Scuola e non scuola 15

  

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

21 luglio 2003 A.D.

UCRONIA 1. Spesso quelli come me sono accusati dai progressisti di essere fuori del tempo. Di essere reazionari e sballati, perché quelli come me – che sono pochi – parlano contro l’ossessione del misurare, monitorare, programmare, contro la vacua retorica della qualità certificata e basata sul nulla, contro la pretesa di fare dell’insegnamento una merce acquistabile e del docente un fornitore di prestazioni surrogabili dalle macchine. Quelli come me pensano, ad esempio, che leggere un libro o un quadro sia un atto spirituale complesso e sottraentesi alla misurazione. I più vicini al concetto psicotico ossessivo della misurazione sono stati nei secoli andati, i classicisti che, ossessionati appunto dall’idea di misura (quella loro, desunta acriticamente da una tradizione classica ridotta a schema vuoto) per secoli hanno ritenuto, ad esempio, la Divina Commedia un’opera rozza. L’idea di misura che pervade la mente di tanti pedagogisti e docimologi è più affine ad una visione classicista che al vero spirito scientifico. Ma loro non lo sanno, anche perché in genere il pedagogista manca di qualsiasi profondità culturale. Quelli come me – che sono pochi – non si identificano con le vecchie cariatidi della scuola italiana, quelle, per intenderci, che concepivano lo studio come puro assorbimento (momentaneo peraltro, ché passata l’interrogazione tutto svaniva, o quasi) di masse di nozioni non legate da un senso percepibile dallo studente. Le cariatidi sono quasi scomparse, anche per ragioni anagrafiche, e i pochi si trovano a fronteggiare la marea dei progressisti, divisi in due squadre: Destra e Sinistra. I dieci lettori di queste Croniche sanno che secondo me Destra e Sinistra hanno in Italia alcuni idoli in comune, sì che non vi è fra loro una differenza sostanziale, dal punto di vista della scuola. La ministra Brichetto ha potuto installarsi sulla comoda base fornitale dalla grande operazione del lungimirante duo Berlinguer- De Mauro, e procedere tranquillamente. Il concetto della scuola azienda e del Dirigente manager erano già saldamente acquisiti. Poiché Progresso e Competizione, Mercato e Soddisfazione del Cliente sono in Italia della Destra come della Sinistra. Io vedo come differenza solo la propensione dei berlusconiani a dare qualche soldo alle private, per il resto sono tutti uguali. Basta vedere la facilità con la quale molti Dirigenti cambiano le simpatie politiche.

Il concetto parascientifico di misurazione, che hanno in testa i cigiellini come i berluschini, può ben essere espresso dal seguente episodio. Tre anni fa il mio liceo organizzò un corso di aggiornamento sulla valutazione. Venne a parlare una docente universitaria, allieva di Vertecchi (devo confessare che, sapendolo, ero particolarmente mal disposto nei suoi confronti). Esordì dicendo che un’indagine in Francia aveva dimostrato come lo stesso testo scritto da uno studente potesse ricevere valutazioni differenti da docenti diversi e addirittura dallo stesso docente in tempi diversi (ma guarda, non lo sapevo, ci voleva un’indagine dei Francesi). Quindi, disse, l’importante è avere una scala di misurazione comune. E fece questo esempio: «Guardate questo tavolo, uno dirà che è grande, uno che è piccolo: come lo giudicheremo se non abbiamo una scala di misurazione comune?». E pensava che questo esempio fosse la prova che un testo poteva (e doveva) essere giudicato dello stesso valore da insegnanti differenti. Altrimenti la valutazione sarebbe stata soggettiva (orrore!) e non oggettiva (come dev’essere). Come se il tavolo stesso, poi, non potesse essere giudicato grande come cattedra e piccolo come tavolo da gioco, ecc. e quindi anch’esso non fosse soggetto a quella variabilità di valutazioni che è caratteristica degli umani, che sono nel tempo, in cui tutto muta. A questo punto mi alzai e dissi: «Professoressa XY, potrei concordare forse sul fatto che si potrà giungere ad un criterio in base al quale elaborare una scala di valutazione della grandezza o meno di un oggetto – anche se la grandezza stessa è relativa a molte variabili – ma come docente di questa scuola sono interessato a che gli allievi ne escano avendo un loro personale criterio per giudicare se un oggetto è bello o brutto, e questo è un processo intersoggettivo complesso, e in parte inafferrabile e ingovernabile in base a meri principi di misurabilità». Naturalmente la pedagogista non poté rispondermi. Datemi un pedagogista intellettualmente flessibile con cui discutere, per favore!

UCRONIA 2. Galli Della Loggia su Sette del 16 luglio (testo in corsivo). Più passa il tempo e più diventa difficile identificare, nei sistemi politici europei, una netta linea di demarcazione tra i programmi politici e ancor più nell’attività di governo della destra e della sinistra. Infatti: in che senso le scelte del governo Blair possono essere definite di sinistra? In materia di scuola è evidente che le idee di fondo sono le stesse per tutti. Al massimo si riesce a individuare qualche grande opzione di principio che, tuttavia, è spesso contraddetta dai fatti, dal momento che tra l’altro questi sono sempre più di frequente imposti da autorità sovranazionali – per esempio quelle dell’Unione europea – a cui tanto per la destra che per la sinistra è gioco forza inchinarsi.
Anche così, però, qualche diversità, qualche orientamento generale distintivo tra destra e sinistra rimane. Per esempio quello della propensione a preservare gli assetti ricevuti dalla tradizione o invece a mutarli. Ancora oggi, in generale, la destra è portata a essere conservatrice mentre la sinistra, viceversa, a essere progressista, cioè favorevole al cambiamento il quale è presunto migliorativo e dunque, per l’appunto, apportatore di progresso.
Che il cambiamento in sé sia Bene non è patrimonio solo della Sinistra, per il semplice fatto che l’idea fa parte del patrimonio genetico della modernità. Nessuna Destra ha mai riportato le cose al punto esatto in cui erano prima. Perfino la Restaurazione, che è stato il tentativo più grandioso in questo senso, ha dimostrato che il moderno è comunque cambiamento. La “scuola che cambia” è una divisa della Destra come della Sinistra.
L’Italia sembra però fare largamente eccezione. In Italia, infatti, è dato sempre più di frequente di vedere la destra impegnata con decisione nel cambiamento degli assetti esistenti; si badi: non già in cambiamenti per così dire restaurativi, e cioè per capirci volti a ristabilire l’ordine precedente mandato all’aria da qualche sopraggiunta eventuale politica della sinistra; no, impegnata in cambiamenti effettivi delle cose, talora anche molto radicali. Ma se il capo della Destra è Berlusconi, le cui ascendenze politiche sono chiaramente socialiste? Del resto i due dioscuri della sinistra socialista degli anni Settanta, Cicchitto e De Michelis, con chi stanno? Ora, nessuno naturalmente pensa che una politica di destra non abbia bisogno pure di interventi del genere, così come d’altra parte nessuno può oggi essere così cieco da non accorgersi che negli ultimi 20 anni proprio le politiche di destra hanno introdotto un gran numero di novità significative in Europa e negli Usa.
La peculiarità dell’Italia sembra consistere, però, in una sorta d’impazzimento ideologico del mutamento promosso dalla destra. In altre parole, la destra si astiene dall’intervenire nella direzione in cui tutta la sua cultura fu radicata nonché i suoi orientamenti politici di fondo dovrebbero spingerla a intervenire, per applicarsi, viceversa, a cambiare, con misure anche sconvolgenti, quegli ambiti dove invece, per tenere fede alla suddetta cultura e ai suddetti orientamenti, essa in teoria dovrebbe muoversi con l’intento di conservare il più possibile, o magari restaurare, certi modelli e ispirazioni di un tempo. Ma l’unica componente della Destra riportabile al modello qui delineato è in Alleanza Nazionale, che nel governo è minoritaria, e sulla scuola può fare poco.
È il caso in modo particolarissimo dell’istruzione. Qui, per esempio, l’attuale ministro della destra, Letizia Moratti, si è ben guardato dal correggere minimamente le tendenze affermatisi con il suo sciagurato predecessore di sinistra. Penso si riferisca al geniale Berlinguer. Esempio solenne di come si possa pensare di essere di sinistra. Tu pensi di essere una cosa, ma mica è detto che tu lo sia. Un’analisi seria della riforma Berlinguer mostra che nel fondo essa è dominata da modelli anglosassoni, quindi scarsamente di sinistra, almeno secondo la mia visione. Quello che mi stupisce è come i colleghi cigiellini possano sentire affetto per Berlinguer. Ma non dovrei provar stupore, se è vero che si fanno rappresentare nelle trattative contrattuali dal loro segretario Panini, che è un Dirigente scolastico: come se a trattare con la Confindustria andasse, in rappresentanza della classe operaia, un dirigente d’azienda. Boh… Sono rimaste in tal modo inalterate le tendenze alla disintegrazione del carattere nazional-unitario e pubblico del sistema scolastico. La tendenza alla cosiddetta autonomia dei singoli istituti scolastici affidati a una caricaturale managerialità pseudo privatistica, la tendenza al continuo alleggerimento dei programmi intrisi di un ridicolo prescrizionismo pedagogico. La tendenza, infine, a un modernismo da pezzenti che considera la lettura in classe dei giornali e l’uso del computer come il culmine della formazione umana intellettuale di un giovane italiano.
Gli scarsi lettori di queste Croniche ritrovano qui concetti ben noti.
È il medesimo modernismo che – questa volta in versione affaristica – nelle settimane passate (sì, il decreto a quel che sembra è già operante) ha condotto sempre il ministro Moratti a stabilire l’istituzione delle “università telematiche” aperte all’iniziativa anche dei privati. L’istituzione, cioè, di centri di alta formazione culturale (come si presume siano le università) nei quali però sarà virtualmente abolito ogni e qualunque contatto tra docenti e allievi, tutto avverrà attraverso l’impersonale evanescenza della via telematica, dove avranno titolo di “professore” tutti coloro ai quali piacerà riconoscerlo da parte della direzione delle suddette università previa la stipula di opportuno contratto; dove, come è fin troppo facile immaginare, un titolo di “dottore telematico” non si negherà a nessuno che abbia i soldi per comprarselo.
C’è di che restare allibiti ma evidentemente è così che governanti della destra credono d’interpretare i desideri del proprio elettorato in materia scolastica e di istruzione universitaria: modernità, computer, profitto, distruzione sistematica di ogni tradizione. Forse sbaglio ma sono convinto che se continua così la catastrofe elettorale per la coalizione oggi al governo è sicura. Berlusconi, Fini e Follini sono avvisati.
È noto che il politico agisce in vista di un utile per il suo partito e per lui stesso, non secondo criteri di giustizia generale – che gli paiono astratti e vuoti. Pertanto, il destino della scuola e dell’università è segnato.

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