Scuola e non scuola 16

   

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

21 luglio 2003 A.D.

MEMORIA. Leggo questo passo nel libro di Muhammad Barrada Come un’estate che non tornerà più (Mithla sayf lan yatakarrara, 1999, trad. Monica Ruocco, Edizioni Lavoro, Roma 2001) a pagina 40.  «Niente è scontato: più ci avviciniamo a quanto crediamo sia la verità, più scopriamo aspetti inediti che rivelano fenomeni e imprevisti trascurati nella prima formulazione delle domande. La memoria, poi, non è affatto univoca, è come quell’estate del 1956, che non si ripeterà più nella vita di Hammàd. Anzi, la memoria ha più patrie e spazi. Perciò ci sentiamo di vivere, come si dice, tra due fuochi: l’utopia del ricordo e l’utopia del desiderio. Quando ricordiamo, il desiderio si insinua e viene a colorare la nostra memoria, e da una memoria utopica attingiamo il desiderio, abbandonandoci ad esso». 

Nell’estate del 1956 mi preparavo a iniziare, il 1 ottobre veniente, la prima elementare. Avevo già sviluppato, grazie agli insegnamenti ricevuti all’asilo e alle pratiche relative, una buona abilità grafica, un controllo disciplinato della manualità. Le pagine di astine e ornamenti geometrici delle pagine stesse, che mi dilettavano assai, mi avevano dato la capacità di tenere in mano le matite e le penne in modo corretto. Non avevo mai percepito il lavoro grafico di pre-scrittura come prescrizione spiacevole e coazione fastidiosa. Riprendendo in mano i miei quadernini delle elementari e paragonandoli con opportuna collazione ai quadernoni della prima elementare dei miei figli, non posso non notare l’abisso. Che chiarezza di scrittura (nei miei quadernini)! Che disciplina mentale! Quale esercizio formale! E quante cose sapevo, sapevo davvero, soprattutto sul piano linguistico, ma anche storico, geografico e scientifico, in confronto alla miriade di pseudonozioni, vacuità, pressappochismi rintracciabili nei quadernoni dei figli. Là sintesi (già stimolata dalle ridotte dimensioni delle pagine), qui ammassi di notizie frammentate, senza capo né coda, scorrenti come acqua sul granito per finire nel mare indifferenziato del non-sapere globale.

Guardate le mani dei vostri allievi quando scrivono. Osservate come tengono in mano le penne. Ci sono numeri di contorsionismo, c’è un’anarchia digitale, pare che nessuno abbia insegnato loro, a tempo debito, come si tiene in mano una penna. Come meravigliarsi, allora, se ne escono grafie illeggibili, se per correggere un pacco di compiti di italiano ci vogliono giorni (a meno che non si faccia finta di correggere, che implicherebbe il leggere, come alcuni colleghi fanno – la frase è volutamente ambigua).

Ma “quando ricordiamo il desiderio si insinua”, scrive Barrada. Il ricordo viene manipolato dal desiderio, la lotta proustiana è impossibile, bisogna accontentarsi della coscienza della propria fallibilità, della complessità del mondo, dell’universale fluire delle cose, di noi stessi. Anche questa estate, che precede l’anno scolastico 2003-2004, non tornerà più.

ROMANZO. Come inoculare nei giovani studenti il piacere di leggere? Forse siamo fuori tempo, l’occasione c’è stata qualche decina di anni fa, poi la società dell’immagine ha distrutto la testualità. O forse no, forse qualcosa si può fare ancora. Se fossi del tutto pessimista, non avrei escogitato questa disciplina della letteratura comparata, che ha portato la mia cattedra a diciannove ore, e che comporta per i ragazzi/e la lettura di un romanzo per quadrimestre. Pare che la cosa piaccia, anche perché di alcuni libri vediamo anche la trasposizione filmica, con i problemi che essa pone. La cosa certa è che i giovani italiani leggono meno dei loro coetanei europei, soprattutto i maschi. Anche qui il problema non si può affrontare in modo tecnico: è un problema di relazione intersoggettiva, estremamente complesso e sfaccettato: è chiaro anzitutto che se l’insegnante deve essere veicolo dell’amore per la lettura egli deve a sua volta amarla appassionatamente. Anche se «la disgrazia è la sostanza stessa di qualsiasi passione» (Tahar Ben Jelloun, Notte fatale, Einaudi 1993, pag. 73).

Scrive Antonio Faeti nel suo saggio dal bel titolo balzacchiano Un tenebroso affare, a pag.124 del primo volume La cultura del romanzo (Einaudi, Torino 2001) della monumentale opera a cura di Franco Moretti Il romanzo:  «Una postilla da apporre alla più che centenaria vicenda del rapporto doloroso tra Salgari e la scuola italiana può solo far sorridere: attualmente i romanzi del “capitano” sono rifiutati perché troppo difficili, troppo densi di informazioni, scritti in una lingua che non si collega allo scarsissimo vocabolario dei ragazzi di oggi. Si sono compiuti anche tentativi per riscriverlo e ripubblicarlo dopo averlo “tradotto ” in una lingua più semplice, meno forbita, meno colta. La radicale opposizione della scuola a Salgari è, propriamente, l’odio della scuola verso il romanzo. Non c’è un manuale di pedagogia del romanzo che tenga davvero conto delle implicazioni educative che sono specifiche del romanzo stesso. Se ne esistesse uno, dovrebbe contenere la storia di questo antagonismo radicale. L’alterità, l’individualismo pensoso e responsabile, il colloquio con se stessi, l’aspirazione a una libertà di coscienza che si sviluppi a contatto con i grandi paradigmi dell’umano, l’invenzione incontrollata fino a includere un uso didattico della categoria del bizzarro, l’incentivo all’analisi dei caratteri, lo spirito avventuroso della ricerca innovativa, sono tutte forme di espressione e di conoscenza che la scuola rifiuta e che, forse, proprio non può accettare». 

Penso che citerò questo passo di Faeti nei miei programmi per l’anno scolastico che si apre. Perché è ben vero che la scuola ha odiato il romanzo, la forma letteraria sovrana della modernità. Forse perché il campo del romanzo è il luogo di manifestazione di una suprema libertà. E la libertà dello spirito è pericolosa, non la si vuole stimolare, si preferiscono schemi, programmi che devono verificare il già previsto, che escludono il novum. Nella mia visione antropologica della letteratura il romanzo è il punto cardinale. Proprio per quello che qui emerge nel discorso di Faeti. Come si fa ad accettare l’alterità se non ci si confronta con essa, anzitutto riconoscendola come tale? Per questo l’insegnante di letteratura deve mettere gli studenti a contatto con ciò che è profondamente differente da loro, fino a far loro amare quest’alterità. Ma pensate di trovare nel linguaggio del trionfante psicopedagogismo tecnolatrico qualcosa come individualismo pensoso e responsabile, colloquio con se stessi, libertà di coscienza, grandi paradigmi dell’umano, invenzione incontrollata, spirito avventuroso, ecc.? Incontrollata: una parola del genere fa paura a pedagogisti, Dirigenti, Ministri, e anche a molti docenti, ahimè. E spirito avventuroso, poi! Già con lo spirito han scarsa dimestichezza, figurarsi se è avventuroso. Penseranno che si tratti di un’espressione fumettistica. Spirito avventuroso: che cosa vaga e imprecisa, che sapore di Ottocento, vuoi mettere l’eleganza e l’efficacia di monitorare, implementare, certificare?

SCONFITTI. Non è detto che essere tra gli sconfitti conferisca una capacità di visione superiore a quella dei vincitori. Certo non è accaduto a gente come Eichmann, e nemmeno ai brigatisti rossi. Di per sé lo sconfitto non è, in quanto tale, migliore del vincitore. Ma a qualcuno l’appartenenza al novero dei vinti dona una sorta di chiaroveggenza. È accaduto a La Rochefoucauld, come ci ricorda Christa Bürger nel suo saggio Il sistema dell’amore. Genesi e sviluppo della scrittura femminile, a pag. 490 del volume einaudiano sul romanzo che ho citato sopra. «La malinconia di La Rochefoucauld è (…) più d’una mera inclinazione soggettiva: è uno strumento di conoscenza straordinariamente sviluppato». La melanconia mi appartiene in quanto sempre sconfitto, ma anche in quanto spirito contemplativo, saturniano, anche se trascesa nella coscienza che l’universale passare delle cose appartiene alla totalità dell’eterno. Pure, essa è inscritta nella mia natura mortale, e mi fa vedere le cose che ai non-melanconici sono celate. Il fatto di sapere che una battaglia è perduta non impone di per sé la resa, come ho detto in molti luoghi. Può essere che un domani le forze della ragione, che nel mondo della scuola oggi sono in difficoltà, prevalgano. «Come diceva un uomo del XVII secolo, un nemico di Luigi XIV: ‘Non c’è bisogno di sperare per intraprendere né di riuscire per perseverare’. Continua, componi, componi e abbi il coraggio di suonare, bisogna esistere, insisto, e-si-ste-re» (Tahar Ben Jelloun, L’hammam, Einaudi 2002, p.45). D’altra parte bisogna anche chiedersi se vi sia mai stato un periodo aureo dell’istruzione in Italia. Non credo. «Quando ricordiamo, il desiderio si insinua e viene a colorare la nostra memoria, e da una memoria utopica attingiamo il desiderio, abbandonandoci ad esso».

RINOMINARE. Sul Corriere della Sera del 29 agosto compare la notizia che una scuola media romana, intitolata al generale Giorgieri assassinato dalle BR, muterà il proprio nome in Fabrizio De Andrè. Sono portato a diffidare della forma in cui i giornali riportano le notizie, in particolare quelle sulla scuola, ma un fondo di verità ha da esserci. La furia del rinominare è molto presente in Italia, e genera forti perturbazioni all’interno dell’odierna esaltazione collettiva della memoria, per così dire. Ma Giovanni Belardelli conclude il suo pezzo con un attacco agli insegnanti: «… dovremo forse incominciare a interrogarci sulla qualità del nostro corpo docente». A parte il fatto che in decisioni del genere il peso dei docenti è scarso, come forse il Belardelli ignora, chi si dovrebbe interrogare? Secondo me, anzitutto i politici, che hanno in primis la responsabilità di un intervento. Propongo D’Onofrio il saggio alpestre come primo interrogantesi sulla qualità, a patto che non usi i congiuntivi. Sull’inserto del Corriere, Sette, di questa settimana compare in copertina, in atteggiamento da soubrette, l’ex Presidente della Camera Irene Pivetti. Dieci anni fa, quando incarnava l’altissima carica dello stato, sembrava la moralità fatta persona, oggi a quarant’anni o giù di lì fa la sexy-conduttrice televisiva. A questo fluido ceto politico, che trova normale tutto ciò, e comprende in sé, ad es., sottosegretari con la sola licenza media che straparlano e pontificano ecc., noi chiediamo con forza e convinzione di interrogarsi sulla qualità del corpo docente.

SPIAGGIA. Sulla spiaggia d’agosto è forte la tentazione di sentirsi all’ultima spiaggia. Incontro per caso un mio amico medico, che lavora in un grande ospedale. Mi appare deluso dei risultati del suo impegno. Mi dice che nell’ambiente ospedaliero oggi non contano tanto le capacità professionali quanto l’abilità nel gestire le relazioni a livello politico-amministrativo. Si va avanti in carriera non per le doti ma per gli appoggi. Non mi sorprende, nella scuola è lo stesso. Ma, ci chiediamo entrambi, da questo punto di vista la situazione è peggiorata o siamo noi che invecchiando tendiamo a vedere più nero? A noi sembra di essere realisti, e che in effetti il “tono etico” della nostra società stia gradualmente diminuendo.

Sulla spiaggia d’agosto incontro un mio amico che insegna letteratura greca antica all’università. Parliamo ovviamente di università e di scuola. Lamenta che le matricole di anno in anno siano sempre più impreparate dal punto di vista linguistico. Secondo lui, che è di sinistra, la Sinistra italiana della scuola non ha capito niente, e si è scavata la fossa con le sue mani. Il problema è che l’ha scavata anche alle classi deboli del Paese. Sono d’accordo, per me Moratti e Berlinguer sono due facce della stessa medaglia. Dice che l’università è ormai alla frutta, che il baronaggio di ieri è niente in confronto alla palude di oggi, che le riforme berlingueriane sono state devastanti, che se non hai un santo protettore potresti anche essere Leonardo da Vinci ma non entri, il 100% dei concorsi sono farse, che la maggior preoccupazione dei rettori è l’immagine, che c’è in parlamento una lobby di professori associati che fa quello che vuole, che per salire occorre maneggiare. Nihil sub sole novi: «In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorte: i pochi che comandano; l’universalità che serve; e i molti che brigano» (Ugo Foscolo).

BERLUSCONIANO. Mi sento berlusconiano: in giugno ho pubblicato il mio Anti-pathos (su La coscienza di Zeno) in versione inglese sulla rivista on line dell’antropologia generativa Anthropoetics  (con due I ci siamo: informatica e inglese, mi manca l’impresa, ma quella è affare dei Dirigenti che come tutti sanno in materia sono preparatissimi). A seguito di quella pubblicazione, mi scrive una simpatica mail Thomas F. Bertonneau, che insegna letteratura inglese alla Central Michigan University. Tra le altre cose mi chiede se anche i miei studenti abbiano una pretesa di “unicità” e “originalità”. Secondo lui è questa pretesa, che i suoi studenti esprimono con forza, che impedisce loro di imparare, e lui deve spendere molta fatica a dimostrare loro che non sono affatto originali, ma che i loro atteggiamenti e le loro convinzioni sono frutto di mimesi. Mi convinco sempre di più dell’importanza e dell’urgenza di una meditazione pedagogica sulla mimesi. Se ne avrò la capacità, la svilupperò all’interno delle prossime Croniche.

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