Conversazione sul male

her1.jpgL’ancora del mediterraneo ha pubblicato, nel 2000, un dialogo tra Gustaw Herling ed Édith de la Héronnière, dal titolo Variazioni sulle tenebre. Conversazione sul male. Ne riporto l’inizio.

Come intende cominciare?

Vorrei cominciare da un racconto. Durante l’estate dello scorso anno è venuto da me un giovane studente del seminario religioso superiore della città polacca di Pelplin, per una breve intervista. Avendo letto alcuni miei libri, era interessato al mio atteggiamento in rapporto al Male. Secondo lui, giovane seminarista, il Male può essere definito come l’assenza del Bene. Questo punto di vista è estremamente diffuso tra i cattolici, per i quali il Male è semplicemente mancanza del Bene, una specie di disordine causato da rapporti non corretti, non precisi tra gli elementi del Bene. Il Male, cioè, ha origine da una disposizione irregolare degli elementi del Bene.
Il mio punto di vista a tal proposito è profondamente diverso. Sono manicheo. Sono del parere che il Male esista in modo immanente, come un fenomeno specifico, non riducibile dunque all’assenza del Bene, bensì dotato di una realtà propria e indipendente.
A tal riguardo vorrei citare, dalla prefazione di Krzysztof Pomian all’edizione francese del mio Diario scritto di notte, un passo particolarmente significativo: “La sensibilità di Herling è manichea, e tale è la metafisica sottesa alla sua opera. Ma il manicheismo non è certo un culto del Male. Esso ammette l’esistenza di due principi nettamente distinti, il cui scontro riempie la storia del mondo, del Bene e del Male, della Luce e delle Tenebre”.
Questa posizione, oltretutto, non è solo mia personale. Anche Simone Weil la condivideva, come testimonia questo brano tratto dalla Lettera a un religioso: “Per quello che posso capire non c’è vera differenza, se non nelle modalità espressive, tra la concezione manichea e quella cristiana nel rapporto tra il Bene e il Male. La tradizione manichea, se studiata con sufficiente pietà e attenzione, è una di quelle in cui si può esser certi di trovare la verità”.
Preparando questa nostra conversazione ho approfondito l’argomento consultando dei testi, concentrando particolarmente l’attenzione su due volumi. Il primo è un’antologia polacca, La filosofia del male, nella quale sono raccolti brani di tre autori francesi, Jean Nabert, Gabriel Marcel e Paul Ricoeur. Il secondo libro che ho letto, o che piuttosto ho cercato di leggere, è quello di uno studioso polacco di filosofia, Cezary Wodzinski, che s’intitola Heidegger e il problema del male. Nel primo volume, l’antologia dei tre filosofi, soltanto Marcel, a mio avviso, ha compreso veramente cosa è essenziale nel fenomeno del Male. Infatti egli è l’unico a impiegare la parola “mistero” a proposito del Male, che non è generalmente utilizzata per un’ovvia ragione, poiché se il Male è semplicemente assenza del Bene, non è un mistero.
Solo di recente, all’interno dell’ambiente ecclesiastico, questa espressione sta conoscendo una certa diffusione, cosa che apprezzo. Molto spesso parla di “mistero del Male” l’arcivescovo di Milano, il cardinale Martini, e anche il teologo laico italiano, il biblista Sergio Quinzio, ha scritto un libro che prefigura il cristianesimo del futuro. In questo libro si racconta che l’ultimo papa della storia, il quale prenderà il nome di Pietro II – fatto che indica la fine del cristianesimo -, pubblicherà due encicliche, una delle quali si chiamerà Il mistero dell’iniquità, che di fatto significa il “mistero del Male”. Così oggigiorno si assiste sempre più spesso all’impiego della parola “mistero” a proposito del Male.
Pur non negando una predilezione per Marcel, un filosofo esistenzialista cristiano, non intendo sottovalutare Nabert e Ricoeur. Tutti e tre hanno sottolineato l’inesprimibilità del Male, il suo sottrarsi alla dicibilità. Nabert, per esempio, sostiene che è una chose injustifiable, perché se fosse giustificabile non sarebbe il Male. È dunque connaturato al fenomeno il fatto che nessuna parola riesca a esprimerlo. Da parte sua, Ricoeur definisce il Male come una sorta di sacrum negativo. Anche Marcel parla del sacro, ma considera il Male il risultato della scomparsa del sacrum nella nostra vita moderna. Secondo lui, è questa la ragione della diffusione inarrestabile del Male. Marcel aggiunge che l’assenza del sacrum rende tragico il mondo, lo costringe a un’esistenza di paura: “Les hommes sont contre l’humain”.
Particolarmente rilevante è la riflessione che Ricoeur pone a corollario delle sue tesi: c’è qualcosa di radicale nel Male, qualcosa di assolutamente indipendente, assurda, inspiegabile. L’unica sua possibile modalità di espressione è rappresentata – e sono perfettamente d’accordo con lui – dall’arte, in virtù della quale esso diviene un tremendum fascinosum.

Echi di un’autobiografia

«Il tempo e il luogo non hanno stabilità; il desiderio lascia solo melanconia: le ultime parole di uno dei brevi brani che costituiscono gli Echi di un’autobiografia di Naghib Mahfuz ( trad. A. Lamarra, con un’intensa prefazione di Nadine Gordimer, Tullio Pironti Editore, Napoli 1999) potrebbero rappresentare l’essenza di questo libro. Abbiamo qui il distillato di Mahfuz, giunto alla vecchiaia e ad una sapienza che presenta, nella diversità, molti punti di contatto con quella di un altro grande, prolifico vecchio della letteratura, Julien Green. Ad entrambi la vita è stata generosa di anni, di anni pieni, ed essi li hanno saputi usare per giungere alla saggezza: intensamente, drammaticamente cristiana in Green, come mostra il suo Journal, sufica o quasi-sufica in Mahfuz. Ciò che li unisce è la saggezza come accettazione delle contraddizioni dell’esistenza umana. Così, in Mahfuz come in Green la sensualità, ad esempio, non è negata ma compresa e vissuta in una sorta di Aufhebung che la supera mantenendola. Negli Echi Mahfuz trapassa dalle brevi narrazioni, prive di qualsiasi riferimento cronologico, ai detti attribuiti ad uno sceicco Abd-Rabbih al Ta’ih (l’orfano), che rinnovano un genere tradizionale. Questi non sono appunti per un’autobiografia, ma echi appunto, risonanze, che in una vecchiaia matura di sapienza raccontano di una vita vissuta fino in fondo: fisicamente, sentimentalmente, intellettualmente. Ne riporto qui alcune righe.

Il segreto della vita
Mi passò accanto nella mia reclusione come una rosa in boccio su uno stelo verdeggiante. Poi, i ricordi di quei giorni luminosi scorsero via in fretta e io fui preso dallo sgomento per il fuggire del tempo. Un giorno in cui mi lamentavo della vita con un mio saggio amico, egli così commentò:
“Puoi forse negare di avere avuto la tua parte del calore e della fragranza del mondo?” Io, allora, enumerai le cose belle che avevo ricevuto dalla vita e che erano una prova del favore dimostratomi da Colui che di tutto dispone, ed egli disse:
“Gli esempi che hai enumerato della tua buona sorte sono la prova che essa ha parteggiato per te”.
Dopo un breve silenzio mi chiese: “Non ricordi di aver provato gioia in quei momenti?”
“Ricordo un sentimento fugace di letizia sotto la palma dei datteri”, risposi.
“Il sapore, lo ricordi?”
“Delizioso, più di tutti i casi di buona sorte messi insieme”.
Alle mie parole egli replicò dolcemente: “Sappi che è questo il segreto della vita e della sua luce”.

Figure del male

rell.jpgVi sono studiosi di filosofia, oggi, che tendono irresistibilmente alla narrativa. Come se l’aver frequentato romanzieri all’interno di un percorso di riflessione filosofica li spingesse a passare dall’utilizzo di narratori per lo sviluppo del proprio pensiero (quanti non si sono riferiti a Dostoevskij, ultimamente, a cominciare da Pareyson!) alla narrazione in proprio. Franco Rella, ad esempio, ha scritto il romanzo L’ultimo uomo (1996), che ho letto due anni fa, ma di cui non ricordo nulla: segno che non era forse una gran cosa, almeno per me. L’ultimo uomo non aggiunge nulla ai libri del Rella pensatore, pensatore drammatico, che ha bisogno di riferirsi ad altri, ad artisti come Van Gogh o Rembrandt, per far emergere una conoscenza sin-patica, ermeneuticamente produttiva.
Rella tende alla narrazione (anche Negli occhi di Vincent vi sono parti che sfiorano la narrativa, ma nella sostanza non è un narratore, ma un ricercatore di verità). Nel suo libro Figure del male (Feltrinelli, Milano 2002), egli esprime al meglio la sua tensione conoscitiva di fronte al massimo enigma, quello del male, confrontandosi con situazioni e autori e tradizioni (il Libro di Giobbe in particolare) in un modo che sta tra il teorico e l’esistenziale. Il mettersi in gioco personale, in qualche modo, di Rella è ciò che mi piace di più, nei suoi libri, ma ne costituisce anche un limite filosofico: di qui anche il proliferare di figure (Carl, Alex, Barnaba) che sono suoi doppi, senza autonomia di personaggi: sono pure maschere che potrebbero anche essere considerate inutili.
Rella vede che male non è solo la violenza, come sembra pensare René Girard, ma anche la souffrance “implicita in tutte le passioni”, iscritta, in definitiva, nel limite intrinseco alla creatura (uso qui questo termine cristiano che non è in contrasto con il pensiero di Rella, che deve non poco a Simone Weil). E giustamente intende che un uomo ridotto a puro patire, come un malato ridotto a cosa, sarebbe un problema radicale anche in una società redenta da ogni violenza umana.
Più narratore di Rella mi pare Sergio Givone. Il suo Favola delle cose ultime (Einaudi 1998) è un bel romanzo, di cui ci si ricorda qualche personaggio. Oltre al protagonista Ranabota (soprannome: sta per rana che non ha ancora terminato il suo sviluppo), il sanguigno pretone cacciatore, ad esempio, che ama la caccia ai beccaccini, “uccelli indiavolati”, come l’amano Lazzaro Scacerni e il sottoscritto .

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Eros e amicizia

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Ho appena terminato di leggere due libri che sembrano avere poco in comune: il romanzo di Anthony Trollope Il dottor Thorne, edito da Sellerio, e il Carteggio Cristina Campo – Alessandro Spina, edito da Morcelliana. Ma questi libri mi hanno fatto riflettere su molte cose, e in particolare sulla questione del rapporto tra eros e amicizia, e soprattutto sulla differenza tra i due.
Il dottor Thorne fa parte del ciclo del Barsetshire, questa contea immaginaria ma verosimile, e un primo motivo di godimento nella sua lettura sta proprio nella ciclicità come costruzione di un mondo parallelo, con numerosissimi personaggi che l’arte di Trollope rende vivi. Ma qui come sempre l’intreccio si fonda su una storia d’amore che le convenzioni sociali ostacolano in quanto l’amore richiede il matrimonio, e l’aristocrazia inglese non accetta un connubio tra sangue nobile e ignobile (a meno che questo non sia assistito da Mammona). La struttura narrativa è qui quanto mai tradizionale, coi due giovani il cui amore supera ogni ostacolo fino all’agnizione finale, con la povera che scopre di essere divenuta una ricca ereditiera e i nobili spocchiosi che s’inchinano al potere del denaro. Ma quel che mi interessa è l’eros. In questo contesto vittoriano esso è tanto poco ostentato quanto lo è l’amicizia. Tutto ciò che è sentimento deve essere socialmente controllato, e in particolare la passione deve essere soffocata, contenuta, o addirittura negata. La cultura dominante essendo tuttavia quella post-romantica, vi è un evidente problema di gestione del conflitto tra il principio dell’ordine sociale vigente e la stessa cultura letteraria e musicale che entro quell’ordine si sviluppa. Oggi è costume diffuso deprecare e disprezzare l’ordine vittoriano. Mi chiedo come appariremo noi agli occhi dei posteri.
Nel Dottor Thorne il tema dell’amicizia virile e femminile, con le loro differenti modalità, è ampiamente presente, mentre l’eros appare appena suggerito (anche se mi pare che nel brevissimo bacio dei due innamorati sia più potente che in una delle tante scene di sesso della nostra letteratura attuale). E appare anche la differenza tra l’amicizia tra diseguali e quella tra eguali, e la conferma che solo tra eguali (per sesso, età e tendenze) l’amicizia può essere piena, come già sapevano gli antichi. Ripenso alla mia amicizia con Alberto Gallas, che ha profondamente segnato la mia esistenza, facendomi tra l’altro capire l’assoluta estraneità tra l’amicizia stessa e l’eros. Questo implica il possesso, e non è mai puro, l’amicizia invece si realizza esattamente nell’apertura e nell’esclusione del possesso. La philia è vicina all’agape assai più che all’eros. Uno può essere servo d’amore, ma non di amicizia. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).
Uno dei segni più negativi della nostra epoca è l’oblio dell’amicizia, che ovunque si accompagna al trionfo dell’eros.

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Di eros non si può cogliere neanche una stilla nel Carteggio tra Alessandro Spina e Cristina Campo, pubblicato da Morcelliana. Due scrittori che si ritraggono dietro pseudonimi, Spina del suo vero nome ancor più geloso. Del ritrarsi, intitolerei uno scritto su questi due autori. Tra di loro l’amicizia può essere solo parziale, e il Lei che continuano a darsi fino alla fine del carteggio mi piace e commuove. Si scrivono molto di libri, soprattutto quelli di Spina. Non trovo quel che speravo, un confronto tra le visioni del mondo, un qualcosa che trascendesse la letteratura. Forse le cose più serie se le saranno comunicate a viva voce. E certo, trovo in queste pagine una tremenda malinconia: la Campo sempre malata e sofferente, Spina di fronte al vuoto, e con la morte a fianco, e con la tentazione del suicidio. Sui letterati italiani contemporanei i due si scambiano battute annientanti:

(Tonio Kröger è nascosto nell’ombra, meglio così. Ciò che mi rende estranei quasi tutti i nostri intellettuali è la loro assoluta incapacità di percepire ancora il ritmo in tre tempi della vita. Sono veramente polvere. Nella camera-tomba in cui sono sepolti non giungono che urli e rumori. Insieme a Tonio, sulla veranda, ci sono tutti i personaggi della Città di Rame, guardano con gli stessi occhi, gli stessi sguardi avidi e affrettati. Un intellettuale italiano si annoierebbe. Bisogna, carissima, scrivere solo per i morti). (p. 117)

Il rione dei ragazzi

mah1.jpgIl rione dei ragazzi di Naghib Mahfuz (1959, pubblicato in Italia da Tullio Pironti, Napoli 2001, trad. M. Murzi) è un romanzo ambizioso. Non conosco sufficientemente la letteratura araba, ed egiziana in particolare, per poter dire se letterariamente questo sia un bel libro all’interno della tradizione cui appartiene, e tuttavia, dato che è un romanzo, cioè appartiene ad un genere internazionale e inter-culturale sì, ma germinato dalla cultura occidentale, credo di doverlo definire un libro almeno in parte fallito. Nobilmente però. È fallito, secondo me, come romanzo. I suoi personaggi sono tanto più deboli come personaggi, quanto più in Mahfuz è forte l’ambizione di farne delle figure simboliche. E che figure simboliche! Il rione o quartiere del titolo sorge intorno alla casa di un uomo potentissimo, il fondatore, Ghabalawi (figura di Abramo) che continua a vivere nascosto nel succedersi delle generazioni che lo venerano e lo invocano pur non vedendolo mai. Esse sono divise e sempre in conflitto, benché il combattivo Ghabal (Mosé), l’uomo più buono di tutti, Rifaa (Gesù), e Kassem che è sintesi dei primi due (Maometto), siano tutti del sangue di Ghabalawi e si sforzino, di volta in volta, di portare la pace. Il senso mi pare chiaro: le tre tradizioni monoteistiche abramiche sono in un ingiustificato conflitto fratricida, e occorre giungere ad una soluzione di pace. Ma chi la porterà? La violenza e l’oppressione regnano sempre sovrane nel quartiere, e nessuno dei gruppi sfugge al suo dilagare. Infine Arafa, mago (figura di modernizzatore-tecnologo – forse con riferimento ai modernizzatori dell’Egitto negli anni 1950), con tutte le buone intenzioni da cui è animato non riesce a ottenere altro che far morire il vecchissimo, nascosto Ghabalawi. E il destino della sua opera non è del tutto chiaro, anche se il libro vuol terminare con una speranza di avvenire conciliato. Se come romanzo Il rione dei ragazzi non è un capolavoro, il suo livello spirituale è però alto. Vi si respira saggezza, amore per gli uomini, con un che di sufico e con un sentore di Tre Anelli. Gli islamisti radicali egiziani condannarono a morte Mahfuz per le sue idee di dialogo e conciliazione, ed egli subì un attentato. Di questi tempi, vale la pena leggerlo.

La menzogna di Ulisse

gio.jpgIl divino, l’animale e l’umano non sono separati da una chiara linea di demarcazione nel primo romanzo di Jean Giono, La menzogna di Ulisse (1927 – tradotto in italiano da B. Bruno per la Biblioteca del Vascello, Roma 1994). Il titolo originario sembra quello di un saggio: Naissance de l’Odyssée, e come Nascita dell’Odissea viene ora riproposto da Guanda. Il mondo di questo Ulisse gioniano è bensì mediterraneo, ma non appare, se non superficialmente, connotato da quelle intenzioni para-filologiche che distinguono molti romanzi novecenteschi ambientati nell’antichità. Come il nobile ma fallito tentativo di Vintila Horia di narrare la vita di Platone ne La settima lettera (Rizzoli 2000), o quello di narrare la vita di una Pizia operato da William Golding ne La doppia voce (Corbaccio 1996). Questo Ulisse mangia pomodori, qualche volta, ed è in sostanza un cialtrone sognatore e donnaiolo, che tarda a tornare in patria perché gli piace una vita leggera da fannullone e da bevitore. Ma attenzione, qui non c’è affatto l’intento dissacratorio, di demistificazione, proprio di tante opere moderniste nei confronti dell’antico. Qui c’è l’esatto contrario, qui Giono ci mostra la nascita di un mito, quello di Ulisse, generato in un mondo in cui verità e menzogna non sono distinguibili, e la fama della sua forza rende realmente forte lo smunto e consumato reduce da Troia. Gli dèi, la natura, gli uomini, le donne, tutti sono assorbiti da una mitopoiesi che secondo Giono è la realtà stessa. Questo Ulisse è nello stesso tempo un povero diavolo ed un eroe, così come nel mondo pagano una cosa può essere se stessa e insieme anche un dio. L’incipit di questo breve romanzo è rapinoso, e mostra come la grande prosa di Giono si sia manifestata con tutte le sue qualità fin dalla prima opera.

Disteso sulla sabbia umida, Ulisse aprì gli occhi e vide il cielo. Null’altro che il cielo! Sotto di lui, la carne esangue della terra che partecipa ancora all’astuzia delle acque. Il mare perfido ululava dolcemente: le sue molli labbra verdi baciavano senza sosta, con baci feroci, la dura mascella delle rocce.

E basta questo poco per far sentire come tutto sia carne in Giono. Ma dove tutto è carne, lì il sacrificio attende le sue vittime. E infatti il forte Antinoo è massacrato da Ulisse, che è fisicamente debole, ma ha con sé l’universo, e lo stesso Ulisse, alla fine, andrà incontro alla morte che lo aspetta in Telemaco. Perché dove c’è mito c’è sangue, e di solito è umano.

L’aperto

lapert.jpgChe cosa si intende per verità? E per realtà? Ovviamente questa doppia domanda è filosoficamente ingenua, anche perché evoca subito la questione del che cosa e apre la strada all’aporia. E tuttavia come non impelagarsi in questioni del genere quando ogni libro che si rispetti, nell’ultimo secolo secondo i modi tipici del modernismo e del postmodernismo, finisce per porre al lettore siffatti interrogativi, anche ove la coscienza dell’autore, in quanto è manifesta nel libro stesso, ne sembri estranea? Forse nessuna cultura ha il potere di definire in modo stabile questi concetti, ma quello della semplice vita? Secondo Giorgio Agamben, nella nostra cultura il concetto della vita non viene mai definito come tale. Con questa affermazione inizia il suo L’aperto (Bollati Boringhieri, Torino 2002), che reca il sottotitolo L’uomo e l’animale e costituisce un complemento al famoso e bellissimo Homo sacer (Einaudi 1995). L’aperto mi pare un libro di domande. Ad es., a pag.14 leggo: Che cos’è l’uomo, se esso è sempre il luogo – e, insieme, il risultato – di divisioni e cesure incessanti? Lavorare su queste divisioni, chiedersi in che modo – nell’uomo – l’uomo è stato separato dal non-uomo e l’animale dall’umano, è più urgente che prendere posizione sulle grandi questioni, sui cosiddetti valori e diritti umani. E, forse, anche la sfera più luminosa delle relazioni col divino dipende, in qualche modo, da quella – più oscura – che ci separa dall’animale. (p. 24) E penso quanto abbiano da dire in proposito le antropogenesi di René Girard ed Eric Gans, i quali certo concordano su questa urgenza. Se vogliamo salvare l’umano dobbiamo mantenere – o restaurare là dove è stata recentemente compromessa – la differenza tra la vita animale e la vita umana. Leggo a pag. 29: Quando la differenza si cancella e i due termini collassano l’uno sull’altro – come sembra oggi avvenire -, anche la differenza tra l’essere e il nulla, il lecito e l’illecito, il divino e il demonico viene meno e, in suo luogo, appare qualcosa per cui perfino i nomi sembrano mancarci. Come non riferire quel qualcosa ad una condizione di violenza del tutto priva di limiti, cioè al caos? Leggendo questo breve testo (99 pagine, un numero suggestivo) non si può evitare di pensare quanto singolarmente vicino sia il pacifico animalista di oggi al nazista per cui la vita dell’ebreo non è umana.

L’umanizzazione integrale dell’animale coincide con una animalizzazione integrale dell’uomo (p.80).

Gli imperdonabili

campo.jpgSe non si ama Simone Weil non si può amare Cristina Campo, che ne è una sorta di avatar. La sua scrittura è preziosissima, e perciò può piacere a gente come Guido Ceronetti. Ma mentre Ceronetti, anche se vorrebbe essere un veggente, rimane un tipico letterato italiano, con la sua matta voglia di conquistare la gloria mediante lo stile, lo stile per la Campo è ascesi (stentava a pubblicare, molte sue pagine si son perdute). Ne Gli imperdonabili (Adelphi, 1987 – qui si cita dalla quarta edizione, del 1999) leggo:

Rintracciare di un’immagine mitica la prima veste terrena, ricondurne le vaste e vaghe linee nella fermezza incorruttibile del reale è un cammino di verità che realmente raggiunge il pathos quando tocchi riaddipanare, come fili di nebbia, sogni che intere stirpi hanno sdipanato. L’entrata alle Officine del Mago Mandrone, su non so quale vetta dell’Adamello, o alle Miniere di Re Laurino sul Rosengarten – luoghi dietro ai quali interi clan di pastori si persero, cantandone in ottave, favoleggiandone al fuoco – sono state, anch’esse, fotografate. La prima è un pertugio a losanga e vi conducono, quasi mistiche mura, blocchi di ghiaccio puro, ottenebrati dal nero cielo della montagna. L’altra è una fenditura orizzontale quasi a livello del suolo, mezzo nascosta da uno sperone e accecata di detriti (che la leggenda vuole accumulati da Re Laurino al tempo del suo sdegno contro gli uomini). Immaginare l’ascesa dell’antico alpigiano fin sotto quelle vette, l’attimo di arresto, sospeso alla muraglia vacillante dietro l’ultima rupe, la rapida, ebbra visione di quei recessi, nodo di tanti sogni dolorosi, tra le folate di vapori e il nero manto del temporale…
Nei libri che oggi raccolgono ciò che resta di quelle saghe, i passi che magnetizzano un bambino sono spesso, cosa strana, proprio le conclusioni luttuose: “Ora solo due cumuli di pietra segnano il punto dove, sull’altipiano, sorgeva l’atrio della reggia di Vaglianella…”. Ovvero: “Ora la capanna delle miosotidi non esiste più. I pastori che passano per la Val Travegnòl, indicando il prato tutto azzurro, dicono tra di loro: Guardate, un tempo qui c’era la tambra de selièttes (la capanna delle miosotidi)… “.
(p.47)

Lo sguardo sul non-più-presente che fu presenza di una bellezza irrevocabile. Avrei potuto citare questo passo in Divenire nulla

Ragione e antiragione nel nostro tempo

41kHnkX9XdL__SX198_BO1,204,203,200_La ragione in lotta è il titolo di una delle tre lezioni tenute nel 1950 all’università di Heidelberg da Karl Jaspers, riunite sotto il titolo comune di Ragione e antiragione nel nostro tempo (SE, Milano 1999). Ne traggo queste righe.

L’insegnamento della filosofia ha luogo sul fondamento e con il presupposto di uno studio scientifico specializzato, che conservi la tradizione filosofica e si ponga il compito di promuovere il sapere concernente le categorie e i metodi del pensiero, sapere che non è ancora di per sé filosofia ma lavoro artigianale, senza il quale la filosofia non giunge a chiarezza – inoltre ha il compito di scoprire, nell’immensa mole del pensato, il semplice, l’essenziale. Una filosofia che si isolasse rinuncerebbe alla ragione. La filosofia come disciplina particolare resta problematica. In quanto insegnamento si limita a destare l’attenzione. Lo studio della filosofia ha quindi luogo attraverso lo studio delle scienze e nella prassi della propria vita, risveglia mediante la grande filosofia della tradizione.
Colui che insegna filosofia trova il suo senso nella lotta per la ragione mediante la ragione. In questa lotta, che si combatte solo con armi spirituali e consegna sempre al suo avversario ogni altra arma, vale forse quanto sto per dire.
Affinché nel mondo del pensiero si instauri un disinteresse pieno, è necessario che coloro che pensano siano interiormente indipendenti. E tale l’uomo diviene solo quando è spenta in lui ogni volontà di potenza, e forse solo quando si trova di fatto nell’impotenza. L’impotenza sembra la condizione per operare effettivamente in modo libero e destare la libertà. Nell’accontentarsi senza voler imporre a tutti i costi la propria volontà, il singolo uomo ha la probabilità di contribuire per la sua piccolissima parte a far sì che si crei uno spazio in cui la verità possa prosperare.
(pp. 83-84)

Aprire Venere

apr.jpgSono appena 105 pagine compresi gli indici quelle del libro di Georges Didi-Huberman Aprire Venere (1999, traduzione italiana di S.Chiodi per Einaudi 2001), ma si vorrebbe che ce ne fossero altre. È un saggio affascinante per chi, come me, della storia dell’arte si interessa più per i contenuti delle opere che per la loro forma. O meglio per chi si chiede perché quei soggetti, e non altri, perché in quella forma e non in un’altra. Perché, ad esempio, tutte quelle scene mitologiche per alcuni secoli d’arte pittorica e plastica.
Che violenza e sacrificio in qualche modo siano sempre dietro l’angolo lo so da Girard e da altri. Qualcuno di questi altri non nomina Girard, ma fa riferimento, in fondo, allo stesso ordine di realtà. Ad esempio, si legge alla pagina 30 del testo di Didi-Huberman:

…la Venere celeste è anche, per definizione, la Venere nata dal sesso mozzato del Cielo: essa si muove di conseguenza in una sfera mitologica che è, in maniera incontrovertibile – i miti sono fatti così -, una sfera di crudeltà strutturale.

Più girardiano di così… E a pagina 32:

Edgar Wind può certo rassicurare il suo lettore sul carattere retorico di questo “smembramento”, ma ciò non toglie che l’impurità e la lacerazione costituiscono, nella visione umanistica di Venere, due principî ontologici fondamentali. In termini di teologia neo-orfica si potrebbe dire: “Ogni volta infatti che l’Uno supremo discende nei Molti, questo atto di creazione viene immaginato come un’agonia sacrificale, in cui l’Uno è fatto a pezzi e disperso. La creazione è quindi concepita come una morte cosmogonica mediante la quale la potenza concentrata di una divinità viene offerta e sparsa”. Edgar Wind chiamerà giustamente tutto questo, in linguaggio neoplatonico, il “ritmo dialettico dell’Uno e dei Molti”.

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Sapienza sacrificale di Sandro Botticelli. Le sue tavole illustranti la storia di Nastagio degli Onesti sono di una crudeltà stupefacente. Una crudeltà pari all’arte della composizione, che trasforma quello che è l’ordine degli alberi nelle scene di sacrificio e smembramento nell’ordine geometrico delle colonne della sala del banchetto nuziale.

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