Una mattina del sig. C

Una mattina del sig. C

Un raccontino autistico per iniziati

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Erano quasi le nove del mattino, un giovedì di fine agosto, quando il sig. C uscì di casa. Le sue ferie stavano per finire, da due giorni era tornato dal mare, e lunedì sarebbe tornato al lavoro. Sulla porta chiese alla moglie se doveva comprare anche il pane. In quei pochi giorni che lo separavano dalla ripresa andava lui a fare la spesa quotidiana, non lontano da casa sua, prima passava al bar per un caffè  e poi dal giornalaio, anche se i giornali da poco c’erano anche al supermercato, vicino alle casse. «Ricordati di prendermi Chi!» gli gridò la Luisa dalla cucina, dove stava bevendo il suo secondo caffè. «Dovresti comprare anche due quaderni a quadretti per Roberto, ha già finito quelli della settimana scorsa» aggiunse.
Il sig. C mugugnò. Quel suo figliolo era un modello di ordine, così disciplinato, sempre puntuale, così amante della pulizia, che se il lenzuolo aveva una piegolina si impegnava a renderlo liscio come una tavola, che sennò non riusciva a prendere sonno. Bravo bravo anche a scuola, in matematica era un genio, ma che palle! Non svolgeva solo gli esercizi assegnati dalla professoressa, ne faceva di più, tutti quelli del libro. Consumava quaderni a quadretti come gli altri ragazzi consumavano merendine. Aveva un solo amico, occhialuto e secchione come lui, non giocavano a calcio, erano maledettamente seri. Facevano insieme i compiti, e si interessavano di coleotteri. Tutti e due. La loro attività fisica preferita consisteva nell’andare al parco e lungo un fiumiciattolo che vi passava in mezzo: e rivoltavano pietre e guardavano vermi, larve e cose del genere. Sapevano tutti i nomi anche in latino. Non era tanto normale, suo figlio Roberto, e neanche il suo compagno Valentino lo era. Ma quando il sig. C sentiva quello che combinavano i figli dodicenni degli altri, tra l’internet e il mondo reale, il sesso, le ragazzine incinte a dodici anni, allora ringraziava Dio di avergli concesso un figlio esemplare, tranquillo e obbediente.
Un’ora prima ne avevano parlato, in cucina, facendo colazione, del carattere di quel ragazzo, e la moglie a un certo punto gli aveva detto: «Tuo figlio deve essere un po’ autistico».
Il sig. C aveva sentito e letto tante volte quella parola, ma a dire la verità non aveva tanto chiaro cosa significasse. Aveva ribattuto: «Boh, per me è solo un po’ strano. Fatto a modo suo, ecco. Ma che problemi ci dà?» La Luisa gli aveva rivolto uno sguardo indefinibile.
Accese il motore della golf, azionò il telecomando del cancello, e ascoltò le prime parole della radio. C’era un dibattito politico. «Ma questo è un ragionamento autistico, voi del Movimento 5 Stelle vedete sempre solo la vostra pancia!» gridava uno dei contendenti.
«Che cazzo!» sibilò il sig. C, «politica a tutte le ore, politica di merda…»
Il sig. C aveva 50 anni, un buon lavoro, non aveva alcun problema di soldi, ma si sentiva molto insicuro: gli pareva che le parole stessero perdendo il valore che avevano un tempo, che i discorsi che la gente faceva fossero sempre meno affidabili. Come potersi fidare delle persone se il significato delle parole è dubbio, anzi sempre più incerto? Per esempio, quella mattina la parola autismo lo stava turbando, perché si era accorto di non riuscire a collegarla a nulla di preciso. La parola è sulla bocca di tutti, ma chissà quanti la intendono, pensava.
Fermò l’auto davanti al negozio del giornalaio, e scese pensieroso. Era in confidenza con Giovanni, scambiavano ogni mattina qualche battuta, qualche volta avevano anche preso il caffè insieme. E Giovanni, vedendolo accigliato, gli chiese se tutto andava bene. Il sig. C gli rispose che stava riflettendo su una parola che saltava fuori da tutte le parti, ma che nessuno, compreso lui, sapeva davvero cosa volesse dire. E aggiunse che quella parola era autismo. «Penso che sia… che sia come quelle persone che parlano poco, che non hanno amici» disse il giornalaio. «Introversi, mi pare che li chiamassero una volta, ma non so bene».
«Non ho assolutamente le idee chiare su questo. Forse mia moglie ne sa di più. Ah, lei vuole Chi». Le ultime parole le disse con un fil di voce, per non farsi sentire dagli altri due clienti nel negozio. Giovanni gli aveva già allungato il suo solito Corriere, dentro il quale il sig. C nascose pudicamente quella che giudicava una pubblicazione oscena. Ma mentre manovrava il Corriere vide il titolo di un articolo a fondo pagina: L’autismo di Federico. Uscì dal negozio con una strana sensazione di disagio.
E dunque, mentre di solito al bar il suo macchiato lo beveva in piedi, quel giorno si accomodò ad un tavolino, e si mise a leggere l’articolo. Iniziava così: «Un grande successo editoriale non se lo aspettava di certo Federico Rossi, per il suo libro Farfalle parlanti. Un libro che racconta le avventure di un ragazzo in un mondo in cui gli insetti parlano e ragionano come esseri umani. Perché Federico è un autistico averbale, un ragazzo che non sa parlare, ma che in questo lungo racconto rivela un mondo interiore di straordinaria ricchezza, pieno di sogni e di struggente malinconia. Federico è gravemente disabile, del tutto dipendente dagli altri per i minimi bisogni della vita quotidiana, ma grazie al computer e al metodo della “comunicazione facilitata” riesce ad esprimere i suoi sentimenti e quella che possiamo considerare una visione del mondo, esposta come una fiaba dalla complessa simbologia».
Il sig. C rimase perplesso. Com’è possibile che uno sia così ritardato da aver bisogno di essere assistito in tutto, e poi abbia pensieri profondi e riesca ad esprimerli bene, si chiese. E com’è possibile che uno non sappia parlare, e anche peggio, perché mi sa che averbale sia più grave di muto, e poi scriva benissimo. Questo autismo non si capisce proprio cosa sia. Finì il caffè, ma non l’articolo, e se ne uscì dal bar velocemente.
Al supermercato non pensò più all’autismo, gli piaceva girare fra i prodotti cercando quelli in offerta speciale. E col carrello pieno puntò alla cassa con la fila più breve. Davanti a lui una donna anziana con un cestino pieno fino all’inverosimile. Il sig. C si chiedeva sempre come mai la stragrande maggioranza delle persone anziane, numerosissime nel supermercato frequentato dalla Luisa e da lui, preferisse al comodo carrello, al quale ti puoi anche appoggiare e ti garantisce una grande stabilità, quei cestini con le rotelline, che ti obbligano a piegare la schiena ad arco per tirar su e deporre sul nastro sacchi di patate da tre chili o altre cose pesanti. Sarà perché nel carrello devi mettere due euro, pensava, e anche se poi te li riprendi la persona anziana teme di perderli… o per altre impenetrabili ragioni. L’anziana davanti a lui sospirava e gemeva ogni volta che si chinava a prendere qualcosa, e il sig. C stava per chiederle perché non facesse come lui, che usava un comodo carrello anche per due pacchetti di affettato, ma un urlo lo fece sobbalzare, e si girò. Vide passare come un razzo vicino alle casse un ragazzo alto e snello, che rideva come un matto. E dietro a lui, affannata nella corsa, una signora che gridava: «Fermo! Alt! Giacomo! Fermo!» Un commesso intercettò il ragazzo, e gli mise una mano sulla spalla. Il ragazzo si bloccò all’istante, e la signora che lo inseguiva lo prese per mano e lo portò via, ansimando e rimproverandolo. Lui continuava a ridere, sembrava l’immagine stessa della felicità.
Lo sguardo del sig. C incontrò quello della cassiera. «È un ragazzo autistico» disse lei. «Qui lo conosciamo bene, Giacomo, e non facciamo più tanto caso al suo comportamento. Bisogna solo stare un po’ attenti. Sa, ha anche il vizio di sputare per terra, e a volte anche addosso alle persone. Giorni fa ha preso una bottiglia di vino e l’ha lanciata in aria, e ovviamente è stato un disastro. Chissà perché fa così. Ma lui non parla, non dice nemmeno mamma». Non parla, e mi sembra che non capisca nemmeno quello che gli dicono gli altri, pensò il sig. C. Chissà, però magari un giorno scriverà un libro anche lui…

Quando tornò a casa con la spesa, trovò la Luisa in salotto davanti alla TV, come sempre a quell’ora seguiva una serie televisiva. «Sai che c’è un autistico in questa puntata? Ma ormai è finita».
«Ah sì, e cosa fa? Io al supermercato ne ho appena incontrato uno che non parla, sputa per terra e addosso alla gente, e corre come un pazzo con la madre che deve inseguirlo a rotta di collo».
«No no,» rispose la Luisa «questo qui parlava un sacco, e aveva anche dei poteri particolari, comunicava telepaticamente con altri autistici come lui. Sembrava quasi un alieno».
Il sig. C fece una faccia da carpa. «Anche sul Corriere di oggi si parla di autismo, sai? Eccoti Chi». E il sig. C andò in cucina con la spesa.
Mentre metteva la carne in frigorifero sentì la moglie che lo chiamava. «Vieni a sentire! Anche su Chi c’è un autistico». Il sig. C tornò in salotto. La Luisa gli dispiegò davanti agli occhi una pagina del settimanale, piena di foto. L’articolo si intitolava L’autistico volante. Una grande foto mostrava un cinquantenne di bell’aspetto, in tenuta da paracadutista, e un ragazzo ventenne non meno attraente, equipaggiato esattamente allo stesso modo.
La signora Luisa lesse al marito: «Pierluigi non parla molto, ma sa quel che vuole. Vuole volare col suo papà. Come lui, altri ragazzi autistici della fondazione Volare per credere stanno facendo un corso di paracadutismo. “Volare e lanciarsi,” dice il presidente della fondazione e padre di Pierluigi, il conte Pierfrancesco de’ Ostinati, “aiuta moltissimo le persone con autismo ad accrescere e consolidare l’autostima. Non importa se mio figlio non sa allacciarsi le scarpe, quando ci lanciamo insieme sentiamo che la vita per noi è bellissima, che la mia e la sua sono vite degne di essere vissute, che lui e io e io possiamo condividere le stesse gioie. E molti ci aiutano, riceviamo continuamente donazioni da privati, da gente che ha capito quanto importante e significativa sia la nostra azione in favore delle persone con autismo”». Il sig. C guardò tutte le altre foto del servizio, e in una vide padre e figlio sorridenti che indossavano due magliette con la scritta Noi diciamo NO alle VACCINAZIONI.
«Certo,» mormorò il sig. C, «un autistico nobile e uno proletario non avranno le stesse possibilità… Sai, Luisa, oggi la parola autismo mi gira per il cervello, non riesco a inquadrarla bene, a darle un senso. Tu sai davvero cosa vuol dire autistico
«No,» rispose la moglie, «non ne capisco un gran che. Certo che ormai se ne parla dappertutto. Ma chi ci capisce qualcosa è bravo. Ti ricordi il bambino dei nostri vicini di ombrellone?»
«Sì che me lo ricordo. Era bellissimo, ma non giocava mai. Cioè, muoveva continuamente le mani e si metteva la sabbia in bocca…»
«Sì, e poi partiva lungo la spiaggia, e i genitori dovevano affrettarsi a prenderlo, sennò chissà dove arrivava. Sarà stato autistico anche lui».
«Ma lui non mi sembrava molto intelligente, e neanche quello al supermercato».
«Mi sa che ci sono gli autistici intelligenti e quelli ritardati, ma allora non capisco più cosa sia l’autismo. È una malattia? Boh…»
«Lasciamo perdere,» disse il sig. C. «Adesso mi leggo il Corriere». Si sedette sul divano e aprì il giornale. Titolone in seconda pagina. Berlusconi: governo autistico. «Vecchia cariatide!» sibilò il sig, C.
«Dici a me?» chiese la moglie.

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7 thoughts on “Una mattina del sig. C

  1. Un raccontino che mette ben in evidenza quanto ancora l’autismo sia poco conosciuto, quanto poco venga capito dalle persone che non lo vivono in prima persona. C’è ancora tanto da scoprire, da capire, credo che sia così anche per chi lo studia da tanto. Una cosa credo sia certa, gli autistici non nono tutti uguali, sono persone speciali che hanno bisogno di costante attenzione e di persone che li amino tanto per quello che sono!
    Patrizia

  2. Troppi sono i luoghi comuni che circondano le persone con autismo. Solo l’informazione e la conoscenza possono salvarle dal pregiudizio e dal indifferenza.

  3. Bisognerebbe come prima cosa – prima di sensibilizzare, spiegare bene, cosa sia, l’autismo. Cosa siano poi gli autismi, da cosa sono anche accompagnati.. Troppo difficile… Meglio comprare “chi”.

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