La voce inascoltata della realtà

La parte per me più interessante de La voce inascoltata della realtà (una raccolta di saggi di René Girard curata da G. Fornari, Adelphi 2006) è quella finale, Innovazione e ripetizione. L’innovazione, compresa quella tecnologica-industriale, viene riportata da Girard al fenomeno generale della mimesi umana, di cui egli da decenni indaga la struttura e le leggi. Ne riporto un passo (254-255). Continua a leggere

Il Mulino di Amleto

Simone Weil, perduta nel tumulto della Seconda Guerra Mondiale, credette di trovare una risposta retrospettiva nei greci e nello stesso Omero che era stato detto “il maestro della Grecia”. Essa chiamò l’Iliade “il poema della forza”, poiché, specchio possente e chiaro della condizione umana, esso mostrava la Forza al centro della storia umana, senza inani consolazioni. Morte per i vinti, nemesi per il vincitore: sono questi i due membri dell’equazione. Il rigore geometrico dell’espiazione che segue all’abuso della forza fu il tema principale del pensiero greco e perdurò ovunque questo si era affermato. Continua a leggere

Caccia

Per quanto riguarda la caccia, questa attività è stata svolta interamente dai maschi della collettività e non a caso richiede capacità fisiche quali la forza o la resistenza. Se i cacciatori sono maschi ciò è dovuto al fatto che i sottogruppi non riproduttori, pionieri e soggetti alla discriminazione sociale, condannati a ricercare il nutrimento nel regno animale, erano costituiti da maschi. Per tutto questo periodo, le donne hanno conservato intatte le qualità grazie alle quali la specie continuava a sopravvivere, perseverando, spinte dalle circostanze, nella direzione tradizionale. Continua a leggere

Le cose che non ho detto

La Rivoluzione Islamica ha duramente colpito la componente laica e progressista della società iraniana, e in particolare il ceto intellettuale. Del processo che, dalla caduta dello Scià ad oggi, ha annientato ogni speranza di emancipazione della donna iraniana sono testimonianza anche scritti autobiografici come questo Le cose che non ho detto (Things I’ve Been Silent About, 2008, trad. it. di O. Giumelli, Adelphi 2009). In realtà si tratta in primis di un libro di famiglia, per così dire, incentrato sulle figure del padre e della madre della Nafisi. Lui, uomo politico di spicco e sindaco di Teheran, lei parlamentare prima dell’avvento di Khomeini. Un padre e una madre diversissimi tra loro, incomunicanti, ciascuno perduto dietro un suo personalissimo sogno irrealizzabile. L’elemento ai miei occhi più interessante, e problematico, del libro è la questione della continuità della Persia. Non è un caso che tornino continuamente i modelli degli antichi eroi ed eroine, la poesia classica persiana, e il Libro dei Re. I modelli. anche femminili, della Nafisi, non sono islamici. E qui riporto una citazione dal Libro dei Re, in cui il guerriero Rostam, figlio dell’ultimo re sasanide, prima della fatale battaglia di Qadisiyya che aprirà le porte della Persia all’invasore islamico profetizza (271):

Ma quando il pulpito e il trono uguali saranno
e Abu Bakr e Omar fama avranno
il nostro lungo patire a nulla servirà
e tutta la nostra gloria svanirà…

Gli uomini senza onta ruberanno.
Bestemmie e benedizioni uguali diverranno.
Ciò che è nascosto sarà peggio di ciò che tutti sanno
e re dal cuore di pietra sul trono saliranno…

Addio piaceri, musica, e bellezze:
solo bugie, trappole e nefandezze.
Latte acido berremo, tela ruvida vestiremo,
la brama di denaro seguiremo.

Gli uomini tra loro si tradiranno
mentre di avere fede fingeranno.
Inverno e primavera inosservati passeranno,
per festeggiare il vino nessuno porterà
e il sangue del fratello a fiumi scorrerà…

Rileggo Simone Weil 74

Il disprezzo dei Greci per le applicazioni della scienza non era dovuto ad una mentalità aristocratica, ma alla verità elementare che le applicazioni possono essere tanto cattive che buone. (III 259)

La scienza greca era basata sulla pietà. La nostra è basata sull’orgoglio. C’è un peccato originale della scienza moderna. (III 261)

La tecnica, che colloca sullo stesso versante la forza e la civilizzazione, rende impossibili queste rigenerazioni. E’ maledetta. (III 267) Continua a leggere

La paura degli uomini

Maschi e femmine nella crisi della politica è il poco significativo sottotitolo del libro di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss La paura degli uomini (il Saggiatore 2009). Ben diversamente dal testo della Puccini Nude e crudi, di cui ho scritto in un precedente post, qui ci troviamo di fronte ad un preteso pamphlet che si riduce ad un repertorio dei luoghi comuni della pubblicistica e del pensiero femminista contemporanei. Per questo motivo ne consiglio caldamente la lettura.

Da quei lontani anni le donne esistono, sono coscienti delle loro capacità, ambizioni. Conquista irreversibile, che rinasce continuamente nelle dinamiche sociali e comunicative. Tuttavia, politici, intellettuali, militanti, non se ne accorgono. Stentano a vedere quello che già c’è (p. 112) I lontani anni sono gli anni Settanta.

Una cosa interessante che emerge dal libro è questa: ad una reale inconsistenza dell’idea del maschile (si giunge a prospettare la opportunità della costituzione di gruppi di autocoscienza maschile sul modello di quelli storici del femminismo – p.117), corrisponde uno svanire dell’idea di un femminile per sé. Un segno di questa difficoltà è linguistico: spesso le femministe sono chiamate semplicemente le donne, con una pretesa egemonica, di inglobare l’universale, che è sempre stata tipica del movimento. Ora, se è chiaro che il maschile e il femminile si articolano rispettivamente, in un rispecchiamento dell’altro da sé che produce auto-identificazione, ciò che sfugge totalmente ai due autori è che il mondo della tecnoscienza (che è pur sempre un prodotto storico del pensiero maschile) oggi tende a produrre, a ritmo progressivamente accelerato,  indifferenziazione. Qui invece siamo ancora al livello della lamentazione della perdurante ostinazione maschile ad aggrapparsi ai residui del potere patriarcale… Con un potenziale esito nichilistico (anche la democrazia è un’invenzione maschile, notano gli autori – come la cultura in generale, aggiungerei io) evidente nelle ultime righe del libro, dove viene evocata La strada di Cormac McCarthy, dove il mondo incenerito in cui il padre cerca di salvare il figlio è un mondo “che la madre, con un gesto estremo, ha rifiutato” (p.118)

Cacce sottili 6

I mondi si intersecano, si sovrappongono, spesso si oscurano a vicenda. C’è una grande ignoranza, ormai, una ignoranza di massa sulla natura e sugli animali. Tanto più si dilata la coscienza animalista tanto più la realtà animale viene sepolta nell’oblio o  mistificata. Questo sta insieme alla dilagante antropizzazione del pianeta, che sottrae terreno alla natura, confinandola nelle riserve e nei parchi. In Italia la cosa presenta un aspetto contraddittorio, ovviamente. Da un lato le pianure sono sempre più simili a formicai di cemento e asfalto, in cui si concentra la popolazione umana; dall’altro le montagne perdono ogni traccia di coltivazione, e avanza la foresta coi suoi abitanti animali. La Terra è infinitamente meno varia e interessante di un secolo fa. E’ anche per questo che ci si rifugia nel mondo piccolo. Continua a leggere

L’ascetismo metropolitano

L’ascetismo metropolitano di cui scrive Duccio Demetrio nell’omonimo libro (Ponte alle Grazie 2009) è l’ascetismo di chi, non potendo né volendo credere in Dio, e rifuggendo anche da una prospettiva buddista, è tuttavia profondamente insoddisfatto della ideologia immanentista del capitalismo consumistico. È un soggetto che non crede nemmeno in utopie e ideali socialistici, e coincide con un cuore inquieto che sa anzitutto una cosa: di dover per sempre rimanere tale. Il quadro è quello di una paradossale metafisica mondana. Quello che fa dubitare il lettore critico è, prima ancora delle argomentazioni sviluppate da Demetrio, l’evidente compiacimento stilistico di molte pagine, che stride con la pretesa di indicare una via per l’ascesi. L’asceta, infatti, deve essere tale anzitutto nel rigore e nella repressione del compiacimento di sé anche nell’espressione linguistica e nella scrittura. Qui, invece, emerge quasi un lussureggiante proliferare delle proposizioni. Eccone un saggio preso dal capitoletto intitolato molto significativamente  Lo spazio segreto e il tempio pagano del pensiero:

Per raggiungere questo intento ci vuole disciplina, metodo, determinazione morale. Ascetismo. Occorre saper sostare in attesa dinanzi al consueto; occorre riuscire a sopportare il tanfo dei corpi ammassati senza odiarli, consapevoli che anche il nostro trasuda; occorre cercare una penna e scrivere su un taccuino le grigie impressioni di un mondo che si ripete all’infinito, scovando su un marciapiede il desiderio di esistere di un cespo d’erba. Gli indizi che si allontanano dalla consuetudine delle ascetiche mistiche vanno innanzitutto ritrovati negli albori della riflessione filosofica, quando questa si sia dedicata a interrogare l’intrinseca enigmaticità del vivere; si sia rivolta all’evidenza dell’essere, al logos, alla ragione medesima; quando il divino e le manifestazioni del sacro siano stati interpellati non nella loro soprannaturalità, piuttosto nelle espressioni più mondane, effimere dell’esperienza del vivere, alla meravigliata stupefazione del proprio sentirsi esistere. L’aspetto misteriosofico dell’ascetismo – quando ne sia un tratto saliente – è già infatti ravvisabile nelle mere evidenze biologiche, fisiologiche, comunque ontologiche, nell’esperienza del percepirsi più intensamente viventi, dotati di una coscienza vigile; nella consapevolezza del limite, del temporaneo, del transeunte. Nell’indisponibilità a cedere, inoltre, alle lusinghe dell’irrazionale e a ogni suggestione misticheggiante; dove l’esercizio continuo del dubbio verso ogni forma di rivelazione, di dogma, di devozione a qualsivoglia scrittura, segna la vocazione all’ascetismo di chi si dedica a indagare la vita (e non qualche aldilà) in una inesausta eccitazione esistenziale, inflessibile, rigorosa, appassionata fino all’euforia. L’ascesi di cui parliamo non è cancellazione del desiderio, contenimento, è semmai protensione, esercizio volto alla riscoperta della capacità di sentirsi vivi nelle condizioni più mortificanti e opprimenti. Per quest’ascesi, la verità resterà sempre inattingibile, e irriducibile sia ai dati, pur comprovati, della conoscenza sperimentale sia a qualsiasi affermazione dogmatica. Cercare sapendo di non trovare: questa è la nostra religiosità non credente, solo umana, eccentrica e derisa dai religiosi ufficiali.  (78-79)

Quest’ascetismo metropolitano, minestrone laico-filosofico-postmoderno-chic, che si auto-afferma non nichilistico, mi pare tuttavia uno dei tanti frutti possibili del relativismo soggettivistico che prospera nell’attuale fase di sviluppo della società industriale-tecnotronica.

Cacce sottili 5

Avere tempo è più importante che avere spazio. Lo spazio, il potere, il denaro, diventano catene se non ci lasciano tempo. La libertà è riposta nel tempo; il singolo individuo può ricavarne un potere straordinario – e può perfino farlo crescere. La lotta per la sovranità che egli combatte con la società raggiunge la tensione massima quando si tratta di conquistare la disponibilità del proprio tempo, e molte sono le tragedie, i sacrifici, i soprusi, i trionfi, gli stratagemmi che ne derivano. Con ogni nuovo orologio la cerchia che ci stringe si fa sempre più stretta e la sacra fuga diventa sempre più difficile. Ma tutto questo non accade invano. Alle domande che contano davvero non si può dare una sola risposta, le risposte sono sempre più d’una. (99) Continua a leggere

Cacce sottili 4

Vi sono due specie fondamentali di bei ricordi: quelli che puoi condividere con altri, per cui soffri una tremenda pena quando le persone con cui potevi evocarli in comunione spariscono, per una causa o per l’altra, definitivamente dal tuo orizzonte; e quelli che sono solo tuoi. In verità, sono questi i ricordi che si ammantano di uno splendore più intenso. In Cacce sottili ritrovo questo, riconosco ciò che ho conosciuto, in varianti che non contraddicono l’omogeneità dell’esperienza. I ricordi più luminosi di momenti di suprema intensità sono collegati alla sfera dell’ estetica naturale, della percezione della vita nella sua totalità in un singolo particolare momento, in cui si è attuato un contatto con entità determinate in una determinata scena. Come dire: una rivelazione dell’essere oltre i rapporti umani, anche se non separato da essi, perché disponibile ad essere accolto nella sfera del linguaggio. Rimane nella mente come visioni. Nel mio caso, ad esempio, la prima visione dei funghi come macchie d’oro sul muschio (erano finferli); di una salamandra gialla e nera in quella stessa scena; delle grosse trote fario che nuotano nel Brenta; dei frosoni multicolori illuminati dai raggi del sole sui rami di un ciliegio; di una schiera di rosse myrmica ruginodis schierate militarmente di fronte a nere ordinate schiere di formica fusca; di una donnola che si alza dall’erba e mi fissa, e così via. L’occhio del cacciatore è l’occhio di chi scruta l’ambiente naturale con una intensità superiore, che genera continuamente scene. Ancor più se è un cacciatore sottile. Continua a leggere