Uomini e topi

Avatar di Fabio BrottoBrotture

Se si considera la figura del topo nell’immaginario occidentale dell’ultimo secolo, quale appare mediato dal cinema e dalla televisione, non si può non rimanere stupiti. Dal Topolino di Disney a Geronimo Stilton passando per Topo Gigio e per una moltitudine di roditori umanizzati, tutti appaiono eroi positivi, mentre i loro principali antagonisti, i gatti, svolgono il ruolo di villains.
Ora, questo è un colossale rovesciamento della realtà, ove il topo nelle sue varie specie, dal topolino delle risaie al ratto delle chiviche, è stato per l’umanità una peste, che consuma le risorse alimentari, porta malattie, rovina i libri, ecc. ecc. Un animale da cui l’umanità si è sempre dovuta difendere. Mentre il gatto è stato un animale benefico, non a caso compagno dell’uomo da migliaia di anni. Qui ovviamente non regge l’obiezione che in natura c’è posto per tutti, perché nel suo meraviglioso ordinamento anche il topo e la…

View original post 116 altre parole

D’un tratto nel folto del bosco

Avatar di Fabio BrottoBrotture

 

Ho letto questa favola per adulti di Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco (Feltrinelli, Milano 2005). Il racconto è un apologo sull’intolleranza del diverso e sulla solitudine del ribelle. In un villaggio isolato d’un colpo tutti gli animali spariscono, compresi gli insetti e i pesci del fiume. Per anni la comunità stende un velo sull’accaduto, e ai bambini si narra di un demone Nehi, che infesta il bosco, e si aggira di notte anche nelle strade del villaggio. Due fanciulli, infine, decidono di scoprire dove siano finiti gli animali, e si inoltrano nel bosco. Tipica situazione favolistica. Non mi ha soddisfatto. L’idea di tutti gli animali carnivori ed erbivori che in un luogo segreto vivono insieme come fratelli (il che comporta, poi, un cambiamento di dieta ed abitudini dei soli carnivori, che si abituano a mangiare un vegetale dal sapore di carne, il carnemone) mi sembra…

View original post 103 altre parole

Del bruciare bandiere

Avatar di Fabio BrottoBrotture

 

 Mi interessa molto il gesto del bruciare bandiere. Capita spesso che si dia fuoco, durante manifestazioni di piazza qua e là per il mondo, e talvolta anche in Italia come nei giorni scorsi, a delle bandiere. Sono quasi sempre bandiere USA e israeliane. Il significato del gesto mi pare lampante. Si tratta di un atto sostitutivo, che comunica il desiderio di bruciare, cioè di nientificare, la realtà che il simbolo-bandiera significa.
Ciò che si vorrebbe compiere sul piano della realtà, e che non si può compiere perché l’oggetto è più forte di noi, noi lo attuiamo sul piano simbolico, scambiandoci reciprocamente, all’interno del gruppo unificato dal comune nemico, il segno del fuoco che consuma l’ente odiato. Di ciò che si odia, America e Israele, si desidera l’espulsione, la più radicale, la negazione del diritto di esistere. Per questo, chi brucia bandiere è in preda all’odio più profondo, quello che travalica la semplice ostilità, poiché…

View original post 93 altre parole

Antisemitismo e sionismo

Avatar di Fabio BrottoBrotture

Antisemitismo e sionismo. Una discussione è il titolo di un agile libretto di Abraham B. Yehoshua, pubblicato nel 2004 e tradotto da G. Felici per Einaudi nello stesso anno. Un libretto che dovrebbero leggere tutti coloro che si sono sentiti in qualche modo coinvolti o interpellati da ciò che è accaduto a Torino nei giorni scorsi.
Quando si bruciano le bandiere di uno Stato si vuol significare il proprio desiderio che quello Stato sia annientato. Infatti coloro che questo bramano non chiamano Israele uno Stato, ma un’entità: l’entità sionista. Qui si vede all’opera un rancore abissale, l’eterno risentimento contro l’Ebreo.
Scrive Yehoshua:

Le minacce di sterminio, e non solo una giustificata richiesta di fine dell’occupazione, il rancore abissale e razzista da cui sono sfociati i recenti episodi di terrorismo estremista e suicida, rimettono sul tappeto la necessità di capire la radice dell’antisemitismo. La dispersione e la divisione degli ebrei…

View original post 567 altre parole

La freccia di Dio

Avatar di Fabio BrottoBrotture

L’incontro di due culture radicalmente differenti è sempre difficile, ma lo è ancor più quando una è quella dei dominatori e l’altra quella dei dominati. Come accade nel bellissimo romanzo di Chinua Achebe La freccia di Dio (Arrow of God, 1964, trad. it. di S. Antonioli Cameroni, edizioni e/o, Roma 2004). Qui le due culture, nella Nigeria del 1920, sono quella dei colonizzatori inglesi e quella tribale degli Ibo. Come sempre nella grande narrativa di tutti i popoli, tuttavia, anche qui siamo fuori di ogni ottica del risentimento, e le cose sono viste con occhio acuto e con partecipazione oggettiva.
Sopra ogni altra è interessante la figura del protagonista Ezeulu, anziano sommo sacerdote della divinità locale Ulu. Siamo in un contesto religioso di tipo animista, con una pluralità di forze e figure soprannaturali e divine. Ezeulu appare drammaticamente cosciente non solo del rapporto di forza con gli…

View original post 314 altre parole

Viaggio di nozze

mod1Per la prima volta in vita mia leggo il mio primo libro di un autore poco dopo che gli è stato assegnato il Nobel. È Patrick Modiano. Ne leggerò altri, perché questo romanzo (Voyage de noces, 1990, riedito da Frassinelli nel 2014 nella traduzione di L. P. Caruso) mi è molto piaciuto. Narrazione frammentata, con intreccio di piani temporali, Viaggio di nozze ha un tono malinconico e crepuscolare, quello delle cose che finiscono.  La vita del personaggio che narra è sospesa, tra un passato ormai senza valore e un futuro vacuo, e le altre vite narrate appaiono anch’esse sospese, frammenti di un tutto che stenta a ricomporsi. Con l’eccezione della vita compiuta della protagonista femminile, suicida a 45 anni, di cui il narratore cerca di recuperare qualcosa, di esplorare il poco che si può riattingere. Non si tratta tuttavia di un testo nichilista, si avverte una profonda, sebbene controllatissima, pietà umana. Sullo sfondo, ma a tratti in primo piano, la Francia dell’occupazione nazista e di Vichy, e la caccia agli ebrei. Ma il senso è più ampio, e si riallaccia in fondo ad una sapienza antica, quella che dice che l’uomo è come l’erba. Caparbiamente, il protagonista-narratore si sforza di sottrarre qualcosa dal meccanismo dell’oblio. Ma qui il libro rispecchia la realtà: per quanto ci interessiamo al destino di questa o quella persona, le sue profondità rimarranno insondabili, e talvolta anche della persona stessa sparirà ogni traccia, e per quanto la cerchiamo di lei non riusciremo a sapere nulla, o solo qualcosa di vago e indefinito. Il corso di una vita, diciamo, e l’immagine è quella di un fiume, con le sue sponde e il suo andamento rilevabile e conoscibile. Ma questo corso è in realtà un misero filo. E tuttavia…

«Può anche succedere che una sera, a causa dello sguardo attento di qualcuno, si provi il bisogno di comunicargli, non la propria esperienza, ma semplicemente un po’ di quei particolari disparati legati da un filo invisibile che minaccia di spezzarsi e che chiamiamo il corso di una vita.» (p. 98)

Il male e la ricerca del bene

Avatar di Fabio BrottoBrotture

Franco Crespi nel suo libro Il male e la ricerca del bene (Meltemi, Roma 2006) vede il male come qualcosa (non dico a caso qualcosa—esso infatti non mi pare rigorosamente definito e nemmeno problematizzato fino in fondo) che deriva dalla tendenza umana a perseguire degli assoluti in differenti campi. La soluzione sembrerebbe quella dell’accontentarsi del limitato e del relativo, della saggia ricerca del minor male, ecc. Una soluzione laica, non nuova, in verità, ma sempre di nuovo offerta, in incessante lotta con quelli che appaiono gli integralismi, i fondamentalismi e i dogmatismi.
Quel che mi pare di poter rilevare, anche in relazione al breve e interessante passo sul desiderio che qui riporto, è che Crespi non si pone il problema del da dove venga questa brama di assoluto compimento che a suo parere è rovinosa. Insomma, mi pare che anche a Crespi faccia difetto una vera antropologia fondamentale, cioè…

View original post 181 altre parole

Chiara luce del giorno

Avatar di Fabio BrottoBrotture

product Chiara luce del giorno (Clear Light of Day) è un romanzo di Anita Desai del 1980, tradotto da A. Nadotti per Einaudi nel 1998. Io leggo l’edizione del 2001. È un libro scritto in stato di grazia, ricco, avvolgente e profumato. Storia di due sorelle, dei loro familiari e amici, e dell’India, su due piani temporali: il presente e l’anno fatale 1947, l’anno della divisione tra indù e musulmani, e della nascita cruenta del Pakistan.
I temi che si intrecciano nel testo sono numerosi, dalla condizione femminile al rapporto tra l’intellettuale e la tradizione, dalla religione alla nazionalità. E su tutto aleggia il mistero del tempo, in cui affondiamo le radici della nostra pianta, che presto perderà tutte le foglie. Due brani mi sono particolarmente piaciuti, e sono anche brani che fanno percepire profondità e splendore del libro. Nel primo si parla di zia Mira, che è ridotta al rango…

View original post 1.249 altre parole

Il giardino di cristallo

Avatar di Fabio BrottoBrotture

Vi è una scena altamente drammatica e narrativamente splendida nel romanzo dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf Il giardino di cristallo (Le jardin de cristal, 1982, trad. it. di A. Cristofori, Bompiani, Milano 2003): quando un gruppo familiare penetra di notte in un cimitero, con la complicità di un becchino, per esumare il cadavere di quello che sperano possa non essere il giovane Akbar, dato per caduto martire nella guerra Iran-Iraq un anno prima. La famiglia spera in uno scambio di persona fortuito, e di poter verificare che il morto sia un altro, e poter pensare che il congiunto si trovi prigioniero in Iraq. Il cadavere è nella terra da un anno, e loro pensano di identificarlo misurandolo. La scena è toccante e atroce. Spera e teme nello stesso tempo, la famiglia, perché il padre di Akbar ha nel frattempo convinto l’altro suo figlio Ahmad a sposarne la vedova. Così Ahmad…

View original post 332 altre parole

Il muschio grigio arde

Avatar di Fabio BrottoBrotture

Non deve essere stato facile per Silvia Cosimini, di cui ho già apprezzato la bella traduzione del romanzo di Laxness Gente indipendente, rendere in italiano lo stile di Thor Vilhjálmsson, uno stile poetico lirico-tragico che fa del romanzo Il muschio grigio arde (Grámosinn glóir 1986, ed. it. Iperborea, Milano 2002) qualcosa di assolutamente inconsueto e molto affascinante. Pure, l’operazione mi pare riuscita, come testimonia questa splendida pagina, nella quale il paesaggio pastorale islandese, che il giovane magistrato Ásmundur sta attraversando per raggiungere il luogo della sua inchiesta, si mostra insieme sereno e inquietante, immemoriale e mitopoietico. Le radici dell’infelicità umana sono nella natura stessa.

Sera in una valle disabitata. Il sole si volge verso l’invisibile, oltre l’incorniciatura della valle, le colli­ne a occidente. La gratitudine della terra per il gior­no trascorso si leva come una foschia violacea nel lontano ovest, mentre il sole ha ancora un tratto da…

View original post 529 altre parole