Destino

Prendete una manciata di romanzi italiani contemporanei dal mucchio che ogni anno l’editoria italiana sforna (per lo più velleitari, pesantemente editati, pieni di sviste formali, ecc.). Sarà ben difficile che proviate interesse per il destino dei personaggi che li abitano. Anche perché in generale non sono personaggi, quelli, ma solo travestimenti infiniti delle solite quattro maschere. Anche se sono uomini e donne di oggi, il loro destino non susciterà la vostra cura. Sempre la stessa solfa. Prendete invece Prima di domani, un romanzo scritto da Jørn Riel nel 1975: il destino della vecchia eschimese e del bambino, soli tra i ghiacci della Groenlandia vi farà palpitare le viscere. Chiedetevi perché.

Rileggo Simone Weil 76

Dio fa a Mosè e Giosuè promesse puramente temporali, in un’epoca in cui l’Egitto era teso verso la salvezza eterna dell’anima. Gli Ebrei, avendo rifiutato la rivelazione egiziana, hanno avuto il Dio che meritavano. Dio carnale e collettivo che, fino all’esilio, non ha parlato all’anima di nessuno. (A meno che, nei Salmi…?)

Parlare di “Dio educatore” a proposito di questo popolo è una burla atroce.
Di che stupirsi se c’è tanto male in una civiltà – la nostra – viziata alla base, nella sua stessa ispirazione, da questa orribile menzogna? – La maledizione d’Israele pesa sulla cristianità. Le atrocità, lo sterminio di eretici e infedeli, era Israele. Il capitalismo, era Israele (lo è ancora, in una certa misura…). Il totalitarismo, è Israele (precisamente presso i suoi peggiori nemici). (III, 289) Continua a leggere

La guerra bianca

Ha come sottotitolo Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919 questo libro di Mark Thompson La guerra bianca (The White War, 2008, trad. P. Budinich, il Saggiatore 2009). È un libro eccellente, che dà una rappresentazione sobria ma completa, sotto ogni punto di vista, della tragedia in cui il popolo italiano fu gettato dalla miopia delle classi dirigenti, dalla follia dei ceti intellettuali e dalla stupidità dei vertici militari. Dovrebbe leggerlo in particolare ogni membro della casta politica italiana (che però legge poco). Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo (5)

Fabio Brotto

Sono sempre fortemente colpito dal fatto che in Occidente ogni nuovo pensiero tenda a porre se stesso come il più radicale, rinfacciando a predecessori e rivali di non esserlo abbastanza. Lo si vede anche in Girard, ogni volta che egli si misura con i suoi punti di riferimento, come Freud o Levi-Strauss, o, qui, Hegel. C’è un punto oltre il quale la tensione all’estremo non può andare, che è l’estremo stesso, ovvero l’esplosione apocalittica. Hegel ha pensato la guerra, ma in forma meno radicale di Clausewitz, secondo Girard, che intende portare appunto quest’ultimo, non sufficientemente consapevole della realtà sacrificale delle cose, al punto estremo. Il pensiero hegeliano “nasce dal religioso” (64), ma abbandona l’antropologia cristiana. E non ha, sostiene Girard, “una concezione sufficientemente radicale della violenza”. Ma come può averla, mi chiedo, se, come ha scritto anni fa Tobin Siebers, essa è il suo altro? (67)

Portando Clausewitz all’estremo (4)

Fabio Brotto

L’apocalisse non è altro, in definitiva, che la realizzazione di un’astrazione, un adeguamento del reale a un concetto; e bisogna avere la lucidità di dire che sono gli uomini stessi a tendere verso l’annientamento. È la legge implacabile del duello, precisatasi nel primato della difesa sull’attacco. Gli uomini si distinguono in questo dagli animali, che riescono a contenere la loro violenza con quelle che gli etologi chiamano gerarchie di dominanza. Gli uomini, al contrario, non riescono a contenere questa reciprocità, perché si imitano troppo, rassomigliandosi sempre di più e sempre più in fretta. (51) Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo (3)

Fabio Brotto

La teoria mimetica contraddice la tesi dell’autonomia. Essa tende a relativizzare la possibilità medesima dell’introspezione: discendere in se stessi vuol sempre dire trovare l’altro, il mediatore, colui che orienta i miei desideri senza che io ne sia consapevole. (p. 38) Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo (2)

 

Fabio Brotto

L’intuizione che gli dèi siano in realtà uomini deificati è antica (Evemero…), Girard introduce quella secondo la quale questi uomini sono tutti vittime, rese tali dall’unanimità violenta del gruppo umano, che concentrando su di essi la propria violenza distruttrice come su capri espiatori, ha superato sempre nuovamente le proprie crisi mimetiche. Il beneficio che il gruppo trae da queste uccisioni di singoli lo porta a vedere in quel che era odiato come portatore di caos il benefattore che dal caos salva. Questa paradossale logica del meccanismo del capro espiatorio è alla base di tutta la teoria girardiana, e questo pensatore lo ripropone continuamente come la chiave di volta su cui tutto si fonda. Il Cristianesimo si differenzia dalle altre religioni non per altro che per il fatto di affermare che la divinità di Cristo precede la sua vittimizzazione: in questo senso sussistono “una discontinuità e una continuità fondamentali tra la Passione e il religioso arcaico” (20).

Qui si può intravedere l’enormità della questione che Girard pone al Cristianesimo. A cominciare dall’interpretazione della Bibbia, che in molte sue pagine presenta un aspetto violento di Dio (Diluvio, Apocalisse, ecc.) e dei suoi servitori, cui sovente viene ordinato di compiere stermini. L’affermazione girardiana che Satana è il “nome del sacro rivelato e screditato dall’intervento di Cristo” (21) porta necessariamente a concludere che nella Bibbia vi sono molti “versetti satanici”.

Portando Clausewitz all’estremo (1)

Fabio Brotto

Nell’ultimo Girard v’è una curvatura apocalittica che si viene gradualmente accentuando, e di cui è un passaggio cruciale il lungo dialogo con Benoît Chantre dato alle stampe nel 2007 col titolo Achever Clausevitz (it. Portando Clausewitz all’estremo, a cura di G. Fornari, Adelphi 2008). L’idea di fondo che regge tutto l’edificio del testo girardiano è che la guerra, sulla quale il brillante ufficiale prussiano ha scritto pagine fondamentali, sia una istituzione aristocratica avente la funzione di governare e restringere la tendenza umana allo scontro mimetico generalizzato e totalmente annientatore. La guerra, dunque, come insieme di regole e codici. Napoleone, dal quale Clausewitz appare a Girard totalmente affascinato, e che si costituisce quindi come modello, secondo lo schema mimetico ben noto, è colui che fa saltare i princìpi millenari della guerra e la porta verso la forma dell’annientamento reciproco (il cui emblema è nel 1916 Verdun), che comporta, attraverso una serie di passaggi successivi, l’annientamento della forma-guerra in sé stessa, e la sua sostituzione con la violenza generalizzata degli ultimi anni, con gli stermini etnico-religiosi e i massacratori suicidi. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 75

Il possibile è il luogo dell’immaginazione, e quindi della degradazione. Bisogna volere o ciò che precisamente esiste, o ciò che non può affatto essere; meglio ancora, ambedue. Ciò che è e ciò che non può essere sono ambedue fuori del divenire. (III, 271)

Il divenire è il male. Al contrario l’indeterminato, origine e fine degli esseri, nutrice e tomba, è di per sé perfettamente puro.
Il modello eterno, nel Timeo, è il bene, il modello in divenire è il male. (III 278) Continua a leggere

In difesa del cibo

In difesa del cibo (In Defense of Food. An Eater’s Manifesto, 2008, trad it. di G. Luciani, Adelphi 2009) prosegue il discorso intrapreso da Michael Pollan col suo Il dilemma dell’onnivoro. E’ un libro che approfondisce la problematiche della dieta occidentale, basata, soprattutto negli USA, più sulla quantità a basso costo che sulla qualità, con spaventose ricadute sulla salute, e con la medicina che facendo mirabili progressi rincorre l’emergere di sempre più ampie e gravi patologie alimentari, determinando l’instaurazione di un sistema perverso. Continua a leggere