How We Became Human

51IO3XVZu5L__SX331_BO1,204,203,200_Il sottotitolo di questa raccolta di saggi curata da Pierpaolo Antonello e Paul Gifford è Mimetic Theory and the Science of Evolutionary Origins (Michigan State University Press 2015). Il senso della raccolta si può evincere dai titoli dei saggi. Coevolution and Mimesis; Genes and Mimesis: Structural Patterns in Darwinism and Mimetic Theory; Maladaptation, Counterintuitiveness, and Symbolism: The Challenge of Mimetic Theory to Evolutionary Thinking; Convergence between Mimetic Theory and Imitation Research; The Deepest Principle of Life: Neurobiology and the Psychology of Desire; The Three Rs: Retaliation, Revenge, and (Especially) Redirected Aggression; Violent Origins: Mimetic Rivalry in Darwinian Evolution; Mechanisms of Internal Cohesion: Scapegoating and Parochial Altruism; A Mediatory Theory of Hominization; Animal Scapegoating at Çatalhöyük; Self-transcendence and Tangled Hyerarchies in Çatalhöyük; Rethinking the Neolithic Revolution: Symbolism and Sacrifice at Göbekli Tepe; Intrinsic or Situated Religiousness: A Girardian Solution; Homo religiosus in Mimetic Perspective: An Evolutionary Dialogue.

Il libro è denso e ricco. La cosa per me più interessante è rappresentata dalle  considerazioni intorno ai clamorosi ritrovamenti di Göbekli Tepe, la località nel sud della Turchia in cui è emerso un vasto complesso monumentale sacro risalente al 9600-8.200 avanti Cristo, costruito da popolazioni che vivevano ancora di caccia-raccolta. Girard ha dovuto in extremis accettare la possibilità di abbandonare la sua idea di precedenza temporale del sacrificio umano sulla pratica rituale di caccia ai grossi animali, e di derivazione di questa da quello. Ho sempre pensato che Burkert su questo punto avesse ragione: la caccia è venuta prima.

Schianto antico

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Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia. E io la celebro rifacendo il verso in chiave autistica alla famosa poesia “Pianto antico” di Carducci, pensando a Guido, che spesso tenta di toccare le auto che gli passano vicino.

L’auto a cui tendevi
l’autistica tua mano,
quella Nissan Terrano
dal grigio color
sulla nostra stradina
passò veloce or ora,
e tu tentasti ancora
di toccarne il motor.
E se io penso a quanta
forza hai nelle dita,
e a quando la tua vita
esplode nel furor,
tutto mi si raffredda,
nulla più mi rallegra;
nemmen la cinciallegra
che canta il suo amor.

Le api

apiMesilased è il titolo in lingua estone del romanzo di Meelis Friedenthal Le api (2012, trad. it. di D. Monticelli, Iperborea 2015). La storia è ambientata alla fine del Seicento nella città di Tartu, allora sotto la corona svedese, e nella sua università, che il giovane Laurentius Hylas, il protagonista, vuol frequentare. L’inizio lo vede in viaggio col suo bagaglio, e con un pappagallo in una gabbia. A questo animale Laurentius appare legatissimo, perché con la sua vitalità rappresenta il più forte antidoto all’ umor nero che lo pervade e ne fa un malato. Questo fatto, e il fatto che l’uccello sia una femmina e si chiami Clodia, e che una misteriosa ragazza che il giovane incontrerà ugualmente si chiami Clodia, fa comprendere come qui non ci troviamo in un clima del tutto storico-realistico, benché vi sia da parte dell’autore un profondo studio degli elementi culturali del tempo, degli usi, della medicina e della teologia, e vi si avverta sempre il senso della pesantezza, fragilità e problematicità dei corpi, nel loro sfuggente rapporto con ciò che si suole chiamare anima. Lo spazio di tempo della narrazione è di una sola settimana, durante la quale Hylas, il cui passato non è privo di mistero e di angoscia, è affetto da una febbre che potrebbe compromettere la sua lucidità, a causa anche di un salasso a cui si sottopone e dello scarsissimo cibo che assume. Bisogna anche rilevare come questo romanzo sia una riuscita mistura alchemica tra vari elementi di per sé discordanti, se non ripugnanti: come una sensibilità contemporanea e un quadro culturale della modernità incipiente (Cartesio, ecc.), la caccia alle streghe e un cristianesimo maturo, il mondo onirico e la realtà cruda dei corpi e delle malattie, i contadini che muoiono di fame, guerra e peste che incombono. Alla fine, non ho potuto evitare che fosse evocato in me il clima dell’espressionismo tedesco, e la pioggia che senza sosta cade per tutta la durata del racconto è la sigla di un destino che incombe, emblema della pesantezza, come quella che schiaccia i dannati nel VI Canto dell’Inferno. La vitalità colorata del pappagallo Clodia e la femminilità salvifica della fanciulla Clodia (ma sono entità differenti?) costituiscono il contrappunto-antitesi alla pioggia dantesca. Un romanzo che vale la pena di leggere.

Micronote 52

gufin

  1. Quanto l’Europa sia provveduta è dimostrato da quel che è accaduto e accade intorno alla questione dei migranti. Quanto alle forze onnipotenti che nella visione di molti governerebbero il mondo secondo una propria perversa razionalità, io non ho una visione teologica della storia, nemmeno nella versione laica e complottista. La storia è il luogo della potenza dell’accidente. Chi lo ignora ne è schiacciato, oggi come sempre: innanzitutto con l’ottenebramento intellettuale causato da quella che egli crede la sua astuta luce.
  2. Per Hobbes, la parola Stato indica un’associazione tra umani abbastanza ampia da poter fornire ai suoi membri una sufficiente protezione. È solo a questo livello che vi è sovranità, un potere legittimo al quale i membri della società hanno l’obbligo morale di obbedire.
    Cosa accade allora quando quei membri avvertono la protezione offerta dallo Stato come insufficiente? Che è quello che si sta verificando, su scala crescente, in Europa oggi.
  3. Una delle argomentazioni regolarmente addotte da coloro che sostengono il diritto alla genitorialità delle coppie omosessuali mediante gestazione aliena è di questo tipo: “Ho conosciuto Pinca e Palla, figlie di due donne lesbiche che vivono insieme da tanti anni. La mamma n.1 è andata a prendere il semino e ha fatto Pinca. La mamma n.2 è andata a prendere anche lei il semino per dare una sorellina a Pinca, ed è nata Palla. Non ho mai conosciuto bambine più serene e felici”. Al che uno potrebbe ribattere: “In Africa ho conosciuto Aisha e le sue sorelle e fratelli, figli e figlie delle quattro mogli di un uomo ricco. Non ho mai conosciuto bambini più felici”. Non ti piace quella struttura familiare poligamica? Non sarai mica razzista, vero?
  4. Amare incondizionatamente significa amare tutto ciò che è dell’oggetto amato. Un amore incondizionato della competizione, poiché ad essa appartengono la vittoria e la sconfitta, significa amare anche la propria sconfitta. Dunque, di fatto l’amore per la competizione è sempre condizionato. La si ama solo a patto di pensare se stessi vincenti.
  5. Tre categorie di umani: 1) quelli che venerano il Cambiamento, a prescindere (nella nostra cultura quelli che professano apertamente tale venerazione sono moltissimi, la maggioranza assoluta); 2) quelli che detestano il Cambiamento, a prescindere (nella nostra cultura quelli che professano apertamente tale avversione sono pochi, una minoranza); infine, 3) quelli che valutano razionalmente i cambiamenti, senza pregiudizi ideologici: e questi ultimi sono pochissimi, una minoranza invisibile.
  6. Sarà dura convincermi che il velo obbligatorio per le donne non sia un segno della loro sottomissione, e di dominio del maschile sul femminile, e che il velo liberamente indossato, là dove la scelta è possibile, non sia un segno di libera accettazione della sottomissione al dominio maschile e di libera rinuncia all’emancipazione femminile. Perché anche uno schiavo può scegliere la schiavitù, e determinare dove si collochi la libertà di scelta è sempre difficile.
  7. Entro qualsiasi forma di unione politica (tra individui, tra comunità, tra stati) sono inevitabilmente i più forti quelli che danno la linea. Pensare che l’Italia in Europa possa contare quanto la Germania e la Francia è una pia illusione, perché noi siamo più deboli, economicamente e militarmente (e proclamare l’illusione come se fosse realtà praticabile è una menzogna strumentale).
  8. Una classe dirigente all’altezza dei tempi e dei problemi che l’Europa deve affrontare non porrebbe mai, semplicisticamente, l’immigrazione come la cura per eccellenza che guarirà il continente dai processi di invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite. Una classe dirigente all’altezza della situazione promuoverebbe anzitutto in tutti i modi la natalità, sosterrebbe le famiglie, agevolerebbe seriamente le donne che lavorano, ecc. Ma soprattutto si impegnerebbe in una battaglia culturale a favore della fecondità delle coppie. Ma questo potrebbe non essere sufficiente, a causa della cultura dominante in Europa, come la demografia della Germania dimostra. E tuttavia ragionare come se la storia umana si muovesse lungo un percorso predeterminato, come fanno moltissimi, in questo come in altri campi, è pratica quanto mai risibile. Immaginiamoci un demografo, un sociologo e un economista che nel 1916 discutono di quello che sarà il mondo nel 1950. Oggi, con disarmante semplicità, molti discettano del mondo e dei sistemi economici e socio-sanitari come saranno nel 2050. Come se l’umanità non avesse mai conosciuto catastrofi e guerre devastanti. Come se la strada verso il futuro fosse là, un’autostrada diritta. Da sbellicarsi…
  9. Quando due civiltà, due differenti forme di strutturazione della vita umana si incontrano/scontrano, invariabilmente i tempi della cultura sono infinitamente più lenti di quelli della politica e della società. Con conseguenze disastrose.
  10. Il battesimo forzato dei Sassoni ordinato da Carlo Magno fa parte integrante di quelle radici cristiane dell’Europa di cui si è discusso. Come ne fa parte l’espansione verso est della Cristianità ad opera degli ordini monastico-militari: l’Ordine Teutonico, i Cavalieri Portaspada… Chi sa qualcosa, oggi, delle “crociate del nord”? O della crociata contro gli Albigesi nel sud della Francia? La Christianitas è inconcepibile senza la croce, ma anche senza la spada, la cui impugnatura era infatti cruciforme. Dunque le radici cristiane dell’Europa non sono tutte non-violente. Se si vuole vedere la realtà, e non sottomettersi in toto all’ideologia, naturalmente.
  11. La ragione è di per se stessa alternativa alla violenza? Difficile fondare razionalmente questa idea di ragione. In realtà, dietro questa idea c’è quella di reciprocità. Agire razionalmente verso gli altri, ricercare soluzioni pacifiche anziché violente per i conflitti, richiede che anche gli altri siano disposti a fare lo stesso. L’obbligo a comportarsi razionalmente, la razionalità concepita come normativa, non si può stabilire fino a che anche gli altri non sono disposti ad accettare quella normatività.
  12. All’inizio Suono e Senso erano bambini, e non si conoscevano, e vagavano nella pianura. Ognuno giocava da solo. Un giorno per caso si incontrarono, fecero amicizia, e cominciarono a giocare. Nacque allora il linguaggio degli umani. E il loro gioco non ha fine.
  13. La cultura progressista attualmente mainstream in Europa tratta il tema del corpo maschile e femminile in un modo sconcertante per la sua ambiguità. Da un lato invoca la specificità del corpo femminile all’interno di un discorso generale sulla femminilità come differenza positiva (della mascolinità non si può parlare, perché il suo concetto è sfuggente, manca di un proprium e tende alla pura negatività). Dall’altro nega totalmente la relazione tra il femminile e il corpo e il materno, riducendolo a puro ruolo nella maternità e paternità, che – irrelate al corporeo – possono essere quindi assegnate e spartite all’interno di coppie dello stesso sesso. Maternità e paternità deprivate di ogni elemento essenzialista e vincolo alla corporeità, e ridotte a mere funzioni. Dunque, la cultura progressista nega alla radice il senso umano dell’essere l’umano un mammifero tra gli altri mammiferi, cioè un portatore di mammelle, che sono il medium che connette il piccolo alla madre nella nutrizione. Nello stesso momento in cui la cultura progressista, che è radicalmente vittimaria, fa della natura in generale la Vittima del progresso economico e della tecnica, e la costituisce come entità venerabile e idolo di fronte a cui gli umani dovrebbero avere la stessa dignità di tutti gli altri esseri viventi, essa scardina la naturalità come concetto, facendone un fantoccio disponibile ad ogni uso ideologico. Tutto ciò ha radice profonda nell’origine della cultura progressista dal risentimento per ogni differenza che indichi una superiorità, che diventa risentimento per ogni pura e semplice differenza. Ed è sul concetto stesso di differenza che il pensiero progressista va incontro alle contraddizioni più destabilizzanti.
  14. Nella teoria di René Girard ci sono ancora troppi residui di psicoanalisi, nella quale ci sono ancora troppi residui di Platone. L’idea che dalla rivelazione delle cose nascoste, cioè dalla visione della verità, discenda un mutamento radicale dei comportamenti è in fondo gnostica. Del resto, anche l’idea che vi sia stato un primordiale nascondimento della innocenza della vittima presuppone una preesistente idea di innocenza, come la sua divinizzazione presuppone una qualche idea del divino. Ci sono cose, in Girard, che non mi hanno mai convinto.
  15. Pensare la solidarietà senza pensare contemporaneamente l’ostilità è possibile solo astrattamente. Chiunque pensi la solidarietà come modo di agire concreto non può evitare di pensare insieme l’ostilità: perché si è solidali con gli sventurati e le le vittime, e dove c’è sventura e vittima l’umano percepisce inevitabilmente la presenza di profittatori, carnefici e oppressori. Anche nell’ultima enciclica papale non si sfugge a questa dialettica, per quanto essa vi sia nascosta.
  16. Quando mi si convincerà che un animale, quel preciso animale, ha commesso un’ingiustizia, allora sarò disposto ad ammettere che tra l’umano e l’animale non c’è alcuna separazione.
  17. Esiste una sorta di devastante coitus intellectualis interruptus. Tu sei sprofondato in un libro, sei immerso in un flusso di idee, stai dialogando nella tua mente con l’autore che stai leggendo, stai cercando di afferrare un concetto, e qualcuno ti dice qualcosa, o sei chiamato al telefono, o il tuo figlio autistico ti chiude di colpo il libro o il portatile. Traumi ripetuti, giorno dopo giorno. Sofferenza che chi non ha una vita intellettuale non potrà mai capire.
  18. La mistura più pericolosa e nefanda: quella tra furbastri e anime belle.
  19. Dimenticano che gli umani non sono rettili, non sono anfibi, non sono uccelli, non sono insetti: sono mammiferi. Intenda chi può.
  20. Cosa nel mondo delle idee vi è di più vago, inafferrabile e difficilmente condivisibile del concetto di felicità? Eppure oggi tutti discettano della felicità del bambino come del valore supremo. Ricordate voi se da bambini vi sentivate felici o infelici, perché, quando e per quanto tempo? E da adulti anteponete voi la vostra personale felicità a tutto il resto? Quello attuale è un mondo dominato dal paradosso e dalla contraddizione, sposati in un matrimonio fatale. Da un lato l’individuo è dichiarato valore supremo, la sua felicità un diritto, e la coscienza individuale è proclamata santuario inviolabile; dall’altro si predicano doveri, come quello della solidarietà, che non si sa bene su quale suolo dovrebbero attecchire, o miracolosamente sbocciare superando per magia l’isolamento del singolo e aprendolo al bene degli altri. Da un lato, nella cultura mainstream l’individuo nel discorso corrente è trasceso nel gruppo, inteso come minoranza dallo stigma positivo: i gay, le lesbiche, i migranti, ecc. Dall’altro esso è trasceso nella oscura massa dei moralmente reietti: quelli del Family Day, i Leghisti, gli oscurantisti, ecc. E il bello è che nelle manifestazioni pro unioni civili dell’altro giorno tutti apparivano, come spesso nei cortei colorati, non tesi e preoccupati, ma allegri. Forse perché, riconoscendosi l’un l’altro come moderni, aperti, civili, intelligenti, potevano sentirsi migliori dei loro avversari arretrati, chiusi, incivili e stupidi. Poiché la felicità, o ciò che passa per felicità, non è un assoluto, ma nasce per lo più dal paragone, dal confronto. Che non a caso ha un senso di violenza latente. Felicità dalla vittoria contro i moralmente inferiori, anche solo sperata e anticipata nella mente.

La legge di natura

20150716150309_250_cover_altaLa legge di natura di Kari Hotakainen (Luonnon laki, 2013, trad. dal finlandese di N. Rainò, Iperborea 2015) è tra i romanzi che ho faticato a finir di leggere. Non mi capita spesso, ma neppure tanto raramente. Sono un libero lettore, nulla mi vincola nei comportamenti, nelle scelte, nelle preferenze, e nei giudizi. Il gusto è sovrano, qui, e il mio si allontana molto dal grottesco, che in questo romanzo svolge una parte importante. Io ho sempre detestato il grottesco, non è nelle mie corde né nelle mie papille gustative intellettuali. Detto questo, non posso evitare di notare come la corporeità nella storia narrata giochi un ruolo fondamentale: il protagonista, un evasore fiscale (vi è un elemento di critica sociale),  subisce un gravissimo incidente stradale che lo riduce in fin di vita e lo costringe ad un lungo ricovero in ospedale e ad una successiva riabilitazione, che non sappiamo come finirà. Sua figlia è incinta e vicina al parto. I suoi due vecchi genitori soffrono in diversa misura entrambi gli acciacchi e le infermità che sono propri dell’età avanzata. Il corpo, le sue esigenze e limiti, e i limiti della mente che dal corpo dipende. Nell’ultima parte della narrazione compare un simpatico giovane africano, un adottato a distanza, un tempo bambino al quale il protagonista ha inviato soldi per un bel po’ di anni, come si fa in questi casi, che ora adulto è venuto in Finlandia a fare il narcotrafficante.  Penso che temi e personaggi non si incastrino bene tra loro, e chiudo.

Un ebreo marginale 4

9788839904478gUn ebreo marginale (A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus) di John P. Meier. Dopo il primo volume Le radici del problema e della persona, il secondo  Mentore, messaggio e miracoli , e il terzo  Compagni e antagonisti , il quarto volume di questa eruditissima e brillante ricerca ha come titolo Legge e Amore (2008, trad. it. di G. Volpe, Queriniana 2009). Ne riporto un passo che è a p.646.

Al di là di tutti i singoli pronunciamenti giuridici impartiti nel corso del suo ministero pubblico, Gesù diede mai qualche indicazione sulla sua posizione di fronte alla Legge nella sua totalità? La risposta [..] è un sì condizionato. Dico ‘condizionato’ perché non si tratta di quel tipo di risposta completo e programmatico che ci piacerebbe ricevere – e che riceviamo da Mt 5, 17-20 o dalla rielaborazione matteana della pericope di Marco sul duplice comandamento. Tuttavia, almeno lo scheletro della tradizione alla base di Mc 12, 28-34 ci mostra che il Gesù storico non impartì semplicemente dei comandamenti halakhici ad hoc su temi sparsi come il divorzio, i giuramenti o il sabato. Egli rifletté sulla Legge nel suo complesso e ne estrasse l’amore di Dio e l’amore del prossimo quale primo e secondo comandamento della Torah, superiori a tutti gli altri. L’amore – di Dio per primo e del prossimo per secondo, in questo preciso ordine – occupa il posto più alto nella Legge. Le altre norme – pur non essendo affatto rifiutate o disprezzate – hanno minore importanza.
Questo il Gesù storico lo dice. Ma è anche tutto quello che dice. Quando passiamo ad affermare che egli fece dell’amore la chiave ermeneutica per interpretare tutta la Legge o il principio supremo da cui possono essere dedotti o in base a cui possono essere giudicati tutti gli altri comandamenti, dal Gesù storico siamo passati al Gesù matteano – che è il peccato originale della maggior parte degli esegeti cristiani che espongono il Gesù storico e la Legge. È Matteo, e soltanto lui, ad accostare ancora di più i due comandamenti dell’amore e ad affermare, cosa ancora più significativa, che tutta la Legge ‘è appesa a’ (dipende da? è deducibile da? deve essere interpretata da?) questi due comandamenti congiuntamente presi. Con Matteo, abbiamo il primo grande tentativo (giudeo-)cristiano di porre la halākâ del Gesù ebreo al servizio di un sistema embrionale di morale cristiana. È un passo importante nel pensiero cristiano, ma un passo che non va attribuito all’ebreo storico chiamato Gesù.

Etica del fuoco

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Non sono offerte vie facili e sicure per affrontare e risolvere le questioni etiche che la techne dilagante pone agli umani. La conquista della capacità di controllare il fuoco da parte dei nostri antenati centinaia di migliaia di anni fa è stata il primo passo di un cammino di allontanamento da ciò che chiamiamo “natura”; il potere smisurato e crescente della tecno-scienza è la fase odierna di quel cammino del fuoco, che non può essere fermato, e nemmeno interamente e sicuramente regolato, se non nei sogni degli illusi.
Su questioni come la fecondazione artificiale, le manipolazioni genetiche, l’eutanasia, ecc. ecc, io penso che sia sbagliato e improduttivo ancorarsi a miti, credenze, idee scaturite nell’alto medioevo e sviluppate quando si pensava che il pianeta Terra fosse il centro dell’Universo, e questo fosse un Cosmo, ovvero un ordinamento perfetto e stabile. Il mondo che si dispiega davanti ai nostri occhi non presenta infatti i caratteri di un ordine,  sibbene di una infinita serie di sequenze, tra loro connesse in modo instabile. Se ordine e stabilità fossero la cifra del reale, non vi sarebbero state le estinzioni di massa, e nemmeno l’evoluzione della vita come la conosciamo.
Io penso che la certezza dogmatica che ogni problema etico abbia una soluzione, e si tratti solo di lavorare per trovarla, sia una certezza priva di fondamento. Alcuni problemi forse troveranno una risposta sufficientemente condivisa, altri no, rimarranno per sempre insolubili: e questi genereranno conflitti e divisioni, e ferite non suturabili. Lo sviluppo della tecno-scienza ci ha portati in una condizione in cui si può affermare che esistano questioni etiche per le quali probabilmente non si darà alcuna soluzione definitiva, e forse nemmeno temporanea, per il semplice fatto che la techne è un fuoco che corre e dilaga ad una velocità ben superiore a quella dell’etica. Si tratta di questioni sulle quali ciascuno non applica una procedura razionale se non nelle premesse, ma quando si viene al dunque compie in ultima istanza un atto di fede, religiosa od a-tea che sia. E questo impedisce un vero dialogo, un dibattito produttivo, e innesca invece conflitti asperrimi, come si vede oggi in Italia sull’idea di famiglia, sul matrimonio omosessuale, sulla maternità surrogata, e su varie altre problematiche. Il fuoco della tecnica non può essere sottomesso ad un’etica del fuoco.

Naturale

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Si chiamava, ed è evidentemente un segno della flessibilità e ambiguità del linguaggio, figlio naturale quello concepito al di fuori del matrimonio… Se per famiglia naturale oggi si intendesse soltanto quella formata da UN uomo e UNA donna (con gli eventuali figli), si salterebbe a pie’ pari l’intera storia della cultura umana e delle relazioni di parentela, molto differenti tra una società ed un’altra. Questo salto lo fanno in molti. Di solito senza riflettere sul fatto che se naturale fosse la famiglia nucleare-monogamica soltanto, allora la famiglia di Giacobbe, con due mogli e schiave concubine, sarebbe stata totalmente e profondamente innaturale. Ma anche tutto ciò che ruota intorno alla sessualità dimostra come gli umani siano separati, anche se non in toto, dalla natura che essi stessi concepiscono, e che, paradossalmente, non esiste in natura. Infatti il piano in cui la natura e il naturale entrano in discussione, e in cui gli umani si confrontano sulle differenti concezioni di famiglia, non è il piano naturale ma l’ordine simbolico, quello che appartiene all’essere umano soltanto. Ed è appunto all’interno dell’ordine simbolico che può essere affermato che la famiglia è, culturalmente, il luogo dell’incontro stabile tra il maschile e il femminile, in forma variabile a seconda dei tempi e delle idee: un luogo in cui si media la differenza fondamentale e fondativa tra il maschile e il femminile. Può essere affermato, e di fatto lo è, di contro, che famiglia sia qualsiasi rapporto stabile di convivenza tra due umani, a prescindere dal loro sesso (ma non, evidentemente, dalla relazione affettivo-sessuale, altrimenti anche due amici o amiche che condividessero a lungo un appartamento per ragioni economiche o altre, magari con relazioni erotiche esterne, sarebbero una famiglia). Vi è, anche in questa posizione, a ben vedere, una sorta di metafisica della coppia: etero od omosessuale, la coppia è la realtà idoleggiata, sacra e indiscutibile. Io preferisco una distinzione, e mi piacerebbe che la relazione omosessuale stabile fosse definita da termini distintivi: ma prevale in molti strati della società occidentale il terrore della ghettizzazione, del razzismo, ecc.: per cui si esaltano le differenze e nello stesso tempo si negano. Per cui il diverso è accettato solo omologandolo e riducendolo all’uguale. Ma tant’è: anche l’ordine simbolico presenta caratteri a modo suo darwiniani: alla fine prevale ciò che è più forte e più adatto, e i perdenti, se possono, si consolano nella sfera dell’immaginario e della idio-simbologia; se non possono, alimentano in sé il risentimento e si consumano nell’impotenza.

Micronote 51

gufo

  1. “La religione non c’entra niente, la violenza ha altre cause”: questa è una delle proposizioni più idiote in circolazione. “La religione non è la causa unica della violenza, ma uno dei suoi fattori” è già molto più prudente. L’errore sta sempre nell’isolare un elemento: come studiare il cuore o il cervello a prescindere dall’intero organismo e dalla funzione che il singolo organo svolge nel tutto. Quando il liberale medio dice “religione” ha di essa in testa il concetto borghese-occidentale moderno della religione stessa: un fatto dell’interiorità, del singolo individuo, un fatto privato. Negli altri mondi è un’altra cosa. Ma nemmeno nel mondo occidentale, pur con tutte le differenze che lo segnano, la religione è solo questo. Cos’è stampato sui dollari?
  2. Con Giovanni Paolo II inizia la spirale inflazionistica della Chiesa Cattolica: si moltiplicano a dismisura i viaggi papali, i santi vengono proclamati a centinaia, i giubilei diventano più frequenti. E si dilata, personalizzandosi, l’ego papale: che infatti si individualizza anche nel linguaggio colloquiale, sussumendo l’individualismo contemporaneo. La misura del cattolicesimo è sempre più una dismisura. Per questo la posizione di Francesco è sul filo di una lama.
  3. L’intellettuale italiano medio non è mai stato interessato a comprendere criticamente la realtà, il suo interesse principale è sempre stato la lotta. La lotta facile, però, e per lui redditizia. Vuole combattere battaglie per cui la vittoria sia già assegnata alla sua parte, per affermarsi ha dunque bisogno di nemici inoffensivi. Ma i nemici debbono rappresentare innanzitutto per lui una fonte di affermazione e di guadagno, devono essere nemici dell’intero forte gruppo sociale in cui l’intellettuale è inserito. Egli infatti non brilla per coraggio, ed è profondamente conformista. La caduta del mondo bipolare ha rappresentato per l’intellettuale italiano tipico una catastrofe, per la quale il fenomeno Berlusconi è stato un rimedio temporaneo. L’era di Renzi, che gli succede, produce necessariamente l’inedia dell’intellettuale. Con l’islamismo, poi, egli si trova in difficoltà, perché quello sfugge a tutti i suoi parametri culturali: del resto la cultura religiosa non è mai stata il suo forte. Per questo annaspa, ricorre alle sue formulette ritrite, e al massimo costruisce un altarino per accendere candele alla Costituzione.
  4. Chi dice la verità in politica perde le elezioni: vincono solo le pillole indorate, che abbiano sapore di destra o di sinistra. Ruolo efficiente e produttivo della menzogna. Questo è un dato sistemico, diciamo.
  5. Del nulla antico non c’è alcun ricordo.
    Di quello che verrà questo è caparra.
  6. Entri in consiglio d’amministrazione
    grazie a un amicone,
    grazie a un amicone.
    Non serve laurea non serve formazione,
    ti basta un amicone,
    ti basta un amicone.
    E se il tuo babbo ha più di un amicone
    saranno tue decine di poltrone,
    saranno tue decine di poltrone.
  7. Il suddito – dal latino subditus, termine composto con sub che significa sotto – è appunto colui che è sotto-posto, sotto-messo, sotto-stante ad un potere più alto, contro il quale non può nulla, e che non può nemmeno intendere nelle ragioni che lo muovono, negli interessi di cui è intessuto, e nel linguaggio che parla entro la sua sfera. Quanto negli italiani di oggi vi sia del suddito e quanto dell’uomo libero ciascuno può a suo modo e secondo le sue capacità giudicare.
  8. Un segno dei tempi: la distanza tra la figura del sindaco e quella del clown si sta progressivamente riducendo.
  9. C’è una differenza fondamentale tra una civiltà che compie atti atroci in contraddizione coi valori che essa stessa ha prodotto, e che risultano atroci proprio in relazione a quei valori – per cui quegli atti vanno nascosti (vedi Guantanamo ecc.), ed una civiltà che attua lo stesso tipo di atrocità, che però secondo le sue categorie fondative non sono atrocità ma atti di giustizia – per cui vanno esibite davanti al mondo (ISIS ecc.).
  10. Il nemico della dolcezza non è l’amaro. È il dolciastro, che oggi dilaga ovunque.
  11. Il desiderio di Sacro che molti percepiscono oggi fra la gente è lo stesso desiderio che prese gli Israeliti mentre Mosè riceveva la Legge sulla montagna: quello di avere un idolo visibile, una forma di potenza, su cui riversare i propri bisogni e brame invisibili, di cui essere servi, per godere di una particola della sua potenza. La forma suprema del sacro è il Serpente in Eden.
  12. Differenza di genere nel modo di fare la guerra?
    Noi abbiamo smesso di regalare fucili e pistole giocattolo ai maschietti (preferiamo che si divertano con videogiochi dai contenuti violentissimi), e c’è chi si compiace del bambino che gioca con le bambole.
    È giunto forse il tempo di tornare a donare ai nostri figli armi giocattolo, e anche alle nostre figlie?
  13. Ascolto una puntata di Tutta la città ne parla sul Terzo Programma della radio. Argomento lo smog che attanaglia le città. Unico imputato l’automobile privata. Come se non esistessero altri fattori. Senza distinguere tra i carburanti utilizzati, tra l’altro. Evidente la concezione sacrificale dell’auto come emblema di tutto ciò che si odia. Evidente non praticabilità delle soluzioni finali prospettate, in chiave apocalittica. Ma questo è un filone importante nel pensiero progressista, lo so bene.
  14. Tosse, bronchite e raffreddore,
    dalla stradina nessun rumore,
    all’alba un cielo senza chiarore,
    un merlo affamato sogna le more.
  15. La lode delle persone semplici tessuta da quelli che semplici non sono, e hanno molto potere, è sempre sospetta.
  16. Naturalmente la logica dice che se è vero che persone esperte possono anch’esse combinare disastri, pensare che la soluzione sia far largo agli inesperti e ai babbei è folle.
  17. Quelli di Radio3, Fahrenheit, Tutta la città ne parla, e altre trasmissioni che ascolto, ce l’hanno a morte con l’identità. Quando sentono la parola radici diventano come tori davanti a una muleta. No, per loro una civiltà non deve essere pensata come un albero con radici e rami, ma piuttosto come un fiume in cui si mescolano le acque di infiniti affluenti, e tutto si contamina e si meticcia. Come se questo salvasse gli umani dalla violenza, e il primo meticciamento non fosse quello delle armi. Ogni ricerca di radici alle loro narici puzza di fascismo. Radici di famiglie e di popoli e di nazioni, che orrore! Naturalmente l’orrore è solo per le radici bianche, europee e occidentali.
    Quando sento la parola radici a me invece viene in mente Kunta Kinte, l’eroe nero di Alex Haley, e anche una frase di Simone Weil: “Chi è sradicato sradica”. Che era in verità riferito ai nazisti.
  18. Molti degli attuali ministri sono idioti, nel senso greco originario del termine, cioè uomini dal ristretto orizzonte, e quindi incompetenti. I provvedimenti sull’inquinamento – esposti da un ministro che veramente sembra un poveraccio, che al massimo potrebbe forse gestire una tabaccheria – ne sono la conferma. Il dramma dell’Italia è che l’alternativa al governo degli idioti gestiti da un furbacchione sembra essere quella di un governo di esagitati, dementi, energumeni e folli.
  19. Quando si entra in una (impossibile) discussione con un animalista integrale ci si trova davanti a una linea di pensiero ostile al principio di non-contraddizione. Da un lato infatti l’animalista sostiene che tutti gli esseri senzienti hanno gli stessi diritti perché per natura sono sullo stesso piano, e che nessuno può stabilire che la vita di un topo valga meno di quella di un umano, e che l’antropocentrismo è un orrore assoluto; dall’altro l’animalista invoca la responsabilità degli umani verso tutti gli animali, responsabilità che nessun’altra specie evidentemente si assume, nemmeno gli evoluti scimpanzè, perché essi “non guidano macchine e non vanno al cinema”: in questo modo l’animalista pone (ed è l’unica cosa giusta che fa) una differenza ontologica tra la specie umana e le altre, senza percepire minimamente quali siano le conseguenze teoretiche di questa differenza affermata. Ma la cosa più sconvolgente è che l’animalista è strutturalmente incapace, a causa della natura paradossale dell’essere animalista, di cogliere la realtà della natura: gli spietati meccanismi di dominanza che governano le specie, la necessaria distruzione di innumerevoli giovani vite, degli individui deboli, malati, la predazione: da tutto ciò l’animalista medio distoglie lo sguardo, affamato di scene come quelle di gattini e topolini abbracciati, di gattini che giocano coi pitbull, ecc.: il mondo animale come mondo di sdolcinata pace, esattamente quello che non è. Certo che potrai fotografare il giovane lupetto che gioca con un agnello, e una foto del genere commuoverà le anime belle che affollano il Web. Ma la realtà naturale non è quella, quella è una mistificazione, una delle tante realizzate dall’unica specie che le sappia creare, quella che ha creato anche l’animalismo.
  20. Tutta la sapienza tragica degli ultimi tremila anni si condensa in questo distico, le cui profondità sono quasi insondabili, e che è leggibile e interpretabile a diversi livelli e con strumentazioni critiche differenti:
    “Non c’è scampo per il poveretto,
    e nemmeno un gamberetto”.

Mediautistici

chiara_ori_crop_MASTER__0x0-593x443Sappiamo che l’Internet ha dato un contributo importante, a livello globale, alla consapevolezza dell’autismo. Qualcuno ha anche detto che l’autismo come oggi è raccontato è una creazione del Web. Sicuramente le famiglie degli autistici, e anche una parte delle persone nello Spettro, quelle ad altissimo funzionamento e asperger, hanno trovato nella Rete strumenti di comunicazione, e di azione e influenza, importantissimi. Ma anche cinema e televisione oggi sono forti attori nel campo dell’autismo, e la sfera mediatica nel suo insieme non può essere trascurata da chi si occupi di autismo come fatto sociale.
La sfera mediatica è la sfera della presenza-agli-altri, della visibilità. Questa sfera, in cui la televisione continua a svolgere un ruolo privilegiato, esplicita e porta all’estremo la tendenza generalmente umana ad abbandonare la periferia del gruppo sociale, e della società di massa odierna, per occupare il Centro, dove si è resi visibili agli infiniti membri della periferia, e dove mediante la visibilità si esercitano i poteri, reali o illusori che siano. Non ci si deve dunque meravigliare se anche nel mondo dell’autismo si manifestano fenomeni analoghi a quelli che si possono osservare in ogni altro campo: fenomeni di ricerca della visibilità, tentativi di acquisire una posizione tale da poter esercitare una influenza. E in questo l’immagine è fondamentale, e sull’immagine si gioca molto.
Come meravigliarsi, dunque, se i padri e le madri delle persone con autismo che ne hanno la possibilità e i mezzi fanno di tutto per acquisire visibilità nel sistema mediatico? È in corso, che lo vogliamo o no, che ci piaccia o meno, una vera e propria lotta darwiniana: in un mondo di scarsità di risorse, e quelle per l’autismo non sono certo destinate ad aumentare, sopravvivranno i più abili e forti, i più adatti, quelli che riescono a interagire meglio con l’ambiente, che nel nostro caso è plasmato dai media. Alcuni genitori lo sanno benissimo, e si stanno buttando nella mischia: occorre richiamare l’attenzione sul proprio figlio, possibilmente facendolo diventare un eroe mediatico, cioè un eroe-vittima. Ed ecco l’autistico di bell’aspetto, addirittura sexy, usato in campagne pubblicitarie, ed ecco l’autistica a basso funzionamento candidata alle elezioni comunali. Ecco, ad un livello inferiore, la moltitudine di mamme e papà che scrivono libri sulla storia del figlio, libri per lo più autopubblicati e che nessuno leggerà.
Leopardi notava come il dolore di una persona di bell’aspetto ci colpisca assai più di quello di un individuo brutto, anche se le sventure di quest’ultimo sono più gravi: questo elemento della psicologia umana è ben tenuto presente nel marketing dell’autismo. Cercansi autistici di bell’aspetto, chioma fluente e sorriso ammiccante. Questo marketing finora è stato solo economico. Ora sembra che possa diventare anche politico. Si tratta sempre di utilizzazione dei figli come strumenti: la libertà essenziale di questi non è messa in discussione, non è considerata, come la loro dignità umana, non sembra fare problema. Come se sempre il fine giustificasse i mezzi. E così l’Italia è come sempre un Paese ipocrita e diviso: da un lato un gran numero di disabili chiusi in strutture lager, senza reale controllo, affidate a personale-aguzzino. Dall’altra riflettori accesi su pochi autistici piacenti, danarosi e figli di genitori che ci sanno fare. Propongo un concorso per il mediautistico dell’anno.