L’ancora del mediterraneo ha pubblicato, nel 2000, un dialogo tra Gustaw Herling ed Édith de la Héronnière, dal titolo Variazioni sulle tenebre. Conversazione sul male. Ne riporto l’inizio.
Come intende cominciare?
Vorrei cominciare da un racconto. Durante l’estate dello scorso anno è venuto da me un giovane studente del seminario religioso superiore della città polacca di Pelplin, per una breve intervista. Avendo letto alcuni miei libri, era interessato al mio atteggiamento in rapporto al Male. Secondo lui, giovane seminarista, il Male può essere definito come l’assenza del Bene. Questo punto di vista è estremamente diffuso tra i cattolici, per i quali il Male è semplicemente mancanza del Bene, una specie di disordine causato da rapporti non corretti, non precisi tra gli elementi del Bene. Il Male, cioè, ha origine da una disposizione irregolare degli elementi del Bene.
Il mio punto di vista a tal proposito è profondamente diverso. Sono manicheo. Sono del parere che il Male esista in modo immanente, come un fenomeno specifico, non riducibile dunque all’assenza del Bene, bensì dotato di una realtà propria e indipendente.
A tal riguardo vorrei citare, dalla prefazione di Krzysztof Pomian all’edizione francese del mio Diario scritto di notte, un passo particolarmente significativo: “La sensibilità di Herling è manichea, e tale è la metafisica sottesa alla sua opera. Ma il manicheismo non è certo un culto del Male. Esso ammette l’esistenza di due principi nettamente distinti, il cui scontro riempie la storia del mondo, del Bene e del Male, della Luce e delle Tenebre”.
Questa posizione, oltretutto, non è solo mia personale. Anche Simone Weil la condivideva, come testimonia questo brano tratto dalla Lettera a un religioso: “Per quello che posso capire non c’è vera differenza, se non nelle modalità espressive, tra la concezione manichea e quella cristiana nel rapporto tra il Bene e il Male. La tradizione manichea, se studiata con sufficiente pietà e attenzione, è una di quelle in cui si può esser certi di trovare la verità”.
Preparando questa nostra conversazione ho approfondito l’argomento consultando dei testi, concentrando particolarmente l’attenzione su due volumi. Il primo è un’antologia polacca, La filosofia del male, nella quale sono raccolti brani di tre autori francesi, Jean Nabert, Gabriel Marcel e Paul Ricoeur. Il secondo libro che ho letto, o che piuttosto ho cercato di leggere, è quello di uno studioso polacco di filosofia, Cezary Wodzinski, che s’intitola Heidegger e il problema del male. Nel primo volume, l’antologia dei tre filosofi, soltanto Marcel, a mio avviso, ha compreso veramente cosa è essenziale nel fenomeno del Male. Infatti egli è l’unico a impiegare la parola “mistero” a proposito del Male, che non è generalmente utilizzata per un’ovvia ragione, poiché se il Male è semplicemente assenza del Bene, non è un mistero.
Solo di recente, all’interno dell’ambiente ecclesiastico, questa espressione sta conoscendo una certa diffusione, cosa che apprezzo. Molto spesso parla di “mistero del Male” l’arcivescovo di Milano, il cardinale Martini, e anche il teologo laico italiano, il biblista Sergio Quinzio, ha scritto un libro che prefigura il cristianesimo del futuro. In questo libro si racconta che l’ultimo papa della storia, il quale prenderà il nome di Pietro II – fatto che indica la fine del cristianesimo -, pubblicherà due encicliche, una delle quali si chiamerà Il mistero dell’iniquità, che di fatto significa il “mistero del Male”. Così oggigiorno si assiste sempre più spesso all’impiego della parola “mistero” a proposito del Male.
Pur non negando una predilezione per Marcel, un filosofo esistenzialista cristiano, non intendo sottovalutare Nabert e Ricoeur. Tutti e tre hanno sottolineato l’inesprimibilità del Male, il suo sottrarsi alla dicibilità. Nabert, per esempio, sostiene che è una chose injustifiable, perché se fosse giustificabile non sarebbe il Male. È dunque connaturato al fenomeno il fatto che nessuna parola riesca a esprimerlo. Da parte sua, Ricoeur definisce il Male come una sorta di sacrum negativo. Anche Marcel parla del sacro, ma considera il Male il risultato della scomparsa del sacrum nella nostra vita moderna. Secondo lui, è questa la ragione della diffusione inarrestabile del Male. Marcel aggiunge che l’assenza del sacrum rende tragico il mondo, lo costringe a un’esistenza di paura: “Les hommes sont contre l’humain”.
Particolarmente rilevante è la riflessione che Ricoeur pone a corollario delle sue tesi: c’è qualcosa di radicale nel Male, qualcosa di assolutamente indipendente, assurda, inspiegabile. L’unica sua possibile modalità di espressione è rappresentata – e sono perfettamente d’accordo con lui – dall’arte, in virtù della quale esso diviene un tremendum fascinosum.
«Il tempo e il luogo non hanno stabilità; il desiderio lascia solo melanconia: le ultime parole di uno dei brevi brani che costituiscono gli
Vi sono studiosi di filosofia, oggi, che tendono irresistibilmente alla narrativa. Come se l’aver frequentato romanzieri all’interno di un percorso di riflessione filosofica li spingesse a passare dall’utilizzo di narratori per lo sviluppo del proprio pensiero (quanti non si sono riferiti a Dostoevskij, ultimamente, a cominciare da Pareyson!) alla narrazione in proprio. Franco Rella, ad esempio, ha scritto il romanzo L’ultimo uomo (1996), che ho letto due anni fa, ma di cui non ricordo nulla: segno che non era forse una gran cosa, almeno per me. L’ultimo uomo non aggiunge nulla ai libri del Rella pensatore, pensatore drammatico, che ha bisogno di riferirsi ad altri, ad artisti come Van Gogh o Rembrandt, per far emergere una conoscenza sin-patica, ermeneuticamente produttiva.

Il rione dei ragazzi di Naghib Mahfuz (1959, pubblicato in Italia da Tullio Pironti, Napoli 2001, trad. M. Murzi) è un romanzo ambizioso. Non conosco sufficientemente la letteratura araba, ed egiziana in particolare, per poter dire se letterariamente questo sia un bel libro all’interno della tradizione cui appartiene, e tuttavia, dato che è un romanzo, cioè appartiene ad un genere internazionale e inter-culturale sì, ma germinato dalla cultura occidentale, credo di doverlo definire un libro almeno in parte fallito. Nobilmente però. È fallito, secondo me, come romanzo. I suoi personaggi sono tanto più deboli come personaggi, quanto più in Mahfuz è forte l’ambizione di farne delle figure simboliche. E che figure simboliche! Il rione o quartiere del titolo sorge intorno alla casa di un uomo potentissimo, il fondatore, Ghabalawi (figura di Abramo) che continua a vivere nascosto nel succedersi delle generazioni che lo venerano e lo invocano pur non vedendolo mai. Esse sono divise e sempre in conflitto, benché il combattivo Ghabal (Mosé), l’uomo più buono di tutti, Rifaa (Gesù), e Kassem che è sintesi dei primi due (Maometto), siano tutti del sangue di Ghabalawi e si sforzino, di volta in volta, di portare la pace. Il senso mi pare chiaro: le tre tradizioni monoteistiche abramiche sono in un ingiustificato conflitto fratricida, e occorre giungere ad una soluzione di pace. Ma chi la porterà? La violenza e l’oppressione regnano sempre sovrane nel quartiere, e nessuno dei gruppi sfugge al suo dilagare. Infine Arafa, mago (figura di modernizzatore-tecnologo – forse con riferimento ai modernizzatori dell’Egitto negli anni 1950), con tutte le buone intenzioni da cui è animato non riesce a ottenere altro che far morire il vecchissimo, nascosto Ghabalawi. E il destino della sua opera non è del tutto chiaro, anche se il libro vuol terminare con una speranza di avvenire conciliato. Se come romanzo Il rione dei ragazzi non è un capolavoro, il suo livello spirituale è però alto. Vi si respira saggezza, amore per gli uomini, con un che di sufico e con un sentore di Tre Anelli. Gli islamisti radicali egiziani condannarono a morte Mahfuz per le sue idee di dialogo e conciliazione, ed egli subì un attentato. Di questi tempi, vale la pena leggerlo.

Se non si ama Simone Weil non si può amare Cristina Campo, che ne è una sorta di avatar. La sua scrittura è preziosissima, e perciò può piacere a gente come Guido Ceronetti. Ma mentre Ceronetti, anche se vorrebbe essere un veggente, rimane un tipico letterato italiano, con la sua matta voglia di conquistare la gloria mediante lo stile, lo stile per la Campo è ascesi (stentava a pubblicare, molte sue pagine si son perdute). Ne Gli imperdonabili (Adelphi, 1987 – qui si cita dalla quarta edizione, del 1999) leggo:

