L’ascetismo metropolitano

L’ascetismo metropolitano di cui scrive Duccio Demetrio nell’omonimo libro (Ponte alle Grazie 2009) è l’ascetismo di chi, non potendo né volendo credere in Dio, e rifuggendo anche da una prospettiva buddista, è tuttavia profondamente insoddisfatto della ideologia immanentista del capitalismo consumistico. È un soggetto che non crede nemmeno in utopie e ideali socialistici, e coincide con un cuore inquieto che sa anzitutto una cosa: di dover per sempre rimanere tale. Il quadro è quello di una paradossale metafisica mondana. Quello che fa dubitare il lettore critico è, prima ancora delle argomentazioni sviluppate da Demetrio, l’evidente compiacimento stilistico di molte pagine, che stride con la pretesa di indicare una via per l’ascesi. L’asceta, infatti, deve essere tale anzitutto nel rigore e nella repressione del compiacimento di sé anche nell’espressione linguistica e nella scrittura. Qui, invece, emerge quasi un lussureggiante proliferare delle proposizioni. Eccone un saggio preso dal capitoletto intitolato molto significativamente  Lo spazio segreto e il tempio pagano del pensiero:

Per raggiungere questo intento ci vuole disciplina, metodo, determinazione morale. Ascetismo. Occorre saper sostare in attesa dinanzi al consueto; occorre riuscire a sopportare il tanfo dei corpi ammassati senza odiarli, consapevoli che anche il nostro trasuda; occorre cercare una penna e scrivere su un taccuino le grigie impressioni di un mondo che si ripete all’infinito, scovando su un marciapiede il desiderio di esistere di un cespo d’erba. Gli indizi che si allontanano dalla consuetudine delle ascetiche mistiche vanno innanzitutto ritrovati negli albori della riflessione filosofica, quando questa si sia dedicata a interrogare l’intrinseca enigmaticità del vivere; si sia rivolta all’evidenza dell’essere, al logos, alla ragione medesima; quando il divino e le manifestazioni del sacro siano stati interpellati non nella loro soprannaturalità, piuttosto nelle espressioni più mondane, effimere dell’esperienza del vivere, alla meravigliata stupefazione del proprio sentirsi esistere. L’aspetto misteriosofico dell’ascetismo – quando ne sia un tratto saliente – è già infatti ravvisabile nelle mere evidenze biologiche, fisiologiche, comunque ontologiche, nell’esperienza del percepirsi più intensamente viventi, dotati di una coscienza vigile; nella consapevolezza del limite, del temporaneo, del transeunte. Nell’indisponibilità a cedere, inoltre, alle lusinghe dell’irrazionale e a ogni suggestione misticheggiante; dove l’esercizio continuo del dubbio verso ogni forma di rivelazione, di dogma, di devozione a qualsivoglia scrittura, segna la vocazione all’ascetismo di chi si dedica a indagare la vita (e non qualche aldilà) in una inesausta eccitazione esistenziale, inflessibile, rigorosa, appassionata fino all’euforia. L’ascesi di cui parliamo non è cancellazione del desiderio, contenimento, è semmai protensione, esercizio volto alla riscoperta della capacità di sentirsi vivi nelle condizioni più mortificanti e opprimenti. Per quest’ascesi, la verità resterà sempre inattingibile, e irriducibile sia ai dati, pur comprovati, della conoscenza sperimentale sia a qualsiasi affermazione dogmatica. Cercare sapendo di non trovare: questa è la nostra religiosità non credente, solo umana, eccentrica e derisa dai religiosi ufficiali.  (78-79)

Quest’ascetismo metropolitano, minestrone laico-filosofico-postmoderno-chic, che si auto-afferma non nichilistico, mi pare tuttavia uno dei tanti frutti possibili del relativismo soggettivistico che prospera nell’attuale fase di sviluppo della società industriale-tecnotronica.

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