In difesa del cibo

In difesa del cibo (In Defense of Food. An Eater’s Manifesto, 2008, trad it. di G. Luciani, Adelphi 2009) prosegue il discorso intrapreso da Michael Pollan col suo Il dilemma dell’onnivoro. E’ un libro che approfondisce la problematiche della dieta occidentale, basata, soprattutto negli USA, più sulla quantità a basso costo che sulla qualità, con spaventose ricadute sulla salute, e con la medicina che facendo mirabili progressi rincorre l’emergere di sempre più ampie e gravi patologie alimentari, determinando l’instaurazione di un sistema perverso.

Oltre al sistema agro-alimentare statunitense, le cui caratteristiche Pollan aveva esaminato a fondo nel suo precedente lavoro, il nemico che egli qui individua è il nutrizionismo, che presenta i caratteri di una vera e propria ideologia, e con esso la scienza riduzionista, che riduce il cibo ai suoi semplici componenti, ai nutrienti e alle singole sostanze, perdendo di vista le loro interazioni, e il concetto che l’insieme cibo è più delle sue singole parti, e va anzi visto come un sistema di relazioni. L’esempio più chiaro è quello della cucina francese, che secondo i nutrizionisti americani dovrebbe essere quasi il diavolo, mentre nei fatti la popolazione francese è mediamente più magra e sana di quella americana, nonostante i suoi grassissimi formaggi, le carni, l’alcool e tutto il resto. Sicché i nutrizionisti parlano di paradosso francese, senza capirne alcunché. Ma il cibo, sostiene Pollan, è anche il modo di mangiare. Un test comparativo predisposto da alcuni psicologi prevedeva una risposta da parte di un gruppo di americani ed uno di francesi alla domanda “quando smetti di mangiare?”. I francesi rispondevano “quando mi sento sazio”; gli americani “quando il piatto è vuoto”. Un diverso rapporto al cibo, una differente psicologia nazionale. Un mondo che ha dimenticato che “distruggere la complessità è molto più facile che ricrearla”  (125) vede per la prima volta nella storia “una nuova creatura: un essere umano che riesce ad essere allo stesso tempo sovralimentato e sottonutrito” (132). C’è di che spaventarsi.

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