
Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Nel 1959, a 8 anni, ero diventato un lettore accanitissimo dei romanzi di Verne e Salgari che erano stati del mio sconosciuto zio Gaetano, e che giacevano in soffitta. Li avevo sempre in mano, li leggevo e rileggevo, mi facevano sognare.
Mi madre, Teresa Ghedina, era una maestra elementare, e una donna molto pia. Era molto preoccupata dell’educazione dei suoi due figli, e stava in apprensione, temeva che qualcosa potesse deviarci dalla retta via, aveva una costante paura di commettere sbagli e incorrere in disattenzioni. Temeva, per esempio, che subissimo l’influsso di cattive compagnie, e che leggessimo libri non buoni. Così si preoccupò molto del mio leggere in continuazione romanzi di avventura, e un giorno chiamò a casa il parroco, don Gino, perché esaminasse quello che leggevo e decidesse lui se potessi continuare o no. In quei giorni stavo leggendo Cinque settimane in pallone di Verne, con grande entusiasmo. Don Gino si fece consegnare il libro, lo sfogliò, lesse a voce alta una pagina, e guardandomi fisso mi chiese: «Ti piace ‘sta roba?».
Avevo ricevuto un’educazione cattolica Anni Cinquanta, molto pesante e fondata sull’ossessione del peccato e delle sue gravissime conseguenze. Più che di Cristo, al catechismo mi si era parlato del demonio e di tutte le sue incarnazioni attuali: i comunisti, i protestanti e soprattutto i piaceri di questo mondo. In realtà, devo riconoscere che il cappellano, don Carlo, non era molto su questa linea, ma il catechismo lo facevano alcune piissime signore, che terrorizzavano i bambini con storie di peccatori puniti dal demonio, racconti che mi regalarono molti incubi notturni. Insomma, mai avrei voluto contraddire un prete, da cui dipendeva la salvezza della mia anima dal fuoco dell’inferno. Così, alla domanda di don Gino risposi con un tremante «no…». Fu una catastrofe psicologica e culturale, che mi segnò per moltissimo tempo. La mamma fece sparire tutti i libri di Salgari e Verne, e io non presi più in mano un romanzo fino ai miei sedici anni.

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere
Il mio secondo libro dalla soffitta, nel 1958, fu Due anni di vacanze, di Giulio Verne (come si diceva allora, pronunciandolo così com’è scritto). Anche questo lo lessi molte volte, fino a saperne ripetere a memoria alcuni passaggi. Un naufragio lascia a se stesso su di un’isola selvaggia un gruppo di adolescenti. La stessa situazione che investigherà Golding ne Il signore delle mosche, con esiti opposti. Qui i ragazzi si organizzano civilmente, come un Robinson Crusoe collettivo. Nel romanzo non c’è neanche una donna, pura avventura maschile, che bello! E questi ragazzi coi fucili, quelli veri, come li invidiavo, io che mi dovevo accontentare del mio Bengala a pallini di gomma… E quei ragazzi erano seri, così seri, che per tutta la mia vita successiva sono stato anch’io una persona seria.

I miei genitori mi avevano fatto leggere solo libri illustrati per bambini, quando nella primavera del 1958 mi capitò tra le mani il romanzo di Salgari I minatori dell’Alaska. Un libro che faceva parte di una collezione della famiglia di mia mamma, erano libri degli anni 30-40, di mio zio Gaetano Ghedina, che io non conobbi mai, perché a vent’anni nella primavera del 1945 si era arruolato nelle Camicie Nere, e fatto prigioniero dai partigiani fu fucilato dopo il 25 aprile. Gaetano doveva avere amato molto Salgari e Verne, ce n’erano parecchi, tutti rilegati con copertine dure marmorizzate. Dunque, la sorte volle che il primo vero libro in assoluto fosse per me I minatori dell’Alaska. Avventure allo stato puro, tra lupi, orsi, indiani Athabaska e molti animali di ogni sorta. Lo divorai, e lo rilessi poi molte volte, sognando di diventare un cacciatore, bramando una carabina e terre selvagge.
Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere
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