I problemi legati alla difficile condizione delle persone con autismo adulte e delle loro famiglie stanno ottenendo una visibilità un po’ più ampia di quella che era data loro fino a poco tempo fa, che era pressoché nulla. I bambini autistici diventano adulti autistici, e molti lo sono già. Per loro c’è tuttora ben poco, c’è ben poco di veramente degno di un essere umano, e quando vi è a livello di strutture non è detto che vi sia a livello di trattamento e di vita quotidiana, come dimostra il bel libro di Gianfranco Vitale Mio figlio è autistico. È vero che qua e là nel Paese sono sorte iniziative, spesso fortemente spinte se non create dai familiari, di buon livello, residenze per il dopo di noi, attività aperte a persone adulte con autismo, ecc., ma quante sono rispetto ai bisogni effettivi? Quanti sono gli autistici che possano dire (o lo possano dire le loro famiglie) di avere ottenuto una risposta chiara e stabile alla domanda di una prospettiva di vita non disumana? A me sembra che tutti gli indicatori ci dicano che il loro numero è basso. Il quadro legislativo nazionale e regionale resta generico, l’impegno finanziario pubblico in epoca di tagli del tutto inconsistente, il passaggio dalle parole—spesso bellissime—ai fatti sempre molto problematico. Quanti sono oggi i genitori di un sedicenne con autismo che possano dire di aver chiara quale sarà la vita futura di suo figlio, che cosa sarà di lui appena sarà finita la sua carriera scolastica, cosa ne sarà a vent’anni, a trenta, a quaranta? Per parlare di un territorio che conosco, le famiglie di Treviso non lo sanno assolutamente, perché da noi risposte non ci sono, se non in termini vaghi: “qualcosa si sta pensando, vedremo”, ma intanto nessun autistico adulto della provincia trova luoghi veramente accoglienti per lui. Ripeto: qui si tratta di diritto soggettivo ad una vita non disumana. Si tratta di sopravvivenza delle famiglie. Si esprime bene e argomentatamente su questa complessa e difficile materia Gianfranco Vitale: Il 2 Aprile dell’autismo: scrivo ai Presidenti e al Papa. Ed è ampiamente condivisibile anche quello che scrive Rosa Mauro: Trattate i nostri figli come Persone, basterà!. Se è vero che la celebrazione della Giornata Mondiale del 2 Aprile al Quirinale ha avuto un suo significato, si fa male ad enfatizzarlo troppo, come si fa male ad esaltare i risultati ottenuti con una proposta di legge che appare come un involucro lontano dall’approvazione definitiva, ancora aperto a modifiche e integrazioni anche pericolose, e infine rimandato alle Regioni per una efficacia reale sul territorio che in epoca di tagli al welfare è molto dubbia. Ma si comprende come i vertici di un’associazione nazionale come l’ANGSA tengano molto alla visibilità e ai risultati politici delle loro iniziative, e difendano a spada tratta le loro posizioni contro tutti coloro che sembrino sminuirle o contrastarle. Stefania Stellino, ad esempio, difende con vigore il senso della Giornata col Presidente Mattarella: Al centro, quel giorno, sono state le Persone con autismo. E Rosa Mauro replica con argomentazioni che condivido: Quel che chiedevo sull’autismo. Il dibattito su Superando.it è accalorato, ma non supera i limiti posti dal dovere di non disprezzare coloro con cui si discute—e di sforzarsi di comprendere le loro ragioni anche eventualmente sottoponendo a revisione critica e interrogazione le proprie—finché, sorprendente in questo quadro, ma fino a un certo punto, Carlo Hanau interviene con pesantezza sui rilievi mossi da Rosa Mauro: Non mancano le iniziative per l’autismo in età adulta. Ove tra l’altro si legge: «ritengo che lei, come moltissime altre persone genitori o parenti di persone con autismo, non faccia parte attiva di un’Associazione che opera a livello nazionale e regionale, perché se così fosse saprebbe che sul tema dell’inclusione lavorativa e sociale delle persone con autismo e in generale con disabilità, dopo il compimento dei 18 anni, vi sono già da tempo iniziative per migliorare drasticamente il quadro giuridico e la situazione reale.» A parte il tono sprezzante con cui si esprime Hanau, mi chiedo se i familiari delle famiglie con una persona autistica che ha compiuto i 18 anni debbano essere all’oscuro delle iniziative tese a migliorare drasticamente la situazione solo per il fatto di non far parte dell’ANGSA. I cittadini non dovrebbero ricevere queste informazioni dai servizi sociali e sanitari? Perché se solo il far parte di una associazione garantisse informazioni vitali, ci troveremmo di fronte ad una vera mostruosità sul piano umano e civile. Mi chiedo se Hanau si renda conto di quello che ha scritto, o se padroneggi il linguaggio in modo precario. Hanau si diffonde poi sui bei risultati ottenuti in Emilia-Romagna, che tuttavia non sono poi così generalizzati. Forse oggi tutte le persone autistiche adulte di quella Regione sono sistemate in modo decente e umano? Ma si comprende come chi ragiona da politico intenda sempre difendere il proprio operato e i risultati ottenuti, e veda ogni rilievo e critica come un attacco da parare. In ogni caso, Hanau non può affermare che in tutta Italia (e non solo nella sua Regione) la condizione delle famiglie degli adulti con autismo non sia grave. Perché anche nel più ricco Nord (vedi l’esperienza di Vitale) la situazione è grave o gravissima, e gli autistici sistemati per la vita in modo non disumano sono un’infima minoranza. Alla quale, nota finale, mio figlio e molti altri ragazzi che conosco, sicuramente non appartengono. Mi associo pertanto alla nota di Gianfranco Vitale Per tutte le persone con autismo, ovunque vivano. E sottolineo ovunque vivano, aggiungendo di chiunque siano figli.
Fabio Brotto
Quattro Riforme
Quattro “riforme” della scuola in 20 anni: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini. Ognuna si è venduta come epocale, ognuna riposando su una menzogna costitutiva, unica ma con molti volti. Che la Riforma presente adatti la scuola all’Italia che cambia; che il cambiamento sia per sé stesso positivo; che la scuola debba integrarsi col mondo del lavoro perché così poi all’uscita gli studenti troveranno quel posto di lavoro che giustifica il loro essere studenti; che la scuola formi cittadini a prescindere dai contenuti dell’insegnamento; che tutte le discipline abbiano lo stesso valore; che le scuole siano delle aziende; che gli insegnanti siano funzioni; che la cultura e lo studio siano irrilevanti; che la scuola debba insegnare tutto; che l’educazione scolastica sia una realtà totalizzante che deve curare anche l’educazione sentimentale dei giovani; che gli studenti a scuola debbano essere felici; che la fatica e lo sforzo debbano essere banditi; che la responsabilità personale sia una questione irrilevante nei docenti come nei loro studenti; che ogni forma di competizione tra allievi debba essere bandita; che il singolo debba essere anzitutto solidale col suo gruppo. Le facce del prisma sono più numerose, ne ho elencate solo alcune: ma la menzogna è pervasiva, e ormai non è pensabile alcun risorgimento: la scuola dello Stato italiano ha concluso il suo ciclo. Resta qua e là qualche isoletta virtuosa, destinata ad essere annientata dallo tsunami.
Cairo Automobile Club
“Ho passato la vita a occuparmi di servitori, mister Wright, e li conosco come le mie tasche. La servitù lavora adeguatamente solo se ha paura, e non ha paura se non sa che, in qualsiasi momento, potrebbe essere punita per un motivo qualsiasi, o magari anche per niente. Se un servo ha troppa fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, se confida nella giustizia, se sente di avere dei diritti, allora è giocoforza che si ribelli. I diritti rovinano la servitù. Chi è abituato a ubbidire non può capire cosa sono. Se rispetti un servo, ti danneggerà. Per lui, il rispetto è un concetto difficile, lo considera una forma di debolezza. E per quanto si lamenti della severità del padrone, ne capisce le ragioni e le rispetta.” (pp. 210-211) Questo è il credo del Kao, il camerlengo del re d’Egitto e feroce capo del personale dell’Automobile Club del Cairo, uno dei personaggi del romanzone di ‘Ala al-Aswani Cairo Automobile Club (Nadi al-sayarat, 2013, trad. it. di E. Bartuli e C. Dozio, Feltrinelli 2014). Ricco, sfaccettato, costruito su più registri, dal comico quasi-scurrile al tragico, con diverse voci narranti, il romanzo di ‘Ala al-Aswani narra una storia, o meglio una serie intrecciata di storie ambientate alla fine degli anni Quaranta, quando l’Egitto è ancora sotto il controllo inglese. Il tema di fondo è quello della dignità, questa realtà umana fondamentale, questo valore di cui non si può fare a meno, ma che sfugge ad ogni tentativo di definizione permanente e onnicomprensiva, e che meglio si presta all’incarnazione narrativa. Per la dignità si può morire, sia nel tentativo di affermarla contro le forze che la vogliono annientare, sia nel caso di una insopportabile offesa. Abdelaziz Hamam, un tempo ricco possidente dell’Alto Egitto, riesce a sopportare la caduta nella povertà, riesce a reggere un lavoro subordinato all’Automobile Club, ma l’offesa morale alla sua dignità umana che gli reca una punizione corporale inflittagli dal Kao lo fa morire. Non di solo pane vive l’essere umano, ma anche di dignità, questo è il tema del libro, che tesse numerose vite alla luce della loro ricerca di un dignitoso posto nel mondo. La morte del padre priva i figli, di un punto di riferimento solido, ed essi cercano in forme diverse e ciascuno secondo la propria indole una realizzazione che deve fare i conti con le condizioni politico-sociali dell’Egitto.
C’è sempre bisogno di tempo per assorbire le disgrazie che ti colpiscono con la forza e la rapidità di un fulmine, ma possono volerci anche anni per realizzare appieno cosa significa la morte del proprio padre. Per capire cosa vuol dire ritrovarti nudo, allo scoperto, da solo, debole, senza sostegno, facile bersaglio di qualsiasi attacco, assediato da un destino che ti avvolge nella sua ombra come farebbe Roc, l’uccello mitologico, e ti fa capire che quel che è successo a tuo padre può capitare a chiunque. Al mattino, lo vedi, ci parli e ci ridi; a sera, torni a casa, ed è già cadavere; il giorno dopo, lo accompagni al cimitero: cosa può esserci di più sconcertante? Com’è possibile che tuo padre, la solida creatura che da sempre è il pilastro portante della tua vita, sia diventato, così di colpo, un ricordo di cui parlare, adesso, aggiungendo al suo nome la formula: “Pace all’anima sua”? (p. 158)
Una mattina del sig. C
Una mattina del sig. C
Un raccontino autistico per iniziati
Erano quasi le nove del mattino, un giovedì di fine agosto, quando il sig. C uscì di casa. Le sue ferie stavano per finire, da due giorni era tornato dal mare, e lunedì sarebbe tornato al lavoro. Sulla porta chiese alla moglie se doveva comprare anche il pane. In quei pochi giorni che lo separavano dalla ripresa andava lui a fare la spesa quotidiana, non lontano da casa sua, prima passava al bar per un caffè e poi dal giornalaio, anche se i giornali da poco c’erano anche al supermercato, vicino alle casse. «Ricordati di prendermi Chi!» gli gridò la Luisa dalla cucina, dove stava bevendo il suo secondo caffè. «Dovresti comprare anche due quaderni a quadretti per Roberto, ha già finito quelli della settimana scorsa» aggiunse.
Il sig. C mugugnò. Quel suo figliolo era un modello di ordine, così disciplinato, sempre puntuale, così amante della pulizia, che se il lenzuolo aveva una piegolina si impegnava a renderlo liscio come una tavola, che sennò non riusciva a prendere sonno. Bravo bravo anche a scuola, in matematica era un genio, ma che palle! Non svolgeva solo gli esercizi assegnati dalla professoressa, ne faceva di più, tutti quelli del libro. Consumava quaderni a quadretti come gli altri ragazzi consumavano merendine. Aveva un solo amico, occhialuto e secchione come lui, non giocavano a calcio, erano maledettamente seri. Facevano insieme i compiti, e si interessavano di coleotteri. Tutti e due. La loro attività fisica preferita consisteva nell’andare al parco e lungo un fiumiciattolo che vi passava in mezzo: e rivoltavano pietre e guardavano vermi, larve e cose del genere. Sapevano tutti i nomi anche in latino. Non era tanto normale, suo figlio Roberto, e neanche il suo compagno Valentino lo era. Ma quando il sig. C sentiva quello che combinavano i figli dodicenni degli altri, tra l’internet e il mondo reale, il sesso, le ragazzine incinte a dodici anni, allora ringraziava Dio di avergli concesso un figlio esemplare, tranquillo e obbediente.
Un’ora prima ne avevano parlato, in cucina, facendo colazione, del carattere di quel ragazzo, e la moglie a un certo punto gli aveva detto: «Tuo figlio deve essere un po’ autistico».
Il sig. C aveva sentito e letto tante volte quella parola, ma a dire la verità non aveva tanto chiaro cosa significasse. Aveva ribattuto: «Boh, per me è solo un po’ strano. Fatto a modo suo, ecco. Ma che problemi ci dà?» La Luisa gli aveva rivolto uno sguardo indefinibile.
Accese il motore della golf, azionò il telecomando del cancello, e ascoltò le prime parole della radio. C’era un dibattito politico. «Ma questo è un ragionamento autistico, voi del Movimento 5 Stelle vedete sempre solo la vostra pancia!» gridava uno dei contendenti.
«Che cazzo!» sibilò il sig. C, «politica a tutte le ore, politica di merda…»
Il sig. C aveva 50 anni, un buon lavoro, non aveva alcun problema di soldi, ma si sentiva molto insicuro: gli pareva che le parole stessero perdendo il valore che avevano un tempo, che i discorsi che la gente faceva fossero sempre meno affidabili. Come potersi fidare delle persone se il significato delle parole è dubbio, anzi sempre più incerto? Per esempio, quella mattina la parola autismo lo stava turbando, perché si era accorto di non riuscire a collegarla a nulla di preciso. La parola è sulla bocca di tutti, ma chissà quanti la intendono, pensava.
Fermò l’auto davanti al negozio del giornalaio, e scese pensieroso. Era in confidenza con Giovanni, scambiavano ogni mattina qualche battuta, qualche volta avevano anche preso il caffè insieme. E Giovanni, vedendolo accigliato, gli chiese se tutto andava bene. Il sig. C gli rispose che stava riflettendo su una parola che saltava fuori da tutte le parti, ma che nessuno, compreso lui, sapeva davvero cosa volesse dire. E aggiunse che quella parola era autismo. «Penso che sia… che sia come quelle persone che parlano poco, che non hanno amici» disse il giornalaio. «Introversi, mi pare che li chiamassero una volta, ma non so bene».
«Non ho assolutamente le idee chiare su questo. Forse mia moglie ne sa di più. Ah, lei vuole Chi». Le ultime parole le disse con un fil di voce, per non farsi sentire dagli altri due clienti nel negozio. Giovanni gli aveva già allungato il suo solito Corriere, dentro il quale il sig. C nascose pudicamente quella che giudicava una pubblicazione oscena. Ma mentre manovrava il Corriere vide il titolo di un articolo a fondo pagina: L’autismo di Federico. Uscì dal negozio con una strana sensazione di disagio.
E dunque, mentre di solito al bar il suo macchiato lo beveva in piedi, quel giorno si accomodò ad un tavolino, e si mise a leggere l’articolo. Iniziava così: «Un grande successo editoriale non se lo aspettava di certo Federico Rossi, per il suo libro Farfalle parlanti. Un libro che racconta le avventure di un ragazzo in un mondo in cui gli insetti parlano e ragionano come esseri umani. Perché Federico è un autistico averbale, un ragazzo che non sa parlare, ma che in questo lungo racconto rivela un mondo interiore di straordinaria ricchezza, pieno di sogni e di struggente malinconia. Federico è gravemente disabile, del tutto dipendente dagli altri per i minimi bisogni della vita quotidiana, ma grazie al computer e al metodo della “comunicazione facilitata” riesce ad esprimere i suoi sentimenti e quella che possiamo considerare una visione del mondo, esposta come una fiaba dalla complessa simbologia».
Il sig. C rimase perplesso. Com’è possibile che uno sia così ritardato da aver bisogno di essere assistito in tutto, e poi abbia pensieri profondi e riesca ad esprimerli bene, si chiese. E com’è possibile che uno non sappia parlare, e anche peggio, perché mi sa che averbale sia più grave di muto, e poi scriva benissimo. Questo autismo non si capisce proprio cosa sia. Finì il caffè, ma non l’articolo, e se ne uscì dal bar velocemente.
Al supermercato non pensò più all’autismo, gli piaceva girare fra i prodotti cercando quelli in offerta speciale. E col carrello pieno puntò alla cassa con la fila più breve. Davanti a lui una donna anziana con un cestino pieno fino all’inverosimile. Il sig. C si chiedeva sempre come mai la stragrande maggioranza delle persone anziane, numerosissime nel supermercato frequentato dalla Luisa e da lui, preferisse al comodo carrello, al quale ti puoi anche appoggiare e ti garantisce una grande stabilità, quei cestini con le rotelline, che ti obbligano a piegare la schiena ad arco per tirar su e deporre sul nastro sacchi di patate da tre chili o altre cose pesanti. Sarà perché nel carrello devi mettere due euro, pensava, e anche se poi te li riprendi la persona anziana teme di perderli… o per altre impenetrabili ragioni. L’anziana davanti a lui sospirava e gemeva ogni volta che si chinava a prendere qualcosa, e il sig. C stava per chiederle perché non facesse come lui, che usava un comodo carrello anche per due pacchetti di affettato, ma un urlo lo fece sobbalzare, e si girò. Vide passare come un razzo vicino alle casse un ragazzo alto e snello, che rideva come un matto. E dietro a lui, affannata nella corsa, una signora che gridava: «Fermo! Alt! Giacomo! Fermo!» Un commesso intercettò il ragazzo, e gli mise una mano sulla spalla. Il ragazzo si bloccò all’istante, e la signora che lo inseguiva lo prese per mano e lo portò via, ansimando e rimproverandolo. Lui continuava a ridere, sembrava l’immagine stessa della felicità.
Lo sguardo del sig. C incontrò quello della cassiera. «È un ragazzo autistico» disse lei. «Qui lo conosciamo bene, Giacomo, e non facciamo più tanto caso al suo comportamento. Bisogna solo stare un po’ attenti. Sa, ha anche il vizio di sputare per terra, e a volte anche addosso alle persone. Giorni fa ha preso una bottiglia di vino e l’ha lanciata in aria, e ovviamente è stato un disastro. Chissà perché fa così. Ma lui non parla, non dice nemmeno mamma». Non parla, e mi sembra che non capisca nemmeno quello che gli dicono gli altri, pensò il sig. C. Chissà, però magari un giorno scriverà un libro anche lui…
Quando tornò a casa con la spesa, trovò la Luisa in salotto davanti alla TV, come sempre a quell’ora seguiva una serie televisiva. «Sai che c’è un autistico in questa puntata? Ma ormai è finita».
«Ah sì, e cosa fa? Io al supermercato ne ho appena incontrato uno che non parla, sputa per terra e addosso alla gente, e corre come un pazzo con la madre che deve inseguirlo a rotta di collo».
«No no,» rispose la Luisa «questo qui parlava un sacco, e aveva anche dei poteri particolari, comunicava telepaticamente con altri autistici come lui. Sembrava quasi un alieno».
Il sig. C fece una faccia da carpa. «Anche sul Corriere di oggi si parla di autismo, sai? Eccoti Chi». E il sig. C andò in cucina con la spesa.
Mentre metteva la carne in frigorifero sentì la moglie che lo chiamava. «Vieni a sentire! Anche su Chi c’è un autistico». Il sig. C tornò in salotto. La Luisa gli dispiegò davanti agli occhi una pagina del settimanale, piena di foto. L’articolo si intitolava L’autistico volante. Una grande foto mostrava un cinquantenne di bell’aspetto, in tenuta da paracadutista, e un ragazzo ventenne non meno attraente, equipaggiato esattamente allo stesso modo.
La signora Luisa lesse al marito: «Pierluigi non parla molto, ma sa quel che vuole. Vuole volare col suo papà. Come lui, altri ragazzi autistici della fondazione Volare per credere stanno facendo un corso di paracadutismo. “Volare e lanciarsi,” dice il presidente della fondazione e padre di Pierluigi, il conte Pierfrancesco de’ Ostinati, “aiuta moltissimo le persone con autismo ad accrescere e consolidare l’autostima. Non importa se mio figlio non sa allacciarsi le scarpe, quando ci lanciamo insieme sentiamo che la vita per noi è bellissima, che la mia e la sua sono vite degne di essere vissute, che lui e io e io possiamo condividere le stesse gioie. E molti ci aiutano, riceviamo continuamente donazioni da privati, da gente che ha capito quanto importante e significativa sia la nostra azione in favore delle persone con autismo”». Il sig. C guardò tutte le altre foto del servizio, e in una vide padre e figlio sorridenti che indossavano due magliette con la scritta Noi diciamo NO alle VACCINAZIONI.
«Certo,» mormorò il sig. C, «un autistico nobile e uno proletario non avranno le stesse possibilità… Sai, Luisa, oggi la parola autismo mi gira per il cervello, non riesco a inquadrarla bene, a darle un senso. Tu sai davvero cosa vuol dire autistico?»
«No,» rispose la moglie, «non ne capisco un gran che. Certo che ormai se ne parla dappertutto. Ma chi ci capisce qualcosa è bravo. Ti ricordi il bambino dei nostri vicini di ombrellone?»
«Sì che me lo ricordo. Era bellissimo, ma non giocava mai. Cioè, muoveva continuamente le mani e si metteva la sabbia in bocca…»
«Sì, e poi partiva lungo la spiaggia, e i genitori dovevano affrettarsi a prenderlo, sennò chissà dove arrivava. Sarà stato autistico anche lui».
«Ma lui non mi sembrava molto intelligente, e neanche quello al supermercato».
«Mi sa che ci sono gli autistici intelligenti e quelli ritardati, ma allora non capisco più cosa sia l’autismo. È una malattia? Boh…»
«Lasciamo perdere,» disse il sig. C. «Adesso mi leggo il Corriere». Si sedette sul divano e aprì il giornale. Titolone in seconda pagina. Berlusconi: governo autistico. «Vecchia cariatide!» sibilò il sig, C.
«Dici a me?» chiese la moglie.
Mimetic Politics
L’antropologia mimetica di René Girard è alla base di questo brillante saggio di Roberto Farneti (Michigan State University Press, 2015), Mimetic Politics, che reca come sottotitolo Dyadic Patterns in Global Politics. La prospettiva di Farneti, pur saldamente ancorata all’idea girardiana di mimesi, è altamente innovativa, e non manca di elementi critici nei confronti dello stesso Girard, in particolare alla sua escatologia, a quella che l’autore definisce pseudo-teologia. L’assunto di base è espresso da Farneti a p.4: «Mimetic theorists believe that mimesis is the inherent rationality of agency, that social dynamics are neither individuals nor collectives, but doubles». A partire da questo, Farneti esamina la genesi degli imperi del passato. «The historical rationales used to explain the rise and agency of empires are biased by the assumption of the originality of the intentions that spur historical events. I will show how polities, unfainlingly, arise out of a process of harsh polarization in which two rival political entities set out to grow in size and political ambition by modulating one’s own patterns of agency on the patterns exhibited by the rival. It is a reciprocal dynamic, in which it is difficult to track a beginning, a primal spur of the pattern». (p. 9) Noi viviamo in un contesto globale in cui è in atto un processo di radicalizzazione delle identità. Ma questo processo, secondo Farneti, non è la causa dei conflitti ma la loro conseguenza. Infatti si può osservare facilmente come i conflitti siano tanto più devastanti quanto più i rivali si assomigliano (Dal Rwanda alla Bosnia al Sudan all’Iraq), e come la rivalità porti ad una disperata accentuazione dell’identità. La ragione politica classica, secondo Farneti, non riesce a cogliere pienamente la realtà perché parte da un presupposto razionalistico e individualistico, e da una ontologia fallace: esisterebbe un soggetto autonomo, un individuo desiderante, che desidera questo o quell’oggetto per una spinta originaria, ovvero per una ragione. Il conflitto scaturirebbe dal convergere di desideri autonomi su risorse limitate e non disponibili per tutti. «We fail to capture the mimetic outlook of human discord because we are inextricably wedded to the classical belief that “we cannot have a desire except for a reason”». (p.83) Davvero molto interessanti, nella seconda parte del libro, l’analisi del pensiero di Hobbes in connessione con una teologia politica della Tomba Vuota, in cui l’Ascensione al cielo di Gesù, il suo sparire dal mondo, apre all’umano uno spazio libero dal sacro, ma proprio per questo estremamente problematico. In ogni caso, uno spazio che si pone in opposizione alle tendenze a chiudere il gap tra la Terra e il Cielo che si intravedono un po’ ovunque oggi nel mondo.
Ipazia, scena XIX
Filemone a fatica si strappa dalla folla, scorge un presbitero e gli consegna la lettera che si è portata in seno. Quello lo conduce subito per un corridoio e una rampa di scale ad una vasta aula. Là deve attendere la chiamata dell’uomo più influente d’Egitto.
Vi è una porta con una cortina, oltre la quale Filemone avverte i passi di qualcuno che cammina avanti e indietro con furia. Esplode lì dentro una voce profonda e potente: Finiranno per portarmi a questo! Che il loro sangue possa ricadere sulle loro teste! Non gli basta bestemmiare Dio e la Sua Chiesa! Non gli basta avere il monopolio di tutte le attività truffaldine, di tutta la magia, la ciarlataneria, l’usura e la monetazione di Alessandria! No, non gli basta: ora vogliono anche consegnare il mio clero nelle mani del tiranno?
Ma era così anche al tempo degli apostoli, obietta una voce più sommessa ma molto più sgradevole.
Non sarà mai più così, tuona la voce possente. Dio mi ha dato il potere di fermarli, e se non lo usassi gli recherei offesa, e il Signore mi punirebbe. Domani stesso io spazzerò questa immense stalla di Augia, e non lascerò nemmeno un giudeo a bestemmiare Cristo e imbrogliare il popolo in Alessandria!
Temo che un giudizio del genere, per quanta ragione abbia in sé, potrebbe offendere l’eccellentissimo governatore.
Eccellentissimo? Eccellentissimo tiranno! Perché mai Oreste è così accondiscendente con questi circoncisi, se non perché essi prestano denaro a lui e ai suoi amici? Lui sarebbe disposto a tenere in Alessandria un covo di demoni se quelli gli fornissero gli stessi servizi. Pronto a scagliarli contro di me e contro la mia gente, a infangare la religione, fino a un oltraggio come quello di oggi! Sediziosi! Non hanno colmato la misura? Prima li eliminerò, meglio sarà. E quel tentatore stia attento, perché il suo giudizio è imminente.
Il prefetto…? insinua l’altra voce.
Chi ha parlato del prefetto? Chiunque sia un tiranno, e un assassino, e un oppressore dei poveri, uno che favorisce la filosofia che disprezza e schiavizza i poveri, uno così non dovrebbe perire quand’anche fosse sette volte un prefetto?
A questo punto Filemone pensa di aver forse udito un po’ troppo, e segnala la sua presenza tossicchiando. La cortina di colpo si apre, e quello che evidentemente è il segretario gli chiede con una certa durezza chi sia. Ai nomi di Pambo e Arsenio, tuttavia, l’uomo assume subito un’espressione amichevole, e conduce il giovane alla presenza di colui che di fatto, se non di diritto, siede sul trono dei faraoni. Ma senza la loro pompa esteriore: la stanza è ammobiliata semplicemente, e semplice è l’abbigliamento del grand’uomo. Alta e maestosa la figura, severamente belli i suoi lineamenti, gli occhi scintillanti sotto le folte sopracciglia: tutto indica in lui uno nato per esercitare il comando.
Cirillo immobile penetra il giovane con lo sguardo, sguardo che brucia come fuoco, e fa desiderare a Filemone che la terra si spalanchi sotto i suoi piedi. Ha in mano la lettera, la legge, e poi dice: Filemone. Un greco. Qui si dice che tu hai imparato a obbedire. Se è così, tu hai imparato anche a comandare. Il tuo padre Pambo ti ha affidato a me. Ora dovrai obbedirmi.
E io obbedirò.
Hai detto bene. Allora va’ a quella finestra, e salta!
Filemone si avvicina alla finestra e guarda giù: saranno venti piedi. Ma il suo compito è quello di obbedire, non di misurare. Sul davanzale c’è un vaso di fiori. Lui lo sposta delicatamente, e fa per lanciarsi. La voce di Cirillo tuona: Fermati!
Il ragazzo ha superato la prova, caro Pietro. Ora non si deve temere per i segreti che potrebbe aver origliato.
Pietro sorride con aria distaccata, come se in fondo per lui fosse preferibile un Filemone azzittito dalla morte.
Tu desideri vedere il mondo, gli dice Cirillo. Forse già oggi ne hai visto un poco…
Ho visto l’assassinio…
Allora hai già visto ciò che sei venuto a vedere: che cosa è il mondo e quale sia la sua giustizia… e la sua pietà. Non ti dispiacerà vedere quale sarà la replica di Dio alla tirannia dell’uomo… e di collaborare con Dio in quella replica, se io giudico bene dal tuo aspetto…
Vendicherò quell’uomo, esclama Filemone.
Ah, quel mio povero maestro, quell’anima semplice! E ora per te il suo martirio è illuminante. Aspetta di essere entrato con Ezechiele nel sacrario del tempio del diavolo, e vedrai cose peggiori di queste… Donne che piangono per Tammuz, lamentando il venir meno di una idolatria in cui sono le prime a non credere… Anche questa cosa è nella lista delle nostre fatiche di Ercole, mio caro Pietro.
Entra un diacono e annuncia: Padre, i rabbi della nazione maledetta sono arrivati, e attendono di essere ricevuti. Li abbiamo fatti passare dalla porta posteriore, per timore di…
Bene, bene. Sei stato intelligente, non mi dimenticherò di te: un incidente con loro poteva essere dannoso per noi in questo momento. Conducili qui. Pietro, prendi questo giovanotto e presentalo ai parabolani… Chi potrebbe essere l’uomo più adatto a prendersi cura di lui?
Il fratello Teopompo è molto misurato e gentile…
Cirillo scuote la testa ridendo. Figlio mio, dice a Filemone, va’ nella stanza di là. E al suo braccio destro: No, Pietro, mettilo sotto un santo pieno di fuoco, un vero figlio del tuono, uno che possa comandarlo rigidamente, e addestrarlo severamente, e che gli mostri il meglio e il peggio di ogni cosa. Uhm… Clitofonte potrebbe essere l’uomo giusto. Ordunque, vediamo i miei impegni per oggi. Un breve abboccamento con questi giudei—Oreste non ha voluto spaventarli, vedremo cosa potrà fare Cirillo… Poi un’ora per la situazione dell’ospedale; un’ora per le scuole; un po’ meno per qualche nostro fratello in difficoltà; un po’ di tempo per le mie preghiere e per il servizio divino. Pietro caro, guarda che il giovane è ancora qui. Bisogna far entrare le persone rispettando il loro turno. Altrimenti poi si perde tempo per cercare quello o quell’altro… e la vita è troppo corta per queste perdite di tempo, no? Dove sono i giudei adesso? E Cirillo si getta nelle attività della seconda parte del giorno con la sua energia inesauribile. È questa energia, unita allo spirito di sacrificio e al rigore nell’adempimento dei suoi doveri, ciò che ha generato nel cuore di centinaia di migliaia di esseri umani quella reverenza piena d’amore per lui, quella prontezza ad eseguire I suoi ordini. Nonostante i sospetti che circolano sulla sua ambizione, sui suoi intrighi, e sulla sua violenza.
Il Grande Califfato
Contiene un messaggio, anzi un avvertimento fondamentale, Il Grande Califfato di Domenico Quirico (Neri Pozza 2015): l’Occidente, prigioniero di una visione puramente economicista della realtà, non possiede oggi categorie interpretative adeguate per gli eventi che si stanno verificando all’interno del mondo musulmano sotto il segno del totalitarismo islamico globale (p.13). Quirico negli ultimi vent’anni ha percorso campi di battaglia e luoghi di violenza scatenata in cui protagonista, in un modo o nell’altro, è l’Islam in una delle sue declinazioni. Dalla Bosnia all’Algeria, dalla Siria all’Iraq alla Libia, il suo sguardo instancabile coglie i particolari e l’insieme, mentre lui incontra persone, interroga, ascolta, e infine compone un quadro che possiamo soltanto definire estremamente inquietante. Diciamo che Quirico, come mostra anche la sua tesissima prosa, porta la missione di corrispondente di guerra al suo estremo, fino al famoso episodio della sua prigionia di cinque mesi in mano a fanatici che avrebbero potuto ucciderlo da un minuto all’altro, per i quali una vita umana vale meno di nulla, fino al suo a rincorrere la violenza scatenata in ogni angolo del mondo arabo e musulmano per poter dare un senso al tutto, per trovare il bandolo di una matassa della cui esistenza i più, da noi, sembrano non accorgersi. Poiché «Non c’è da sperare soccorso dai nostri luoghi comuni ordinari. Non avendo osservato nel fondamentalismo islamico che l’esteriorità e il transitorio, non comprendiamo assolutamente nulla dei gesti nuovi e di sovrumana parvenza che non trovano l’analogo in alcun passato prossimo e che sembrano già appartenere a qualche indiscernibile futuro» (p. 48). La non comprensione occidentale secondo Quirico è anche una conseguenza della diversa velocità con cui scorre il tempo in Occidente e nelle terre in cui sta germinando lo stato islamico totalitario. Colà lo scorrere è molto più lento, e maggiori la pazienza e la capacità di attesa. Così, noi pensiamo che in Algeria tutto sia sistemato, che l’islamismo sia debellato, e invece così non è: ha solo rallentato, per il momento, il passo. E Quirico è stato il primo a capire che stava nascendo l’ISIS.
Similmente, noi non capiamo l’impulso che muove tanti giovani foreign fighters a marciare sotto le bandiere nere. Vi è, per Quirico, un cuore di luminosa tenebra pervasivo: la netta separazione tra puri e impuri tracciata da Dio, la condanna assoluta degli impuri alla distruzione, l’innocenza dello sterminatore agente di Dio. Essere portatori di una violenza illimitata e innocente, semplificata e semplificatrice, una violenza divina, questo è il primum movens, ciò che attrae chi si fa combattente dell’ISIS: «Che cosa governa un cuore? Il medico, il rapper, lo spacciatore lasciano come un vestito vecchio tutto ciò che noi crediamo fondamentale e attraente, la scienza che salva, la musica, il malaffare redditizio; e vanno a uccidere e morire per un Assoluto così crudele, in un Paese che non è il loro, neppure quello dei padri o nonni, dove aleggia l’alito dei luoghi infausti. C’è di che scoraggiare i settatori delle magnifiche sorti e dei fatali progressi.» (p. 90)
L’Occidente guarda, inorridisce e non vuole comprendere, il suo sguardo si ferma alla superficie. L’Algeria, ad esempio, è vicinissima, è legatissima alla Francia, e tuttavia chi ricorda più i tragici eventi di pochi anni fa? I lotofagi occidentali sembrano desiderosi solo dell’oblio… «La guerra sporca dei décideurs algerini ha solo impedito che il primo stato islamista nascesse all’inizio degli anni Novanta, invece che nel 2014. Abbiamo, grazie alle decine di migliaia di martiri algerini, guadagnato vent’anni. Che abbiamo dilapidato senza fare nulla» (p.117).
Micronote 43
1. Il problema non è l’opulenza in sé, ma la sua relazione alla povertà, ovvero il donde derivi quell’opulenza, e se alla sua radice vi sia o non vi sia la miseria di qualcuno. Del resto il “guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” mica l’ha detto Savonarola, e per quanto si stiracchino interpretazioni e si forzino le parole di Gesù, starà lì fino alla fine dei tempi.
2. L’inflazione delle parole, la gigantesca bolla verbale che si è formata nella nostra epoca nel mondo occidentale, non ha alcun precedente storico. Mai le parole hanno avuto così scarso valore, mai il singolo individuo ha avuto la certezza che qualunque cosa dirà nessuno lo prenderà davvero sul serio, nessuno attribuirà al suo discorso il suo reale significato, tutti minimizzeranno, celieranno, non ascolteranno. Dal papa al più umile essere umano: il valore comunicativo della parola è quasi nullo, essa tende ad essere, al massimo, mero slogan. Mentre il mondo islamico davanti alle gesta dell’ISIS nella sostanza tace. Che vi sia un nesso?.
3. Vorrei sapere se i cattolici tradizionalisti e i loro amici ritengono che i papi siano scelti dai conclavi su ispirazione dello Spirito Santo, oppure no. Se lo ritengono, vorrei sapere perché hanno questo atteggiamento molto negativo verso Bergoglio. Si è papisti solo se il papa piace?
4. Il papismo è questo: il successore presente del Pietro romano comanda, tutti gli altri nella Chiesa monarchica obbediscono. Nella successione dei successori romani di Pietro cambiano gli orientamenti, l’imperium non muta mai, può variare solo la forza con cui viene maneggiato. Questa è la sua struttura, e finché si rimane nel papismo ci saranno quelli che apprezzano maggiormente un papa rispetto ad un altro, che temono le conseguenze del governo di questo o di quello, ma potranno condurre solo battaglie oblique, semicoperte, ovvero sostanzialmente ipocrite. Almeno in Italia..
5. Sembra che per alcuni ci sia in giro un sacco di comunisti. Io non li vedo proprio, ma forse perché penso ancora che dietro le parole vi debba essere un significato, e che con le parole si formino concetti. Ma per comunista cosa si intende oggi in Italia? Uno che lo è stato in anni lontani? Che so, come Giuliano Ferrara? Allo stesso modo si dovrebbe dare del socialista a Brunetta, a Cicchitto…
6. Penso che la stragrande maggioranza di quelli che credono nelle scie chimiche ritenga che la fonte di ogni male dell’Italia presente sia l’euro..
7. In una società estremamente complessa come la nostra, nessuno può avere una reale competenza in tutti gli ambiti, in cui pure deve prendere delle decisioni, come quella del voto politico. Ne consegue che quasi ovunque noi agiamo e pensiamo sulla base di continui e rinnovati atti di fede, assegnando o negando fiducia a questo o quello, sulla base di ciò che ci appare come orizzonte di plausibilità…. Ad esempio, ai miei occhi, a causa dei miei orientamenti culturali, della mia formazione, e di coloro che assumo come credibili e degni di fiducia, le cosiddette scie chimiche sono una bufala situata al di là di ogni orizzonte di plausibilità per chi non sia un idiota (nel senso originario e non strettamente clinico-primo-novecentesco del termine)..
8. Posta la necessità di distinguere concettualmente islamici e islamisti, Islam e islamismo radicale, si può essere islamismofobi e non islamofobi, essere anti-islamistici e non anti-islamici?
9. “Solo l’ateo uccide in nome di Dio”. Quali bestialità vengono dette e scritte in questi giorni! Dunque erano atei i crociati, atei i seguaci di Maometto lanciati alla conquista, atei Giosuè e i suoi che sterminavano i Cananei… No, veramente non ci siamo. Il mondo ha ben conosciuto atei che ordinavano e pianificavano massacri, ma lo facevano in nome della razza, della rivoluzione, dello stato. La verità è che ogni essere umano, religioso o meno, deve confrontarsi con la violenza, il sacro, e le loro innumerevoli metamorfosi. In questi giorni, poi, è un dovere pensare molto e parlare poco, perché la ragione fugge dagli animi eccitati..
10. “La violenza non paga mai!” Ma cosa dite? Farneticate? I grandi imperi, le grandi civiltà, e il nostro stesso attuale benessere, sono stati costruiti pacificamente? Sarebbe meglio dire che la violenza non paga a tutti. Paga, e molto, ai vincitori..
11. Una domanda tuttavia mi inquieta: se l’ISIS realizzasse un solido Stato, questo tra qualche anno apparirebbe molto differente dall’attuale Arabia Saudita? Risponda chi sa..
12. La confusione tra critica e satira è spaventosa, un segno del declino della ragione europea. Quella che chiamano satira di solito è vacua e superficiale, spesso ignobile e disgustosa. Quanto al preteso diritto di blasfemia, mi pare coincidere col diritto di sputare su quello che per altri è la cosa più cara, o il senso stesso della vita. Sputate pure dunque, deformate, trasformate quelli che odiate in mostri o creature ripugnanti, espelleteli dall’umanità con le vostre vignette, e siate felici. Ma quale grande battaglia avete mai vinto coi vostri sputi colorati? Ma a questo misero ornamento dell’oscurità, oggi sacralizzato dalla morte, non si contrappone nulla di luminoso, si oppone la micidiale serietà dei folli con le bandiere nere. In questo, e nel fatto che la satira in Europa goda di tanto prestigio, e tenda addirittura a sostituire la ragione politica, così che alla sovrana Economia dominante l’unica alternativa sono le sue pernacchie, è visibile in pieno la nostra attuale miseria..
13. Della barbarie saudita, di quello stato islamista che ha sequestrato anche La Mecca, quanto poco si parla. Sono alleati dell’Occidente, infatti, col pugnale dietro la schiena.
14. Facebook ha il merito di evidenziare quante persone si ritengano estranee alla massa, libere da condizionamento, esenti dai fenomeni di pensiero collettivo obbligato, e in grado di pensare autonomamente – essendo invece pienamente massificate, irrimediabilmente condizionate, pure particelle di pensiero collettivo, e totalmente confinate all’esterno del pensiero critico. In altre parole, umani ignoranti convinti di sapere, il cui pensare è il mero guscio del risentimento che li divora.
15. Dunque: se in giro c’è molto fuoco, e io mi penso libero e voglio affermare la mia libertà, vi lancerò benzina o acqua? This is the question.
16. Se cominciassero a distinguere arabo e islamico avrebbero fatto un bel passo avanti. Ma niente. Sono arrivato alla conclusione che l’informazione in Italia è gestita da qualche furbo e da molti idioti.
17. Prognosi: indifferenziazione crescente, impulsi mimetici massivi, capri espiatori come funghi dopo una pioggia di tardo agosto.
18. La struttura dell’informazione contemporanea inevitabilmente spinge i papi viaggiatori alla loquacità. Ma per sua natura questa stessa informazione ritaglia semplici segmenti di discorso e li consegna al circuito globale. Attorno a quei segmenti si generano vortici comunicativi che alterano il senso generale delle argomentazioni originarie. Ma questo i papi comunicatori non possono non saperlo. Come non possono non sapere che ogni loro parola verrà soppesata, usata e strumentalizzata. Ma rimangono loquaci, sono sempre più loquaci, e il processo appare inarrestabile.
19. I leoni, le tigri e gli altri animali in circhi e zoo stanno male? Cosa bisogna farne? (E i delfini nei delfinari?). Da bambino adoravo i numeri di circo con tigri e leoni, di acrobati e pagliacci non ne volevo sapere. In realtà, porsi il problema se gli animali stiano bene o male (cosa che solo la specie umana fa) è anch’ essa una forma di antropocentrismo: in ogni caso quel che dovrebbe essere bene o male per l’animale lo decidiamo sempre noi, interpretando la realtà secondo i nostri parametri, in modo diverso a seconda delle culture e dei tempi.
20. L’illusione di essere un diverso, uno fuori dagli schemi, addirittura “uno che pensa contro la propria epoca”. Chi è pervaso da questa illusione mi fa una certa tenerezza, come tutti i cultori del proprio più o meno evanescente ego, come tutti gli umani dunque.
In secondo luogo, quelli che dicono che “i Greci” si sono espressi in un certo modo ignorano che Tsipras è stato comunque scelto da una minoranza degli elettori, il 36%. Quindi è stato non-votato dal 64%. Senza contare gli astenuti e le schede bianche o nulle. Ma questo è un problema di tutte le democrazie, e più in profondità è un problema del linguaggio.
22. Basta uno Tsipras, e gli orfanelli di sinistra, soprattutto quelli attempati, sentono spirare in sé l’aura dei beati elisi.
23. Ricordi infantili: quando uno o più prendevano in giro, deridevano o insultavano altri ragazzini, finiva quasi sempre a botte. La derisione per natura (umana) precede lo scontro fisico, e ha in sé un anticipo di violenza. Ignorare la derisione di cui si è oggetto, fare finta di nulla, è un’arte che si impara crescendo, in alcuni ambienti culturali, non certo in tutti, anche nell’Occidente contemporaneo. In alcuni contesti, se ti deridono e tu non reagisci sei giudicato un vigliacco. Diciamo che nella quasi totalità delle culture umane vi è un controllo della derisione, più o meno complesso e articolato, finalizzato alla regolazione della violenza che ne può scaturire.
24. Come mi immagino un girone infernale? Popolato da demoni autistici, a basso funzionamento e iperattivi.
25. Quando esigere che i debiti siano pagati diviene impossibile, quando riscuotere un credito è un miraggio, quando chi è in credito passa per oppressore, ogni fiducia nei rapporti tra persone, gruppi e nazioni tende a dissolversi, e il caos avanza.
26. Vi sono affamati di assoluto che finiscono per trovarlo come cenere, e nella loro illusione gli innalzano templi dentro di sé, e nel loro orgoglio convocano incessantemente altri ad adorarlo. Cioè ad adorare loro e la loro cenere.
27. Qualsiasi sia il livello culturale medio di una nazione, essa avrà sempre la sua plebaglia.
28. È mai esistita una società complessa e stratificata in cui la prostituzione non esistesse?
29. Per la prima volta nella storia la potenza egemone nell’Europa centro-occidentale non è quella dotata–attualmente–delle armi più distruttive e dell’esercito più forte.
30. L’Italia è demograficamente ansimante. Paese di vecchi. Tuttavia siamo attualmente 60 milioni. Facciamo finta che il trend delle nascite sia positivo: quanti milioni di persone potrebbero abitare decentemente il nostro ristretto territorio senza farlo collassare? 80? 90? 100? Dal punto di vista economico-demografico è ipotizzabile e auspicabile in Italia una crescita indefinita della popolazione?
31. Al caos delle parole e al vuoto dei concetti seguirà necessariamente il caos delle azioni.
32. La stragrande maggioranza degli Italiani è vissuta negli ultimi decenni nell’illusione di una pace perpetua, senza porsi mai seriamente il problema di chi e che cosa avrebbe dovuto garantirla, rifiutandosi di ragionare di eserciti e armi, e vedendo anzi le armi stesse come il diavolo. Una maggioranza degli Italiani, perché una minoranza, a destra come a sinistra, ha sempre considerato lecito un certo uso delle armi (per la nazione, per la classe, ecc.). La maggioranza, fossilizzata dietro la falsa idea di un ripudio assoluto della guerra nell’art. 11 della Costituzione – il ripudio c’è, ma è condizionato, altrimenti non avrebbe senso un esercito italiano, né il “sacro dovere” di difendere la patria (art. 52) – ha semplicemente girato la testa dall’altra parte, come se pace, tranquillità, benessere economico, ecc. ecc. fiorissero spontaneamente e non dentro un recinto difeso dalle ferrate legioni imperiali.
33. Vorrei suggerire ai Governi occidentali, che sembrano non aver capito ancora niente: appena si verifica un attentato islamista, un omicidio o una strage in nome del Profeta, schierate uomini armati a protezione delle sinagoghe e dei principali luoghi ebraici, per favore. Perché sempre il fanatico islamista dopo aver ammazzato un cristiano o un ateo cercherà inevitabilmente l’Ebreo.
34. Quelli che chiacchierano di islamismo radicale e di ISIS ripetendo come un mantra che “la religione non c’entra” sono creature della notte in cui tutte le vacche sono nere. Sono convinti che la religione sia uno strumento della politica, della religione hanno un concetto meramente strumentale. Religione come epifenomeno dell’economia, del rapporto tra classi, patologia psichica transeunte, ecc. ecc., tutta la panoplia concettuale prodotta da qualche secolo di illuminismo superficiale. Occorrerebbe guardare il mondo anche con lo sguardo dell’altro, un altro che è veramente altro, non un medesimo travestito. Per il Califfo e i suoi adepti la realtà è rovesciata rispetto alla nostra: per loro la politica è uno strumento della religione. Il progetto del Califfato è quello dell’instaurazione globale di quest’ordine di valori. La stragrande maggioranza di politici e intellettuali d’occidente non è attrezzata per comprendere questo.
35. La non-mediazione è la natura stessa dell’ISIS, la sua essenza profonda. Il suo successo, la sua forza propulsiva ed espansiva, ciò che fa andare i suoi guerrieri alla morte, che infonde in loro un coraggio sconosciuto agli occidentali, è proprio questa non-mediazione, che per loro ha il nome di Allah. Questo è anche, esattamente, quello che attrae sotto le bandiere nere giovani di ogni estrazione sociale e culturale. Se l’ISIS abbracciasse una qualche forma di mediazione (qual è ad esempio la via diplomatica, in cui i nostri uomini politici continuano ad avere fiducia), perderebbe ogni attrattiva perché verrebbe meno alla sua intima ragion d’essere, e si sgonfierebbe. Ma non lo farà mai. L’ISIS non è uno tra i tanti gruppi islamisti, è una cosa nuova: non può trattare, ma solo combattere e uccidere, questo occorre averlo sempre ben presente. L’ISIS è la guerra santa, e come un magnete attirerà a sé elementi da ogni parte del globo, e spento da una parte si rianimerà da un’altra. Sarà una guerra lunghissima, pervasiva e devastante. Ma voi pensate al campionato di calcio, bravi ragazzi.
36. La rimozione della guerra da parte della coscienza nazionale italiana (chiamiamola così) è arrivata a tal punto che nemmeno la guerra partigiana è stata chiamata tale, ma lotta partigiana, come le lotte operaie combattute senza armi.
37. In tutto il mondo, e massimamente in Italia, appare sottovalutato l’immenso potere della Cialtroneria, alla quale moltissimi sono segretamente affiliati.
38. Giochetti di parole. “Democrazia è una parola greca, aiutiamo la Grecia!”. Se è per quello, anche oligarchia, demagogia e tirannide sono parole greche. Finiscono male quelli che danno se stessi in pasto ai nomi.
Micronote 42
Ipazia, scena XVIII
Filemone non fa in tempo a dire di no: un boato scoppia all’interno, folla si precipita fuori, i messi del prefetto corrono dentro.
È falso! È falso! urlano molti. È una calunnia dei giudei! L’uomo è innocente!
Un grasso macellaio sembra pronto ad abbattere un uomo o un bue, indifferentemente. Grida: Lui è sempre il primo ad acclamare i discorsi del nostro santo patriarca!
Cara, dolce anima, mormora una donna. Io proprio questa mattina gli ho detto: Perché non usi la verga coi miei figlioli, maestro Ierace? Come ti puoi aspettare che imparino qualcosa, se non li bastoni? E lui mi ha risposto che non può nemmeno sostenere la vista di una verga, perché si ricorda le bastonate che ha preso da bambino, una tortura.
Sembra proprio una profezia del suo destino, dice qualcuno.
E prova che è innocente. Perché come potrebbe profetizzare se non fosse uno dei santi di Dio?
Un eremita dall’aspetto selvaggio, barba e capelli sulle spalle e sul petto tuona: Monaci, dobbiamo salvarlo! Ierace è un Cristiano, e lo hanno preso e torturato nel teatro. Nitria! Nitria! Per Dio e per la Madre di Dio, monaci di Nitria! Morte ai giudei assassini! Morte ai tiranni pagani! E la folla sembra gonfiarsi per magia, scorre sotto l’immensa volta, trascina con sé Filemone e il facchino.
Soffocato dalla folla, l’omino tenta di mostrare una calma filosofica e chiede: Amici miei, perché questo tumulto?
I giudei hanno sparso la voce che Ierace volesse suscitare disordini. Maledetti loro e il loro Sabato! Ogni settimana sono loro a creare un caos intorno a questa loro danzatrice, invece di lavorare come fanno i cristiani.
I quali invece, riesce a ribattere l’omino, le sommosse le attuano nelle loro Domeniche… Uhm… differenze settarie, che il filosofo… Non fa a tempo a finire la frase che uno spasmo della massa lo fa cadere a terra e sparire tra innumerevoli gambe.
L’idea di una persecuzione in atto rende furioso Filemone, contagiato dalla folla urlante intorno a lui. Si fa spazio con la forza, fende la massa, fino all’avanguardia, bloccata da un’alta cancellata di ferro, insuperabile. Da lì si può vedere tutta la tragedia che si sta svolgendo all’interno. Legato al patibolo, quello sventurato innocente si contorce e urla ad ogni colpo della frusta di cuoio. Filemone e i monaci intorno a lui spingono la cancellata, la colpiscono in tutti i modi, invano. Dall’interno, i messi del prefetto sghignazzano e li deridono. Maledicono la plebaglia turbolenta di Alessandria, insieme col suo patriarca, col clero, i santi, le chiese. Promettono che per ognuno di loro monaci arriverà ben presto quella stessa punizione. Intanto le urla del suppliziato diventano sempre più deboli, infine il suo corpo devastato ha una violenta convulsione e rimane immobile.
Lo hanno ucciso! È un martire! Andiamo dall’arcivescovo! Lui ci vendicherà! Di bocca in bocca passa la notizia del martirio, e la parola d’ordine “Dall’arcivescovo!”. Come un solo uomo la folla si volge, come un fiume scorre di strada in strada verso la casa di Cirillo. Filemone è pieno di orrore, di rabbia, di pietà, è fuori di sé, e corre con quel fiume. Un’ora tumultuosa passa, anche più, strade larghe e stretti passaggi oscuri, e si ritrova in uno spazio di grandi edifici, e vicino è il Serapeo in rovina con le sue quattrocento colonne. Tra le grandi pietre sta già crescendo alta l’erba. Anche le maestose colonne un giorno cadranno, e della gloria degli antichi non resterà nulla.







