L’illusione di Dio (5)

Quello che troppo spesso manca al dibattito è un senso di umiltà, una qualsiasi consapevolezza che il proprio punto di vista può essere parziale, e qualsiasi riconoscimento che la vita sociale è di solito troppo complessa per soluzioni semplici (Berg 1568). Il sogno utopico di una società perfetta e di un essere umano perfetto, l’idea che ci stiamo muovendo verso la salvezza collettiva, è una delle eredità più pericolose della fede cristiana e l’Illuminismo: “Troppo spesso nel corso della storia, quelli che hanno creduto nella possibilità di questa perfezione (variamente definita) hanno preteso il silenzio o l’eradicazione degli esseri umani che sono di ostacolo al progresso umano”(Hedges 2). Continua a leggere

L’illusione di Dio (4)

Consapevole dell’accusa secondo cui la sua ostilità verso la religione lo contraddistingue come “un ateo fondamentalista”, Dawkins si difende delineando una definizione di “fondamentalismo”eccessivamente semplificata e superficiale. Inizia affermando che egli non è violento come i fondamentalisti e che la sua ostilità verso la religione è limitata alle parole: “Non ho intenzione di bombardare nessuno, di decapitare, lapidare, bruciare sul rogo, crocifiggere, o lanciare aerei contro grattacieli a causa di un disaccordo teologico” (281-2). Tuttavia, come il cristiano fanatico , Dawkins riduce il mondo ad una formula binaria di bene e male, la sua retorica essendo governata dalla costruzione di divisioni (Strozier 42-3). La religione è un “vizio”, una infezione da un virus “mentale”, mentre “l’ateismo indica quasi sempre una sana indipendenza di spirito e, invero, una mente sana” ( 6, 176, 188, 186, 193-4, 3). La religione è superstizione irrazionale, una folle illusione, mentre la scienza è razionale, basata su prove, e fondata sulla realtà (5, 23, 34, 67). Ia religione è oscurantista, ignorante e intellettualmente stagnante, mentre la scienza è illimitata nel suo potenziale di discernere la verità (34, 117, 355, 374). I religiosi sono indottrinati, non si pongono domande, accecati dall’obbedienza, mentre l’ateo è un iconoclasta, un pensatore indipendente (5-6). Evoluzione è l’ateismo, la fede religiosa è fondamentalismo, ed i due sono inconciliabili (11-12, 61, 66, 100, 117-118, 355). Continua a leggere

L’illusione di Dio (3)

Se il fondamentalismo cristiano può essere inteso come una reazione al secolarismo liberale, l’atteggiamento aggressivo di Dawkins contro tutto ciò che è religioso, tra cui Dio, potrebbe essere visto come una reazione alla crescente influenza della destra religiosa. Ronald Numbers, professore di storia della scienza e della medicina presso l’Università del Wisconsin-Madison, cita un sondaggio Gallup del 2005 da cui risulta che il 53 per cento degli Americani ritiene che “Dio ha creato gli esseri umani nella loro forma attuale, esattamente come lo descrive la Bibbia”. Quasi due terzi (65,5%) degli intervistati considerano il “creazionismo”, come sicuramente o probabilmente vero (1). Sempre nel 2005, il Pew Research Center ha scoperto che “quasi due terzi degli Americani dicono che il creazionismo dovrebbe essere insegnato a fianco dell’evoluzione nelle scuole pubbliche” (Numbers 1; Goodstein A7). Numbers è stato molto sorpreso dalla scoperta che molti insegnanti di biologia delle scuole superiori—dal 30% in Illinois e 38% in Ohio a un enorme 69% in Kentucky—sostengono l’insegnamento del creazionismo (Numbers 1, Moore 40). Continua a leggere

L’illusione di Dio (2)

Il termine “fondamentalismo” emerse nei protestantesimo americano all’inizio del XX secolo dopo la pubblicazione di una serie di dodici libretti ad alta tiratura dal titolo I Fondamenti (1910-1915). Curati dal reverendo A.C. Dixon, questi libretti hanno rappresentato la posizione conservatrice di un influente gruppo di scrittori inglesi, americani e canadesi contro l’influenza sempre crescente dei teologi continentali europei come Albrecht Ritschl, Martin Rade e Adolf von Harnack. Essi contenevano un ampio riferimento all’evoluzione e includevano un contributo con il titolo caratteristico “La decadenza del Darwinismo”. Circa tre milioni di copie furono distribuite a pastori, evangelizzatori, missionari, studenti di teologia e laici attivi in tutto il mondo di lingua inglese. I cinque principi fondamentali professati in questi volumi sono l’inerranza della Bibbia, la nascita verginale, l’espiazione, la risurrezione, e la seconda venuta di Cristo (Schwarz 227). Continua a leggere

L’illusione di Dio (1)

In una serie di post presenterò la traduzione di una recensione critica di Simon Watson al libro di Richard Dawkins The God Delusion (2006, trad. it. L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondadori 2008). La critica di Watson è comparsa sull’ultimo numero di Anthropoetics col titolo “Review Essay: Richard Dawkins’ The God Delusion and Atheist Fundamentalism”.

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 Nel suo best-seller del 2006, L’illusione di Dio, Richard Dawkins presenta un’argomentazione contro “Dio” che rispecchia la retorica usata dai fondamentalisti religiosi che si propone di criticare. Anticipando l’accusa di “fondamentalismo”, Dawkins sostiene che egli non è un fondamentalista, perché non prevede la violenza contro i suoi avversari (282). Eppure egli ritiene che la ridicolizzazione sia una valida forma di discorso, e usa immagini di malattia per descrivere il religioso (34, 176, 186, 188, 193-4). Il suo linguaggio è dunque di divisione, dipinge il mondo in toni di bianco e nero, bene o male. Al contrario della “irrazionale” religione, che è un” vizio” e un “veleno” (e i suoi seguaci illusi se non folli), la scienza e la ragione sono illimitate nel loro potenziale di discernere la verità e indirizzare la razza umana verso una morale ( 5, 6, 20, 23, 374, 262-272). Utilizzando tale retorica, L’illusione di Dio sembra avere qualcosa di religioso nel suo intento di convertire il lettore all’ateismo: “Se questo libro funziona come intendo, i lettori religiosi che lo apriranno quando lo metteranno giù saranno atei”(6). Dawkins sostiene anche che egli non è un fondamentalista perché non basa le sue convinzioni su un’interpretazione letterale di un libro sacro, anzi, fonda le sue conclusioni su “evidenze che si rafforzano reciprocamente” (282). Ma come il fondamentalista cristiano che travisa e semplifica eccessivamente la scienza evoluzionistica darwiniana, Dawkins ci presenta una “religione” fantoccio, monolitica e semplicistica, che egli denigra e diffama. Generalizzando dall’estremismo religioso e dal fondamentalismo a tutta la religione, Dawkins dimostra una sordità all’altro religioso e una incapacità di uscire dalla sua “Teoria del Tutto” darwinistica, i cui parametri sono limitati al dichiarativo empirico (144).

La macchina degli abbracci

La macchina degli abbracci. Parlare con gli animali ( trad. it. di I.C. Blum, Adelphi 2007) è un libro in cui Temple Grandin, forse la persona autistica più famosa del mondo, e sicuramente la più ricca grazie al suo lavoro, spiega la mente animale utilizzando la conoscenza della propria, quella di una persona con autismo. La prima cosa che mi viene da dire riguarda il titolo. Quello inglese è Animals in Translation. Using The Mysteries of Autism to Decode Animal Behavior. Si può facilmente notare come la traduzione italiana del titolo ne alteri profondamente il significato, privandolo della sua aura scientifica e ingannando il lettore. Infatti il libro non tratta affatto del parlare con gli animali, come recita il sottotitolo in italiano, ma si serve degli apparenti misteri della mente autistica, ovvero delle sue caratteristiche fondamentali, per decodificare il comportamento animale: operando appunto una traduzione, che si serve come medium dell’autismo. Per di più, la macchina del titolo, un congegno realmente ideato dalla Grandin, nel libro occupa uno spazio minimo. Dunque, il titolo italiano, che suona così dolciastro e animalista, è assolutamente mistificante. Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo 7

Sono sempre più convinto che il pessimismo radicale dell’ultimo Girard sia uno sviluppo delle premesse, che non vi sia un salto rispetto ai suoi inizi. E penso che ciò sia legato alla mancanza di una base filosofica del suo pensiero. In realtà, l’essere umano di Girard non è altro che pura relazione mimetica, e proprio per questo è sostanzialmente un nulla. Perché la filosofia non è eludibile, ritorna sempre. E un’antropologia che pensi di farne a meno alla lunga non si regge. In questo, ha ragione Giuseppe Fornari, che si sforza di introdurre nella teoria mimetica un fondamento metafisico.

Occorre anzitutto, secondo me, che la teoria mimetica pensi il concetto di identità e di differenza. Un mancato chiarimento di questi concetti e della loro relazione porta infatti nel buio del nichilismo, in cui lo stesso Girard, che ne è un critico, rischia sempre di sprofondare. Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo 6

Fabio Brotto

Mi sono ricreduto sulla mia critica alla Lettera agli Ebrei di san Paolo, che era tutto ciò che restava in me di “moderno” e di anticristiano. La critica di un “cristianesimo storico” a vantaggio di una specie di “cristianesimo essenziale”, che io ritenevo di aver colto in stile hegeliano, era assurda. Bisogna al contrario pensare al cristianesimo come essenzialmente storico, e Clausewitz ci aiuta a farlo. Il giudizio di Salomone dice tutto al riguardo: c’è il sacrificio dell’altro e il sacrificio di sé, il sacrificio arcaico e il sacrificio cristiano. Ma sempre di sacrificio si tratta. Siamo immersi nel mimetismo e dobbiamo rinunciare alle trappole del desiderio, che è sempre desiderio di ciò che l’altro possiede. Lo ripeto, non c’è alcun sapere assoluto possibile, siamo costretti a restare nel cuore della storia, ad agire nel cuore della violenza, perché ne capiamo sempre meglio i meccanismi. Saremmo in grado per questo di eluderli? Ne dubito. (72) Continua a leggere

Prima di domani

Un giorno Jørn Riel, che passò 18 anni in Groenlandia, vicino ad una grotta si imbatté in alcuni resti umani, vecchi di un secolo. Una donna e un bambino. Da questo incontro sorse l’ispirazione per un romanzo che trovo potente e suggestivo, Prima di domani (Før morgendagen, 1975, trad. it. di J.M. Ferrer, Iperborea 2009). Romanzo scritto in un modo che mi ricorda Cormac McCarthy, essenziale; storia fatta di eventi, di azioni e di parole all’altezza delle azioni, come può essere solo quando, per una qualche ragione, i personaggi di una vicenda narrata sono al di fuori della cultura dei ceti sociali cui appartengono gli scrittori. Ciò avviene anche in McCarthy. E anche nel Verga dei Malavoglia, in fondo: e mi sovviene Richard Weisberg e il suo Il fallimento della parolaContinua a leggere

Il ‘caso Gomorra’

 di Eros Barone

  Nel discutere del ‘caso Saviano’ sembra inevitabile l’oscillazione tra i due estremi del ‘politicamente corretto’ e del ‘socialmente scorretto’, anche se, lo confesso, io propendo per quest’ultima posizione, che mi sembra, dal punto di vista dialettico, più produttiva (così come l’iconoclastia è più stimolante dell’idolatria). Posta questa premessa, mi sembra importante chiarire (non tanto il ‘caso Saviano’ quanto) il ‘caso Gomorra’, ossia i limiti entro cui è possibile riconoscere la paternità letteraria di un testo che è stato sottoposto ad un massiccio lavoro di ‘editing’. Continua a leggere