, mentre la traduzione concettuale-linguistica del fenomeno non può che essere non-contraddittoria, dobbiamo pensare i “piani sovrapposti di idee” con la capacità di porre distinzioni categoriali rigorose. Ciò che mi sembra non accadere sempre oggi, ad esempio, nelle elucubrazioni parafilosofiche dei neuroscienziati.

La sonata “Al chiaro di luna” è molte cose nello stesso tempo. Dal punto di vista dell’acustica, della meccanica, della storia delle idee, della storia della musica, della storia dell’industria e dell’artigianato, della filosofia, della letteratura, della psicologia ecc. Se non esistesse il pianoforte come strumento, non ci sarebbe la sonata. Ma la sonata non è il pianoforte, come l’anima non è il corpo. Ma che cos’è in sé allora la sonata “Al chiaro di luna”? Su che piano esiste? Non si può dubitare della sua esistenza, perché farlo significherebbe dubitare dell’esistenza dell’umano.

Scili Poti

Dobbiamo al grande studioso rumeno delle religioni Mircea Eliade la scoperta di un’antica divinità del pantheon indoeuropeo, che come Giano e Kali presenta un duplice volto. Si tratta di Scili Poti, una divinità nel cui nome si ravvisa la radice scl (da cui l’inglese skill) che rimanda a scaltrezza e abilità, e Pt (di petere latino, cioè mirare a, ma anche richiedere – incarichi, onori e denari -, cui forse è accostabile l’osceno peto, lat. petum, che spesso veniva opposto alle richieste). “Scili Poti doveva dunque essere una divinità venerata da strati sociali marginali, ma desiderosi di affermarsi grazie alle doti personali di furbizia, abilità nei maneggi e nelle segrete negoziazioni” (Storia delle credenze e idee religiose, tomo 2, p. 315). Trovo interessante l’aspetto del petum riferito a Poti. Probabilmente Girard ravviserebbe in Scili Poti un tipico esempio di portatore di segni vittimari, destinato ad essere espulso dalla comunità o linciato: le statuette ritrovate nella regione pakistana del Pidiellestan ritraggono la divinità come di statura molto bassa in rapporto alle altre, ed è noto che il nanismo è un segno vittimario. La superstite mitologia intorno a Scili Poti è scarsa: pare sia collegato essenzialmente al collerico nume Dipitra, ma in seguito anche all’altro grande dio Berlus Koni.

La spina del divenire

L’Occidente (e anche la cultura islamica, a modo suo) è ossessionato da quella che ho chiamato la spina del divenire. Ciò che sorge anche tramonta. E i più avvertono come tragico il finire di ciò che nel suo esser finito appare come bello e di infinito valore. Anche le rappresentazioni del mondo sorgono e tramontano.
Che cosa sia il tempo per sé è questione insolubile. Ma  pensare il tempo è pensare il pensiero. L’uomo esiste e pensa nel tempo. E se si pensa il pensiero in modo radicale, cioè liberandosi previamente dalle sovrastrutture culturali e mentali, cosa che si può attuare solo con un’ascesi filosofica di lunga durata, si arriva a vedere la prossimità del pensiero alla fede. Alla fede non come fede religiosa, ovviamente, ma alla fides qua creditur, ovvero alla fede con la quale si crede. Che è anzitutto una fede nel segno comunicativo interumano, cioè la fede che il segno linguistico pensiero, per esempio, traducibile in tutte le lingue degli umani, indichi sia a me che a te la stessa realtà. Se non avessimo questa comune fede comunicativa, ogni tentativo di costruzione di una visione comune della realtà sarebbe vana. Non esisterebbe neppure quella realtà che si chiama umano. Questa fede è fede anche nella permanenza del significato del segno: la parola logos che pronuncia Platone potrà ricevere interpretazioni differenti nel corso dei secoli, ma non indicherà, noi crediamo, qualcosa di totalmente differente da quel che Platone aveva pensato. Noi abbiamo fede nella permanenza del segno oltre il divenire. Senza di essa non potremmo neppure parlarci. Di Platone non abbiamo neppure il sepolcro, ma logos è rimasto, e rimarrà.