La guerra bianca

Ha come sottotitolo Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919 questo libro di Mark Thompson La guerra bianca (The White War, 2008, trad. P. Budinich, il Saggiatore 2009). È un libro eccellente, che dà una rappresentazione sobria ma completa, sotto ogni punto di vista, della tragedia in cui il popolo italiano fu gettato dalla miopia delle classi dirigenti, dalla follia dei ceti intellettuali e dalla stupidità dei vertici militari. Dovrebbe leggerlo in particolare ogni membro della casta politica italiana (che però legge poco).

La guerra, in sostanza, fu concepita come un sacrificio di massa che doveva unificare un Paese frammentato. Così l’hanno pensata D’Annunzio e intellettuali in gran numero, e così è stata poi rappresentata nei decenni a seguire. Una rappresentazione mai messa seriamente in discussione, perché il sangue umano rende sacro ciò che bagna. E ogni Stato deve fondarsi sul sangue.

Nel libro giganteggia la figura del Generalissimo Luigi Cadorna, un nano intellettuale capace solo di concepire offensive generali, in cui enormi masse di soldati venivano gettate, senza alcuna seria preparazione, contro i reticolati nemici. In salita, perché le posizioni austriache erano poste in alto, e con trenta chili sulle spalle, sotto il fuoco delle mitragliatrici. E con i carabinieri alle spalle, pronti a sparare sulle truppe che dimostrassero “scarso spirito combattivo”. Risultato di due anni di offensive: un fallimento dietro l’altro, centinaia di migliaia di morti, e Cadorna sempre in sella, nemico di ogni ufficiale intelligente, fino al tracollo di Caporetto.

Siamo un popolo che si pensa buono. Ma nella Grande Guerra i soldati sono stati trattati dai comandanti italiani come carne da cannone, e ai prigionieri italiani nei campi austriaci il governo italiano si rifiutò di mandare viveri (unico tra tutti i governi a trattare così i propri soldati), perché si erano arresi e non erano invece morti con onore.

In realtà, la Vittoria finale è stata determinata dal collasso endogeno dell’esercito imperiale (i soldati austriaci negli ultimi mesi di guerra non avevano nulla da mangiare, il peso medio dei combattenti imperiali si era ridotto a 50 chili). Non è stata una vera vittoria in battaglia. L’Italia non può, in realtà, vantare alcuna vittoria di grandi proporzioni nella sua storia militare, ma solo vittorie marginali, singoli episodi di valore. Può annoverare invece molte gravi sconfitte: Custoza, Lissa, Adua, Caporetto, ecc. Nella Prima Guerra Mondiale l’Italia, superiore di forze, doveva attaccare, il compito degli Austriaci era difendere il territorio. Per due anni ci sono riusciti benissimo, con un rapporto di forze di 3 a 1 in nostro favore. In sostanza, ce le hanno suonate. E se non avessero dovuto combattere con i Russi sul fronte orientale…

Le guerre di indipendenza erano costate al popolo italiano circa 10.000 morti in tutto. La Grande Guerra ci costò 689mila soldati morti, 1 milione di feriti di cui 700mila invalidi, circa 600mila civili morti. Questo su una popolazione di 35 milioni. Tre volte il numero dei morti italiani nella Seconda Guerra Mondiale.

3 pensieri su “La guerra bianca

  1. E ancora adesso non riesco a capire come è andata che siamo entrati in guerra , quando cattolici e socialisti ossia la stragrande maggioranza el paese erano contrari.
    Un sacrificio di massa che doveva unificare il Paese ?
    Ma chi l’ha deciso esattamente ? Quanti sono e chi sono gli individui che hanno fatto questa scelta ?
    Questo è quello che ci dovremmo chiedere per trarne una lezione da usare anche oggi .

    1. mario purtroppo lo decisero i massoni i ricchi quelli che unificarono l’italia e quelli che avevano aziende x costruire armi ecc. gli austriaci si fermavano con le mitragliatrici x che vedevano cadere cosi tanti italiani che anche i soldati austriaci si chiedevano il x che . ps. ricorda che gli austriaci non volevano la guerra ma litalia si.

  2. La prima guerra mondiale dista da noi solo quattro generazioni. Io e Brotto abbiamo ancora fatto in tempo a vedere, durante la nostra fanciullezza, i mutilati e gli invalidi di quella guerra. Il mio nonno materno, che vi aveva partecipato e mi raccontava gli scontri diretti con gli austriaci a colpi di baionetta, si era guadagnato in quella guerra la medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto.
    Mi domando allora quale risonanza abbia quell’evento nella memoria delle giovani generazioni. Si tratta di un problema che investe ad un tempo la memoria storica e la solidarietà intergenerazionale: i giovani di oggi hanno una qualche idea di chi erano i ‘ragazzi del ’99’? Che posto ha nell’immaginario dei giovani, se non il ricordo preciso di quei loro coetanei di cento anni fa, per lo meno la curiosità di sapere chi fossero quei ‘ragazzi del ’99’ a cui sono intitolate (forse i meno distratti fra loro lo avranno notato) le vie delle nostre città. Quei giovani, che fra il 1917 e il 1918 avevano meno di vent’anni, formarono l’ultima leva che fu inviata al fronte per andare a combattere, a morire o – e questa fu la sorte dei più fortunati – a restare per sempre segnati nella carne e nell’animo da quella terribile esperienza di atroce violenza che fu la ‘grande guerra’: una guerra di grandi masse, basata su una mobilitazione totale che saldò fronte interno e fronte militare, come mai era accaduto in precedenza e come accadrà ancora nella seconda guerra mondiale. A quella generazione furono riservate altre esperienze di grande importanza storica: dal ‘biennio rosso’ al fascismo, dalla seconda guerra mondiale alla Resistenza.
    Il contrasto con l’attuale generazione di ragazzi è palese: se si esclude l’impegno nel volontariato, quali esperienze di importanza storica paragonabile a quella che contraddistinse le esperienze che ho testé richiamate può iscrivere nel suo ‘album di famiglia’ una generazione il cui nome sembra scritto sulla sabbia? Forse è meglio che sia così, se dobbiamo prestare fede a quel poeta che giustamente compiange i popoli che hanno bisogno di eroi; forse è meglio che i giovani facciano le loro esperienze nel campo della realtà virtuale, navigando in Internet, oppure scambiando il divertimento con lo stordimento nelle discoteche, oppure…oppure… (lascio a chi legge il compito di aggiungere altre esemplificazioni della condizione giovanile in quella che Emil Luttwack, un politologo statunitense, ha definito ‘l’età post-eroica’). Dunque, ecco la domanda: esiste, nella percezione dei giovani di oggi che abbiano un minimo di conoscenza di quegli eventi, un legame psicologico, morale, umano con i giovani di allora, sia che esso si identifichi con l’adesione ad un ideale di patria (quella patria che il Manzoni definiva “Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor”) o con l’adesione ad un ideale di rifiuto del nazionalismo e della guerra, di solidarietà internazionalista e di affratellamento dei popoli? Se non esiste invece alcun legame, se la percezione sfuma nell’indistinto, ciò significa che è intervenuta una cesura storica profonda nella vita del Paese e, quel che più conta, nella cultura popolare e giovanile, in quel sentimento collettivo degli Italiani che, pur essendo dialetticamente diviso nelle opzioni, deve però essere unito attorno ai temi nodali della identità nazionale e della cittadinanza repubblicana.

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