Il sorriso eterno

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lag.jpgIl sorriso eterno di Pär Lagerkvist (1920, trad. it. G. Prampolini, Iperborea, Milano 1990) è un romanzo anomalo, in apparenza. Lagerkvist è uno di quegli atei usciti dal luteranesimo nordico che vivono drammaticamente l’impossibilità di un ritorno alla fede dei padri, e che anelano alla trascendenza, ad un luogo supremo di conciliazione. Qui la storia si svolge tra i morti. Come tutti i moderni, Lagerkvist non riesce a rappresentare in modo poeticamente convincente il mondo dei defunti, l’altro mondo. E qui abbiamo un aldilà spoglio, in cui i morti sono sospesi in una condizione larvale, o meglio appaiono fissati nel ricordo della vita che hanno vissuto. Siedono nel buio, metafora del nulla, però parlano, sebbene paiano non ascoltarsi l’un l’altro per davvero. Ad un certo punto decidono di alzarsi e partire alla ricerca di Dio (che il traduttore, chissà perché scrive con l’iniziale minuscola). Camminano per un tempo lunghissimo, in…

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I tamburi della pioggia

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tamburi.jpgUn tremendo assedio della fortezza albanese di Kruja nel XV secolo è narrato nel romanzo di Ismail Kadaré I tamburi della pioggia (1972, edito da Corbaccio nel 1997). I Turchi sono i nemici, ma la vicenda è vista dalla loro parte, tranne in alcune pagine in cui l’ottica è quella degli Albanesi assediati. È un massacro terribile quello che viene descritto. La campagna di conquista dell’Albania da parte degli Ottomani è una pagina davvero balcanica. Eppure tutti sono umani, nel libro, molto umani pur nella loro violenza. E ciò che è avvenuto in quegli anni spiega, secondo Kadaré, il destino dell’Albania fino ai nostri giorni.

Cominciò a piovere il 13 settembre, all’alba. Mi accingevo a ordinare il cambio delle sentinelle quando le prime gocce punteggiarono il suolo.
Spuntava il giorno. Avrei voluto far suonare la diana, ma ci rinunciai, pensando che gli uomini erano spossati dagli sforzi del giorno prima. Mi…

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A Short Treatise on the Metaphysics of Tsunamis

51dfe+wiHbL__SY344_BO1,204,203,200_Un libretto di sole 81 pagine, ma ricco di pensiero e di stimoli questo A Short Treatise on the Metaphysics of Tsunamis (Michigan State University Press 2015). Si tratta della traduzione in inglese di un testo di Jean-Pierre Dupuy pubblicato nel 2005 per le Editions du Seuil, Petit métaphysique des tsunamis. Di Dupuy ho letto Economy and the Future e Rational Choice before the Apocalypse. Si tratta di un pensatore apocalittico-razionale di grande interesse e profondità. In questo trattatello prende in esame il rapporto degli umani al futuro, e la posizione che essi assumono davanti alle grandi catastrofi e al tema della responsabilità davanti ad esse: eventi come il Terremoto di Lisbona e lo Tsunami dell’Asia vengono messi in relazioni ad altri eventi apparentemente del tutto disomogenei, come la Shoah e l’annientamento di Hiroshima e Nagasaki, mostrando la radice della responsabilizzazione dell’umano, in Rousseau, che porta da un lato alla naturalizzazione di eventi come un bombardamento atomico, dall’altra alla umanizzazione della natura scatenata. Alle due categorie classiche di male naturale e male morale, sulla scorta di una meditazione sull’opera di Hannah Arendt e di Günther Anders, Dupuy aggiunge quella di male sistemico, che si verifica quando l’umano è trasceso dalla sua propria stessa potenza tecnologica, come nel caso di Hiroshima.

«Chiunque creda che l’umanità possa continuare a contare sulla scienza e la tecnologia per trovare la soluzione ai problemi creati dalla scienza e dalla tecnologia, come esse hanno fatto finora, non crede realmente che il futuro sia reale. Perché il futuro è pensato come fosse qualcosa che facciamo noi stessi, esso è tanto indeterminato quanto il nostro libero volere: e dal momento che lo inventiamo noi, non vi può essere alcuna scienza del futuro. Come la teodicea, anche l’antropodicea immagina il futuro come avente una struttura ad albero che genera un catalogo di esiti possibili. Il futuro che si realizzerà è quello che ci siamo scelto. Ma negare che il futuro sia reale presenta un ostacolo metafisico potenzialmente fatale. Perché se il futuro non è reale, nemmeno una futura catastrofe è reale. Confidenti nella nostra capacità di evitare il disastro, non lo consideriamo una vera minaccia. Questo è il circolo vizioso che il metodo dell’apocalissi illuminata tenta di rompere». (p. 59)

E l’apocalissi illuminata, l’annuncio illuminato di una catastrofe imminente, è un atteggiamento che al fine di disintossicare l’umanità dalla sua violenza «… consiste nell’agire come se noi tutti fossimo destinati ad essere le sue vittime, tenendo in mente nello stesso tempo che noi soltanto siamo i responsabili di ciò che ci accade. Questo doppio azzardo, questo stratagemma, potrebbe essere la nostra sola speranza di salvezza». (p. 56)

Perché tu non ti perda nel quartiere

copPour que tu ne te perdes pas dans le quartier, 2014, trad. it. di I. Babboni, Einaudi 2015. Questo è un Modiano recentissimo, ma come si sa lo scrittore francese mantiene un’assoluta costanza e continuità dei temi di fondo, e qui abbiamo ancora una volta l’eterno Modiano. Qui il protagonista è uno scrittore settantenne, ma cambia poco: c’è, in aggiunta alla solita nebulosità e inconsistenza delle persone l’incombere della vecchiaia e del particolare oblio che porta con sé. Come se l’irrecuperabilità del passato, e delle persone del passato, perno di tutta la narrativa di Modiano, qui subisse una inclinazione verso la solitudine più radicale. Il settantenne ricorda due fasi della sua vita, e così al presente della storia si mescolano due passati. Il primo è quello di lui bambino, affidato ad una giovane donna dalla vita equivoca; il secondo passato è quello di lui giovane scrittore al primo libro, che incontra quella stessa donna, non più così giovane. Vi è poi il presente, in cui quei due passati si parlano vanamente fra loro, mentre la donna è scomparsa dal mondo. Ricerche si sommano a ricerche, tutte vane. Il libro si chiude con un ricordo struggente ma declinato con sobrietà di grandissimo scrittore:

La notte, mentre lei telefona nella camera vicina, lui sente il suono della sua voce ma non le parole. Al mattino lo risvegliano i raggi di sole che attraverso le tende penetrano nella stanza e formano macchie arancioni sulla parete. All’inizio è quasi niente, uno scricchiolio di pneumatici sulla ghiaia, un rumore di motore che si allontana, e ti serve ancora un po’ di tempo per renderti conto che in casa resti solo tu. (p. 123)

Il palazzo del desiderio

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mah.jpgIl romanzo di Naghib Mahfuz Il palazzo del desiderio (Qasr al-Shawq, 1957, tradotto in italiano da B. Pirone e pubblicato da Tullio Pironti Editore, Napoli 1991) fa parte di una trilogia che presenta molti elementi di interesse. Uno è costituito dal personaggio del pater familias, il sayyed Ahmad, dispotico e amoroso insieme, incontinente erotomane e religioso, ripieno di senso dell’onore e infaticabile gozzovigliatore notturno. Molto simpatico. Il figlio Kamal, un giovane idealista, vuole iscriversi alla facoltà di magistero, il cui unico sbocco è l’insegnamento. Il sayyed Ahmad cerca di dissuaderlo con ogni argomento, e tra l’altro dice:

“È come ti dico io, ed è per questo che essa attira solo raramente alcuni figli di famiglie rispettabili. E poi, il mestiere di professore… Hai qualche idea del mestiere di professore, o quello che ne sai non va al di là di quello che mostri di sapere della scuola magistrale?…

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Il ladro della Bibbia

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tuns.jpg«Mettere a fuoco l’anima dentro il ciarpame del corpo è sempre un lavoro difficile. Certe anime sono a cielo aperto, esposte all’ardore del sole, altre invece sono nascoste nel profondo, e bisogna saltare tonnellate di scorie verbali per riuscire a intravederle». (p. 115) Questo è detto a proposito di un vecchio, un nonno di molti bambini, che vive un crepuscolo della vita miserevole, invalido e privo di parola, e col soprannome di General Pattume, nell’incantevole romanzo di Göran Tunström Il ladro della Bibbia (Tjuven, 1986, trad. it. F. Ferrari, Iperborea, Milano 2006). Ma l’intero romanzo è un romanzo sulle anime, sulla loro vocazione all’apertura e sul rischio di una chiusura soffocante che sempre debbono affrontare e non sempre riescono a superare. La ricca galleria di personaggi del libro fornisce esempi di anime che riescono a mantenere un’apertura all’altro e all’amore, una forma di trascendenza, ed esempi opposti di…

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The Ambivalence of Scarcity

copThe Ambivalence of Scarcity and Other Essays di Paul Dumouchel (Michigan State University 2014) è una raccolta di saggi scritti in un lungo lasso di tempo, a partire dal 1979. Di estremo interesse ho trovato l’analisi della fondazione storica dell’idea di scarsità dei beni, che regola l’intero impianto dell’economia e delle società occidentali a partire dal Settecento, e che ha immense conseguenze sul piano sociale e politico. Il libro di Dumouchel è molto stimolante dal punto di vista intellettuale, e sollecita un pensiero critico indipendente e libero dai pregiudizi di ogni tipo. Riporto qui le ultime righe dell’ultimo capitolo della Conclusione, intitolato L’autorità morale dello Stato.

  • * * * * * *

L’individualismo significa anzitutto che noi siamo agenti indipendenti, non legati l’uno all’altro da obbligazioni personali reciproche di solidarietà. In secondo luogo, significa che noi siamo liberi nel senso implicato dalla moralità moderna dell’auto-governo, e quindi possiamo mancare di adempiere agli obblighi morali che ci competono senza patire alcuna sanzione. In terzo luogo, l’individualismo significa che noi siamo eguali, nel senso che deriva dall’aver trasferito allo Stato l’autorità unica di decidere tra violenza buona e violenza cattiva. Di conseguenza, noi siamo eguali in quanto siamo liberi e indipendenti nel modo che è assunto dalla teoria economica. L’individualismo infine implica che la reciprocità riappaia solo al livello dello Stato, al livello in cui è determinato ciò che costituisce violenza legittima. Qui è il luogo in cui l’universalità caratteristica dell’individualismo è chiusa. Al livello dello Stato, dove la reciprocità riappare come una dimensione fondamentale delle regole della solidarietà, le regole della solidarietà diventano applicabili e sono nel contempo esclusive e condizionali. Noi non dobbiamo la stessa solidarietà ai non connazionali che non appartengono allo schema di reciprocità che caratterizza noi come membri di questo o quello Stato. Inoltre, nei contesti internazionali, nelle nostre relazioni con gli stranieri, spesso perfino le obbligazioni morali, come la veridicità e il mantenimento delle promesse, tendono a essere condizionali rispetto alla risposta del beneficiario. Esse richiedono reciprocità, e di conseguenza perdono la libertà e il carattere incondizionato che le rende propriamente morali.
Il monopolio statale della violenza legittima è la fonte da cui discende quello che noi chiamiamo moralità: le libere obbligazioni, la trasgressione delle quali non comporta immediatamente sanzioni, può esistere solo alla sua ombra. L’etica è un prodotto dello Stato moderno, come lo sono i  mercati della economia moderna. Il recente allontanamento dall’obbligazione come categoria morale centrale potrebbe essere visto come liberatorio, ma esso è anche legato ad una naturalizzazione dell’etica, alla sua trasformazione in scienza, cioè a dire in una autorità che si colloca al di fuori della discussione democratica. La profonda trasformazione dello Stato moderno di cui siamo testimoni non è connessa per accidente al presente fallimento dei meccanismi del mercato. I mercati finanziari che sfuggono al controllo dei singoli Stati sono arrivati a dominare l’economia mondiale, ma come recentemente ha notato André Orléan, i mercati finanziari non soddisfano le condizioni necessarie per potersi auto-regolare. Eguaglianza e libertà sono due realizzazioni molto fragili e imperfette dello Stato moderno, che dipende dal violento meccanismo di trasferimento che fonda il suo monopolio della violenza legittima, la sua capacità di distinguere tra la violenza buona e quella cattiva. L’attuale metamorfosi dello Stato moderno minaccia queste conquiste: essa sta anche progressivamente ma chiaramente mutando la nostra relazione con la violenza legittima. Stati modello di virtù democratiche, come il Canada e il Regno Unito, hanno di recente deciso che l’evidenza ottenuta mediante tortura può essere accolta nei processi come legale. Non vi è ragione di credere che ciò costituisca un progresso. (pp. 348-349)

Pedofilia cattolica

122843592-efe97449-5357-4350-b356-6863873f0c08Non so come i giornalisti siano arrivati a quel vecchio prete di Trento, don Gino Flaim, che si esprime in modo confuso e forse non è più tanto lucido. Non lo so, ma penso che in questi giorni i media siano scatenati alla ricerca di scandali interni alla Chiesa, e soprattutto di preti che rilascino dichiarazioni sulle quali si possa sollevare una canea. Dal canto mio, sono estremamente critico nei confronti dell’organizzazione della Chiesa Cattolica, della formazione nei seminari, della visione cattolica della sessualità, del celibato imposto, ecc., e so bene che anche in Italia ci sono preti pedofili (e pedofili-omosessuali, in verità, perché le loro prede sono sempre bambini e non bambine: ma su questo non ho letto alcun ragionamento). Tuttavia, il linciaggio non mi piace, soprattutto se legato ad espressione di idee, nel caso di don Flaim anche confuse. Perché è ben vero che il prete sembra dire che comprende la pedofilia, ma se la comprendesse nel senso di giustificarla non direbbe «Sono pienamente d’accordo con quanto ha detto Papa Francesco, sulla sua condanna verso certi atti». E nemmeno  «Dico che qualche prete pedofilo ci può essere, non mi meraviglio. Ma non li giustifico. La pedofilia è una malattia. La Chiesa deve aiutare questi peccatori, occorre misericordia». Dunque, forse intendeva dire che comprende come possa accadere che, di fronte al bisogno di affetto espresso da certi bambini,  qualche educatore possa essere indotto in tentazione. È evidente l’attribuzione all’atteggiamento del bambino di una sorta di provocazione erotica. Ma questo è un gravissimo errore: il bambino che a casa non riceve affetto lo può sicuramente ricercare altrove, ma si tratta di affetto paterno e materno, non di affetto erotico. Un bambino necessita di figure paterne o materne, o anche fraterne, non di figure erotiche. In ogni caso, le parole del prete sono confuse e contraddittorie, ma non mi pare che si debbano interpretare come una volontaria giustificazione o legittimazione della pedofilia. Ma ancor più significativo della confusione mentale di un anziano sacerdote è il fatto che anche questo caso dimostra l’estremo bisogno che la nostra società ha di capri espiatori. Quel prete non è un pedofilo, ma il fatto che dalla sua bocca non sia uscita una pura e semplice condanna dei preti pedofili, questo è stato sufficiente per farne un oggetto di lapidazione. Nell’attuale eclissi delle perversioni, per cui nella società occidentale tutti i comportamenti, o quasi tutti, vengono tollerati e legittimati (purché non danneggino altri), la pedofilia rimane per la stragrande maggioranza delle persone un abominio assoluto, imperdonabile, inemendabile, mostruoso, e l’accusa di pedofilia è l’unica che possa marchiare un essere umano facendone un reietto. Per questo, quello della pedofilia è un terreno estremamente scabroso, sul quale bisognerebbe muoversi con una cautela ed un discernimento che oggi mancano. E mancano, ahimè, anche nella Chiesa Cattolica, nella quale la cautela in questa materia ha storicamente assunto un profilo patologico. Da un lato pedofilia e omosessualità diffuse al suo interno, dall’altra la questione femminile in una istituzione androcratica: la concezione e il governo della sessualità e dei rapporti tra i due generi pone una questione urgentissima. E dubito fortemente che l’attuale Sinodo sulla Famiglia possa apportare cambiamenti radicali.

Il sacrificio sospeso

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petr.jpgIl sacrificio sospeso di Silvano Petrosino (Jaka Book, Milano 2000) è uno scambio epistolare con Jacques Rolland. Questi accusa il cristianesimo di essere una religione sacrificale, e per questo lo rifiuta violentemente («Ti chiedo di accettare di pensare che una dottrina in cui la morte celebra se stessa al punto che un Dio celebra la propria morte, instancabilmente ripetuta e celebrata nel sacrificio della messa, può certamente suscitare una bella volontà polemica, ma provoca soprattutto un’immensa nausea in colui che non ha mai avuto “lo stomaco abbastanza forte” per resistere davanti a un cadavere.»). La risposta di Petrosino è chiaramente orientata al superamento della residua sacrificalità ancor presente nel cristianesimo, e tuttavia in essa il nome di René Girard non si incontra mai. Ne cito un bel passo:

Da questo punto di vista è sempre in direzione dello stringersi dell’Alleanza che bisogna leggere la sospensione qui in questione e il…

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Collina

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gion.jpgQuattro casolari isolati (i Masi Bianchi) e una piccola comunità di agricoltori, su cui incombe la collina: lo scenario del romanzo di Jean Giono Collina (1929, pubblicato in Italia nel 1998 da Guanda) è piccolo e insieme grandioso, non solo per lo straordinario linguaggio, di strepitosa ricchezza, che è proprio dell’autore provenzale, ma per il potente senso di rivelazione sacrificale che si impone al lettore non ottuso. C’è un vecchio ottantenne che giace in fin di vita (Janet) per molti giorni nel suo letto, in una sorta di delirio lucido e malvagio, da cui traspare un fortissimo risentimento nei confronti del piccolo gruppo umano che lo circonda. Una volta ancora: l’odio non nasce dalla non-conoscenza reciproca, benedette creature! È qui il risentimento del malato verso i sani.

“Che cosa ti abbiamo fatto?” “Ve ne state sempre lì davanti ai miei occhi, con le gambe che si muovono, con le braccia come…

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