Prima di domani

Un giorno Jørn Riel, che passò 18 anni in Groenlandia, vicino ad una grotta si imbatté in alcuni resti umani, vecchi di un secolo. Una donna e un bambino. Da questo incontro sorse l’ispirazione per un romanzo che trovo potente e suggestivo, Prima di domani (Før morgendagen, 1975, trad. it. di J.M. Ferrer, Iperborea 2009). Romanzo scritto in un modo che mi ricorda Cormac McCarthy, essenziale; storia fatta di eventi, di azioni e di parole all’altezza delle azioni, come può essere solo quando, per una qualche ragione, i personaggi di una vicenda narrata sono al di fuori della cultura dei ceti sociali cui appartengono gli scrittori. Ciò avviene anche in McCarthy. E anche nel Verga dei Malavoglia, in fondo: e mi sovviene Richard Weisberg e il suo Il fallimento della parola

Siamo intorno al 1860. La vecchia Ninioq, personaggio principale del romanzo, ricorda ancora i tempi in cui c’erano immensi branchi di renne, ormai scomparsi. È depositaria di un sapere antico, e di tutte le tecniche che consentono la sopravvivenza in un ambiente estremo. Ma la natura è spietata e generosa insieme, e tantissimi animali possono ancora fornire cibo abbondantissimo, e tutto ciò che serve, compreso il grasso da bruciare per scaldarsi d’inverno. La descrizione di una pesca-caccia che si svolge in una fortunata circostanza in cui enormi quantità di pesci si avvicinano a terra per riprodursi, seguiti da folti branchi di foche e stormi di uccelli, assume toni epici, ma sempre controllati, ed è un esempio di come nei popoli cacciatori come gli Inuit il bisogno si accompagni al piacere, e produca poi racconto socialmente condiviso, che genera epos e desiderio di imitazione di gloriose imprese. L’altro personaggio importante del libro, il settenne Manik, si trova a dover apprendere le arti del cacciatore da una vecchia, in una società in cui i generi hanno precise sfere d’azione e responsabilità differenziate. I racconti che la vecchia fa al piccolino dipingono un modo di vita e una visione del mondo estremamente lontani dai nostri. Ma, come ho già detto in un post precedente, il fatto che la sorte di questi due ci prenda, per così dire, alla gola, ci deve far riflettere a fondo sull’arte del romanzo e sulle sue caratteristiche fondamentali.

Dopo aver fatto a pezzi la carne, tranciò gli artigli dalle pinne anteriori e posteriori e tagliò una ciocca di capelli di Manik. Poi scesero insieme sulla riva e gettarono in mare artigli e capelli, l’offerta di un cacciatore all’anima della foca per la sua prima preda.
Più tardi, seduti nella tenda davanti alla marmitta sul fuoco, Ninioq spiegò al ragazzo alcune regole che un cacciatore deve osservare per non entrare in conflitto con le anime delle bestie. Per esempio, disse, era importante che provvedesse a versare un po’ d’acqua sul muso di una foca subito dopo averla catturata. Come si sa, le foche hanno sempre sete, una sete che dura anche al di là della morte. Allo stesso modo doveva ricordarsi di mettere l’arpione vicino alla lampada dopo l’uccisione, perché l’anima della bestia restava per un certo tempo nella punta e il calore è sempre apprezzato dalle foche.
Se si trattava di un orso, non doveva lavorare per tre giorni dopo una caccia fortunata, e se ne aveva la possibilità, doveva appendere nuove suole di pelle per l’anima dell’orso, perché è noto che un orso cammina molto.
Per i pesci bisognava ricordare, subito dopo la cattura, di estrarre le interiora e gettarle di nuovo in mare. Così le anime dei pesci avevano la possibilità di diventare nuovi pesci, mentre se si lasciavano a terra, o venivano risospinte a riva, morivano come il corpo del pesce. Soprattutto era importante onorare le orche, che sono protettrici di tutti i cacciatori, anche se, d’inverno, si trasformano e vagano sulla terra come lupi.
(73 – 74)

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