Dacca e i Curdi

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Un ragazzo e due ragazze bengalesi sono seduti ad un tavolo del ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca. Tutti e tre sono musulmani e vestiti all’occidentale. Irrompe un gruppo di terroristi-martiri sunniti. Tutti e tre i ragazzi bengalesi sono in grado di recitare versetti del Corano. Al maschio è offerta la libertà, che lui eroicamente rifiuta pagando il suo gesto con la vita. Alle femmine no, e sono senz’altro uccise. Perché questa differenza di trattamento? Quei giovani non sono tutti ugualmente islamici? Non conoscono forse il Corano? È del tutto evidente che qui secondo i fondamentalisti vi è una questione di genere: nel senso che al maschio nella loro visione è concessa da Dio una serie di libertà e autonomie che invece da Dio alla femmina sono negate. Un uomo può anche vestirsi, se crede, in maglietta e jeans, una donna no. Se lo fa tradisce l’Islam ed è nei fatti una rinnegata, e va trattata come tale, i rinnegati devono morire. Qui si coglie un punto centrale: la questione del ruolo della donna nelle società islamiche, del suo stato di sottomissione al maschio. È proprio per la centralità di questo elemento critico che gli occidentali dovrebbero appoggiare in ogni modo il popolo che all’interno del mondo musulmano ha visto il massimo grado di emancipazione della donna, e che potrebbe essere un faro per quel mondo: il popolo curdo. Dubito fortemente, dati i precedenti, che l’Occidente si muoverà con intelligenza.

Quel che manca a Mancuso

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Scrive sulla Repubblica di oggi Vito Mancuso, nell’articolo intitolato Perché questo è il tempo di riscoprire la confessione: «È solo dalla connessione organica e fiduciosa con il mondo naturale che gli esseri umani  possono ritrovare il coraggio di essere liberi: liberi dal potere economico e politico, liberi dal pervadente erotismo mercantile che imprigiona i corpi rendendoli merci, liberi dalle ossessive connessioni alla rete che li irretisce, di nuovo felici di stare soli, di tacere, di respirare, di essere.» Meravigliosa la capacità di Mancuso di accumulare in poche righe un gran numero di luoghi comuni, tenuti insieme da una zuccherosa e da me insopportabile retorica progressivo-veganeggiante. Egli accumula espressioni che per uno spirito critico sono stilettate: liberi dal potere economico e politico, ma certo, come no? È così semplice, basta poco. Liberi dall’erotismo mercantile che mercifica i corpi, nulla di più facile, i miliardi di consumatori di porno si persuaderanno subito. Felici di stare soli: bellissimo, già c’è qualche reality che lo spiega al volgo. Felici, oltre che di tacere e di respirare (oggi è pieno di gente in apnea, il potere economico ci vuol tutti così) anche di essere. Una felicità metafisica, addirittura. E da dove deriverebbe? Dalla connessione organica e fiduciosa con il mondo naturale. Questa è una perla, una gemma di sapienza mancusiana. Chissà a chi pensava quando ha scritto quelle parole ispirate. Ai contadini davanti alla carestia, agli abitanti di un’isola del Pacifico durante uno tsunami, agli abitanti di Pompei durante l’eruzione? O piuttosto agli ospiti di qualche resort immerso nella natura? Come ho scritto varie volte (ad es. qui), Quel che manca a Mancuso è anzitutto questo: una visione della natura che non sia filosoficamente dilettantesca. Mancuso pensa il naturale come intrinsecamente ordinato al bene e alla giustizia, armonioso e felice, e questo è semplicemente una forma di accecamento. La curvatura veganeggiante del suo pensiero si accentua sempre più, con esiti penosi. Peccato.

Micronote 55

  1. gufinSembra che nella religione del nostro tempo esista questo comandamento: «Non violare la privacy, a meno che non sia quella di un tuo avversario politico o culturale.»
  2. Un partito che non riesce a garantire alcuna vera legalità al suo interno a maggior ragione non potrà garantirla nelle istituzioni e nella società.
  3. Dall’infanzia mi giunge una voce:
    «Ogni cosa più bella finisce».
    Al filosofo parla anche il mare:
    «Tutto quello che inizia finisce».
    Sta nel cuor della gioia una voce:
    «Ogni cosa, ogni amore finisce».
  4. Il senso del tempo era diverso prima della irruzione della fotografia nella vita degli umani. E tuttavia un nuovo senso della labilità, dell’impermanenza, è legato al continuo emergere di tecnologie del visivo, che hanno assunto un ritmo sempre più travolgente. Il digitale non è eterno, non ha durata, si autodivora, è nulla.
  5. Presso il santuario di Lügenheim, in Svevia, si venerano le reliquie di Santa Infingarda, che fece molti miracoli con le sue bugie, e che per questo fu proclamata patrona dei bugiardi.
  6. Qualsiasi vittimologia quando si trasforma in culto rischia di generare persecuzione. Perché tale generazione non avvenga sono necessari anticorpi culturali robustissimi, che oggi in Occidente stanno crollando. Tutto ciò che denuncia la persecuzione si volge in persecuzione. Tutto ciò che denuncia la discriminazione si volge in discriminazione.
  7. Nemo trivella in patria.
  8. Il romanzo è un farmaco. Preso nella dose giusta, che varia da un individuo all’altro, è salvifico. Assunto con un dosaggio eccessivo, diviene un veleno letale. E questo è interessante: il capostipite della letteratura moderna, il Don Chisciotte di Cervantes, contiene già l’idea che un eccesso di letture romanzesche porti alla follia.
  9. La mia mente è ancorata al principio di non-contraddizione. Dunque non può accettare l’idea progressiva che i migranti (ma quando si fermano diventando immigrati?) siano contemporaneamente quelli che salveranno economicamente l’Europa decadente (ci pagheranno le pensioni, ecc.) e quelli le cui condizioni di non-integrazione, ghettizzazione, povertà e irrilevanza già ora generano la violenza terroristica islamista. Perché, tra l’altro, un conto è lo spirito umanitario, che non tollera, giustamente, le innumerevoli morti di migranti, un altro conto è la pretesa di conoscere il Senso della Storia. Una pretesa che abitava, lo ricordo benissimo, nelle menti dei militanti del PCI negli anni Sessanta e Settanta, e che ora, in quelle dei loro annacquati eredi progressisti alla Boldrini, si manifesta ancora. Ridicolmente.
  10. Mi piacerebbe entrare nella Massoneria. Purtroppo non amo alcuna forma di rituale.
  11. Odi veganum vulgus et arceo.
  12. Per molto tempo la cultura progressiva dominante in Occidente ha esaltato in tutte le forme la trasgressione. Il successo mediatico e politico è stato legato all’apparire trasgressivi. Per questo oggi quella cultura appare inerme davanti ai Trump.
  13. Nulla è più ridicolo della pecora convinta di essere un’aquila o un lupo solitario.
  14. Vorrei sapere dalla Mogherini se un salafita che risiede in Europa e cerca di far vivere il suo quartiere a maggioranza musulmana secondo le norme della Sharia debba essere considerato come uno di noi o come uno di loro, come un uguale o come un diverso.
  15. Un mondo di eterna adolescenza può generare solo pupazzi o mostri.
  16. Se tu pensi che la tua morte violenta e sterminatrice sia la porta per il paradiso e l’eterna vita nella gioia divina, allora tu non sei un nichilista. Sei qualcosa di tremendo, ma non un nichilista. Chiamarti nichilista è l’ennesimo imperdonabile errore del pensiero occidentale.
  17. Strage segue a strage, massacro a massacro. Ogni settimana, ogni giorno, in questo o quel punto del pianeta. Gli autori sono quasi sempre islamisti sunniti, di qualche gruppo, frangia o milizia. Questo è un dato solido e definito. Sono estremisti sunniti. E come stupirsi della nostra indifferenza occidentale? Nessun essere umano può reggere nella commozione, nel pianto permanente, dall’Oriente al curvo Occidente. Il cuore umano si ispessisce, fa una corazza, secerne indifferenza, non vuole morire.
  18. Disse il Maestro: «Gli umani sono gli unici animali che non sanno che cosa essi stessi siano, mentre una parte di loro, pensando erroneamente di saperlo, vorrebbe essere altro da sé».
    «Dunque», gli chiese un discepolo, «la differenza con gli altri animali sta in questo: loro sanno che cosa sono, e l’umano non lo sa?»
    «No», rispose, «gli altri animali semplicemente non sanno, e, non desiderando essere altro da quello che sono, nemmeno mai desiderano».
  19. Se la natura in sé fosse un equilibrio perfetto, che solo gli umani hanno alterato, ci sarebbero ancora i dinosauri.
  20. Il diabolus sub specie angeli è molto più frequente dell’angelus sub specie diaboli.
  21. Disse: «Un tempo il mondo era diviso in due: da una parte oro, dall’altra sangue. Ora il mondo è diviso in tre: sangue, oro, e zucchero».
  22. La foglia vibra e cade, e tu l’insetto
    hai ali pronte, o cadi nella terra.
  23. L’autismo non va in vacanza. Se è grave non celebra feste. Se è molto grave non possiede neppure il minimo concetto di festa o vacanza.
  24. Se tu sei una persona che accetta il diverso, il vero diverso da te non è colui che accetta a sua volta il diverso da sé: il vero diverso da te è colui che non vuol saperne di accettare il diverso da sé. Ciò significa che il vero diverso da te è il musulmano islamista.
  25. Sovente i membri di grandi istituzioni ostentano l’umiltà del mattone. «Io personalmente non sono nulla, sono solo il servo di una grande causa». Come il mattone che dicesse «sono soltanto un pezzo d’argilla cotta», e intanto si insuperbisse in cuor suo di essere stato prescelto per essere la milionesima parte di un grande edificio.

La strage di Orlando

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Considerazioni sulla strage di Orlando, così come mi vengono.
1. L’omofobia del terrorista Omar M. è strettamente legata alla sua identificazione nell’islamismo jihadista. Scindere i due elementi porta fuori strada: anche nei paesi islamici più tolleranti un locale come il Pulse Club di Orlando sarebbe del tutto impensabile, e le forme di omosessualità accettate socialmente in tutto il mondo musulmano sono solo quelle sommerse e invisibili. In nessun paese islamico può prosperare, manifestandosi e lottando per i suoi diritti, una comunità LGBT.
2. Attaccare l’Islam in quanto tale per fatti del genere è pericolosissimo, perché non fa altro che accrescere l’odio inter-religioso e spingere nuovi credenti nelle reti dell’ISIS. Chi tra gli occidentali vuole lo scontro totale con l’Islam come religione deve dichiarare di volere anche un mare di sangue, incommensurabile con quello che viene versato ora. C’è bisogno di un impegno culturale immane, al fine di superare quella che deve essere compresa come una guerra di culture in corso, anche entro l’Islam. La possibilità di un mare di sangue, tuttavia, solo un accecato oggi la può escludere.
3. L’Islam jihadista ha una forte capacità di contagio, grazie anche all’internet. La comunità musulmana nei paesi occidentali non sembra attualmente essere in grado di generare anticorpi adeguati.
4. Ritenere che il jihadismo sia un prodotto di povertà ed emarginazione è mera insensatezza: atti di violenza sfrenata vengono compiuti in nome di Dio da persone perfettamente integrate nelle società ricche, figli di genitori integratissimi, come Omar Mateen. Ergo, lo scontro è culturale, e il detonatore massimo è il sesso, il locus in cui agli occhi di una buona parte dei musulmani, e non dei soli jihadisti, si palesa la totale corruzione morale dell’occidente: nell’emancipazione della donna, nell’esistenza stessa di un mondo LGBT pubblico e socialmente accettato.
5. Domanda. Cosa accadrà in una globalità multiculturale in cui la comunità musulmana crescerà di numero, offrendo al suo interno l’humus culturale (anzitutto bloccando qualsiasi possibilità di studio storico-critico del Corano) per lo sviluppo di cellule mortifere?

Volpi e galline

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Dal punto di vista antropologico, lo studio del sentimento animalista dilagante nelle società occidentali è del più grande interesse. E vi sono episodi che, inseriti nel contesto generale della percezione animalista della realtà, sono particolarmente significativi e rivelatori. Qualche giorno fa, in provincia di Venezia, i piccoli animali di una cosiddetta “oasi” sono stati massacrati nel corso di due successive notti. Già dopo il primo evento si è scatenata la caccia al responsabile umano (non poteva che essere un umano, ovviamente), dipinto come una sorta di abominevole mostro assetato del sangue di creature innocenti. Dopo il secondo evento si è raggiunto il climax, con persone che sui social media esprimevano una brama di sangue, invocavano un occhio per occhio animale-umano. Il delirio animalista ha subito una doccia fredda quando un’accurata analisi dei cadaveri ha portato all’inoppugnabile conclusione che le morti sono state causate da canini aguzzi, non da improbabili uncini. Il colpevole è un canide di piccole dimensioni, quasi sicuramente una volpe. Ora, qualsiasi allevatore di polli, anche dilettante, sa benissimo cosa può fare una volpe in un pollaio o in un recinto quando riesca a penetrarvi. Non si accontenta affatto di prendere un pollo e via, se non avverte pericolo imminente può accadere che si lasci andare al piacere di uccidere. Perché non è mica vero quello che afferma la dottrina che viene inculcata ai bambini occidentali fin dalla più tenera età, e cioè che i predatori “uccidono sempre e solo quando hanno fame”, “uccidono solo le prede che possono mangiare”, perché “in natura non esiste spreco”, perché “la natura è un equilibrio perfetto”. A parte che se la natura fosse di per sé un equilibrio perfetto non vi sarebbe stata alcuna evoluzione, né alcuna estinzione di massa, compresa quella dei dinosauri, che certo non furono eliminati dagli umani, è evidente che i predatori cacciano e uccidono spinti dalla fame, ma è vero anche che nell’uccidere una preda provano piacere. E questo spiega come una volpe in un pollaio, o un lupo in mezzo ad un gregge di pecore, trovandosi a contatto con prede incapaci di difendersi e di fuggire, si lascino andare al piacere di uccidere, in una sorta di orgasmo, di estasi del sangue, al di là della stretta necessità alimentare. Del resto, applicare concetti umani come risparmio e necessità al comportamento animale è comunque una forzatura. Noi nel cervello di una volpe non potremo mai entrare: sappiamo però che se entra in un pollaio fa esattamente quello che si vede nel video, ammazza più polli che può. Le testimonianze di questo comportamento sono infinite, ma l’ideologia animalista le rifiuta in forza di un dogma.

 

All’ultimo papa (excerpta)

13256067_1011911035511163_3951748239080752597_nBenedetto XVI si è trovato stretto nella contraddizione tra la necessità di difendere la credenza tradizionale, soprattutto tra le masse popolari, e il doveroso rigetto di una religione ridotta a mitologia, cui è ignota l’esperienza dello spirito. (p.14)

In realtà, della scomparsa dello spirito è responsabile soprattutto la Chiesa, che ha imboccato la strada di una fede come credenza esteriore, storica, sociale, scartando quella dell’interiorità, del distacco, del vuoto, senza la quale non vi è spirito. (p.30)

Si è fatto di Gesù un Dio per inserirlo in un mito cosmico di caduta e di redenzione, quando il suo messaggio è stato preso in senso messianico, ovvero relativo all’instaurazione di un regno di Dio nella storia, alla salvezza di un popolo o di singole persone, una salvezza intesa come conservazione di vita. Così si è finiti nella superstizione, perché la cosiddetta « storia della salvezza» è una mera invenzione, dato che il vangelo insegna solo il distacco, il regno di Dio dentro di noi, la pace del cuore e quella vita assolutamente nuova che è la vita dello spirito. (p.80)

…si deve parlare della Divinità di Cristo, non in quanto uomo storicamente determinato nel tempo e nello spazio, ma in quanto Logos, in quanto spirito. Allora la «divinità» di Cristo vale identicamente per ogni uomo, e l’incarnazione del Logos, l’umanità di Dio, significa appunto la divinità dell’uomo: la natura umana viene riconosciuta divina, e assurda la distinzione naturale-soprannaturale, creata per difendere la gestione di quel preteso «soprannaturale», che sta in effetti a disposizione nostra, in quanto lo conosciamo e gestiamo solo noi – puro strumento di potere. (pp. 80-81)

Il vero Cristo, infatti, è lo spirito, presente in tutti gli uomini buoni e giusti, di ogni tempo e di ogni religione, o anche senza religione. (p.83)

«Salvezza» non significa affatto una qualche prosecuzione di questa esistenza fisica in un tempo senza fine, bensì il trovarsi in patria, in pace, nella luce, qui e ora – nel presente, che è l’unico tempo vero. (pp. 89-90)

La fine del giudicare, la fine del pensiero malvagio del male, è di per se stessa la fine del dualismo biblico e di ogni religione nel senso usuale del termine: questo è l’insegnamento di Cristo. (p.141)

Appare chiaro come, al contrario, il giudizio, il pensiero del male, sia nutrito dalla Bibbia ebraica, non tanto per le pagine di violenza che contiene, quanto perché costruita tutta sull’ego e quindi sul principio del male che lo segue come un’ombra. Essa ha sparso l’incomprensione, l’odio ovunque è arrivata, e così anche i cristiani hanno spesso dimenticato l’insegnamento evangelico e sono rimasti vittima del pensiero del male – dunque dell’irrazionalità. (p.145)

La domanda di Giobbe – perché Dio manda i mali? – ha perciò senso solo in un contesto idolatrico come quello biblico, dove Dio è l’Altro che serve all’uomo-altro, entrembi connotati necessariamente nell’ordine della potenza. Di fronte a questo Altro Potente, e solo di fronte ad esso, ha senso chiedersi perché mi «manda» questo o quello – e in questo «mandare» è già tutta contenuta la risposta. Ma perché si deve pensare che qualcuno «mandi»? (p. 146)

La Bibbia ebraica non è il canale attraverso cui arriva la verità, ma la matrice prima di quella finzione che chiude la porta alla verità. (p.150)

Gesù dice: «In verità, prima che Abramo fosse, io sono. Questo ego sum, al presente, indipendentemente da ogni passato e futuro, non si riferisce a una egoità determinata, ma a quell’universale, impersonale Io che compare proprio quando l’egoità determinata scompare: quando si è, evangelicamente, rinunciato a se stessi, abbandonando il proprio volere, l’«io» e il «mio». (p.155)

Così l’apocalittica si mostra frutto del desiderio di vendetta; la resurrezione dai morti frutto dell’avidità per la vita terrena e, comunque, più in generale, gli aldilà appaiono compensazioni per una vita incompiuta, infelice – cosa comprensibile, assolutamente umana, se non fosse per le menzogne cui conduce. Di fronte alle speranze dell’aldilà, alle attese di Gerusalemmi celesti e simili, giova ricordare il terribile detto evangelico: «A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». (pp.156-157)

La vita eterna è qui: non speranza, non attesa, non desiderio. Non si desidera ciò che si sa reale, scriveva giustamente Simone Weil. E perciò non si danno descrizioni di vite eterne diverse dalla nostra vita: la vita eterna non è una vita speciale, con fatti eccezionali, ma la vita quotidiana, presente. Non sono diversi i contenuti, ma diversa è la forma, ovvero lo sguardo con cui guardiamo la vita stessa e i suoi fatti: li guardiamo con distacco, sub specie aeternitatis, in quella sospensione del tempo, in quella estasi del quotidiano, ove tutte le cose, immerse nella luce dell’eterno, sono infinitamente belle, senza perché, come la rosa dei versi silesiani. (p.163)

Orrida appare l’idea della resurrezione dei corpi e di una «vita eterna» con la prosecuzione dello psichismo, e non per disprezzo del corpo o insoddisfazione dello psichico, ma perché questi miti nascono dal timore della morte, ossia da una vita falsa e quindi, come diceva Wittgenstein, cattiva. (p.164)

La teologia cristiana risponde [all’evidente iato tra Nuovo e Antico Testamento] parlando di un unico «piano salvifico» di Dio, che si sviluppa dai profeti biblici fino a Cristo, di una «pedagogia divina» che conduce dalla durezza del messaggio vetero- alla dolcezza di quello neotestamentario. Il cristianesimo ha infatti acquisito l’idea di un «Nuovo Testamento» che succede a una Antica Alleanza, e questa idea è diventata tanto familiare che molti non si rendono conto come essa non sia affatto ovvia, ma, al contrario, sia un parto di una fantasia teologica, sorta in un preciso momento, con scopi altrettanto precisi. (p.173)

Si può perciò dire che la Chiesa di oggi porti in certo modo a compimento il processo iniziato alla sua origine – un processo di costituzione di una religione molto simile a quella ebraica, in cui viene ribadita l’alterità di Dio e così si annulla la novità assoluta del vangelo. (p.177)

Noi siamo soli, con la nostra ragione, di fronte al mistero, e anche di fronte a un Gesù Cristo che onestà vuole non sia piegato dentro teologie-mitologie. Questa consapevolezza emerge chiara dal bellissimo discorso che hai tenuto a Ratisbona il 12 settembre 2006, nel quale hai tessuto l’elogio del Logos, della razionalità. Un discorso che non è stato capito, non è stato recepito dai teologi, dai vescovi, che pure ne erano i principali destinatari, perché in esso hanno intravisto, confusamente ma correttamente, la fine del biblicismo, la fine della religione come superstizione, e con ciò la fine stessa del loro ruolo – anzi, del loro essere.
Credo di comprendere il tuo dramma di studioso e uomo onesto, nell’esserti trovato a capo di una Chiesa che rifiuta il Logos e sempre più vuole fondarsi su miti, come le varie chiese valentiniane, ofite, naassene, carpocraziane ecc., delle quali i più non conoscono nemmeno il nome. Abbandonata, o messa in secondo piano, con una funzione solo strumentale, la razionalità, il cristianesimo è oggi nella stessa condizione di quello che aveva chiamato paganesimo – anzi, si potrebbe dire che pagani, in senso etimologico di abitanti non delle città ma dei villaggi, ovvero, nel nostro caso, delle periferie del mondo, sono i cristiani stessi, sparuta minoranza nelle città dell’Occidente. Costituiscono in effetti una religione che si fonda su miti, più o meno belli, ma sicuramente falsi, proprio come quelli delle divinità olimpie, o di Eracle, o di Odisseo, o di Prometeo. Su questi racconti una teologia che è pura retorica lavora senza fine, e così pasce i fedeli, tenendoli in una sorta di minorità intellettuale, in un mondo artificioso, falso. (pp. 183-184)

I pescatori

_i-pescatori-1454364198Un romanzo pieno di energia vitale, e perciò di violenza, questo di Chigozie Obioma, I pescatori (The Fishermen, 2015, trad. it. di B. Masini, Bompiani 2016). Storia di una famiglia che vive ad Akure, in Nigeria, una famiglia di etnia Igbo in una città a maggioranza Yoruba, che chiude in sé i ricordi della terribile guerra di secessione del Biafra (dimenticata dal mondo, in tutti i sensi). È una famiglia benestante, per gli standard africani: padre bancario, madre piccola commerciante, con sei figli.  Ikenna e Boja i due maggiori, poi gli intermedi Obembe e Ben (la voce narrante), infine i piccoli David e Nkem. Una famiglia che potrebbe essere felice, che coltiva grandi sogni per i figli, sulla quale si abbatterà quella che è sempre, nella realtà e nei racconti, la maggior sventura: l’odio insanabile e micidiale tra i due figli più grandi. Avviene che la maledizione da parte di un povero malato di mente, Abulu, un folle che vive emarginato e temuto, un uomo-non-uomo, e per questo agito da potenze sacre e terribili, scateni una serie di reazioni e contro-reazioni nefaste, anzitutto a livello psichico, in Ikenna e Boja. I due fratelli finiscono per odiarsi, fino alla distruzione di entrambi, con una successiva inesorabile catena di eventi: Obembe trascina il fratello Ben nella vendetta, il folle che ha fatto morire i due fratelli con la sua maledizione dovrà essere ucciso. La storia è narrata con una non comune potenza espressiva, il sacro, lo straniante e il fatale sono scanditi entro una fisicità sempre carnalmente presente, in tutti i suoi aspetti, anche i più repellenti. L’equilibrio con cui questo avviene mostra in Obioma un narratore di razza. Dal mio particolare punto di vista, emergono qui due elementi fondamentali: la contiguità tra il sacro e la violenza, da un lato, e dall’altro la realtà dell’ odio per quel che si conosce. Come tutte le guerre civili, le più feroci, quella del Biafra è stata tra popoli che si conoscevano benissimo. Gli infiniti esempi di odii fraterni nel mito, nelle leggende e nelle storie di ogni genere non bastano a far uscire i miopi spiriti contemporanei dalla banalità, ripetuta all’infinito, del si odia quel che non si conosce. Ogni grande scrittore ha sempre dimostrato la verità che non si vuol comprendere.

I viali di circonvallazione

3099553-9788845278914Se, come pensa anche Elizabeth Stout, ogni scrittore scrive sempre lo stesso romanzo, Patrick Modiano è forse il massimo esempio di inesausto produttore di variazioni su di un unico tema. Il suo tema è quello di una ricerca di identità, propria o altrui, da parte di un soggetto evanescente, tramite ricordi, indizi, testimonianze sfuggenti, oggetti, luoghi, strade, locali e case. Spesso nei romanzi di Modiano l’identità cercata, e quasi mai ritrovata, è quella di una donna: qui invece è quella del padre dell’io narrante. Le vicende pongono più domande che risposte, come avviene sempre in questo scrittore, e d’altra parte il lettore di Modiano non può certo essere un amante delle trame chiare e distinte. Qui, ne I viali di circonvallazione (Les boulevards de ceinture, 1972, trad. di A.F. Tedeschi, Bompiani 2014) tutto è sfocato e nebuloso. L’unica sicurezza è che il ritrovamento del padre da parte del protagonista avviene dopo dieci anni dalla sua sparizione, avvenuta quando il figlio aveva 17 anni, e che il padre stesso è ebreo, e sembra non riconoscere il giovane, cosa alquanto improbabile. In verità, sicura è anche la cornice temporale: gli anni dell’occupazione tedesca, anni pericolosissimi per ogni ebreo. Nei Viali la dialettica padre-figlio, uno dei cardini del genere romanzesco, è declinata in modo particolare: la figura paterna non è oppressiva, non è soffocante, non è modulata edipicamente, ma è piuttosto quella di un uomo debole, in balia di forze che non riesce a controllare, succube degli altri, che cerca di sopravvivere piegandosi, stando al gioco altrui, con mezzucci ed espedienti. I tutto sull’orlo dell’abisso.

In A Different Key

diffkeyQuesta è una storia dell’autismo molto americana, nel senso che quasi tutto ciò di cui si parla avviene negli Stati Uniti (e in Inghilterra), ma è ben vero che le sorti generali dell’autismo si sono decise in un solo Paese, e senza quello che è avvenuto in questi decenni negli USA tutte le famiglie con autismo al loro interno, italiane comprese, sarebbero nella notte e nella nebbia. Questo è anche un libro di 552  pagine (che con le note e gli indici diventano 670), che si legge d’un fiato, perché è scritto benissimo, con la chiarezza e la capacità narrativa del miglior giornalismo e della migliore storiografia anglosassoni. In A Different KeyThe Story of Autism è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che in qualche modo sono interessati alla problematica dell’autismo, anche in Italia. E tuttavia la diffusa incapacità, anche da parte di psicologi e psichiatri italiani, di leggere libri scritti in inglese farà sì che anche l’opera di John Donvan e Caren Zucker, come altre importanti pubblicazioni divulgative, in assenza di un’improbabile traduzione in italiano, passerà quasi inosservata da noi. Ed è un peccato, perché questo libro offre uno sfondo storico, sociologico e scientifico indispensabile per poter parlare di autismo sapendo di che cosa si stia parlando.
L’aspetto per me più interessante, perché direttamente connesso alla mia visione critica dello Spettro, riguarda la prevalenza dell’autismo. Non tutti sanno che la pietra di paragone per tutti i discorsi sull’aumento dei casi di autismo, sulle percentuali di affetti della sindrome sul totale della popolazione, ecc., è costituita da uno studio pionieristico pubblicato in Inghilterra nel 1966 da un giovane ricercatore, Victor Lotter, uno studio che giungeva a definire la proporzione che sarebbe stata evocata in seguito infinite volte: 4,5 bambini ogni 10.000. Era in assoluto il primo tasso di prevalenza. Il problema è che la ricerca di Lotter, iniziata nei primi anni Sessanta, sulla base della definizione di autismo di allora, è stata usata nei decenni che seguirono come solida pietra di paragone della prevalenza, come fosse una verità oggettiva.  Come scrivono Donvan e Zucker, “Definizioni sfocate hanno condotto a domande senza risposta su questo problema: studi differenti svolti in tempi diversi stanno trattando dello stesso tipo di persone? ” (p. 286). Lo scontro di questi ultimi anni tra i difensori della neurodiversità da un lato, che invocano il rispetto e l’accettazione della persona autistica per quello che è, e denunciano come violenza ogni tentativo di modificarla, e dall’altro i genitori e le associazioni che vogliono abilitare, cioè cambiare, i propri figli, e se possibile strapparli all’autismo, sono la conferma della estrema problematicità e indeterminatezza che la sindrome si porta con sé dal tempo in cui Kanner la denominò.

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Cip cip

nazar

Ore 11.45, questa mattina. Seduto su una panchina in campo Nazario Sauro, a Venezia. Mi riposo all’ombra di un alberello, una fresca brezza, c’è il sole, di fronte a me la porta di servizio di un bar, un ragazza cinese traffica dentro e fuori, sulla panchina opposta alla mia un cingalese digita sul telefonino, da un altro bar all’angolo della piazza sento una fisarmonica che suona Bella ciao, uccellini cinguettano e cantano, un anziano tutto vestito di nero con cappotto invernale e sciarpa di lana si siede vicino al cingalese, mugugna due parole e se ne va, arriva una nonna col nipotino di due anni che si mette a imitare gli uccellini “cip cip”. Io tiro fuori dalla borsa il nuovo libro di Marco Vannini All’ultimo papa, e inizio a leggerlo. “Cip cip”. Guardo ai miei piedi un piccolo ciuffo d’erba stentata tra le pietre d’Istria, e in quel ciuffo un abisso silenzioso e amichevole si spalanca.