Il Dio di Gesù Cristo

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Questo di Walter Kasper, Il Vangelo di Gesù Cristo, Queriniana 2011, non è tanto una cristologia quanto un’ecclesiologia, ovviamente cristocentrica. Direi che potrebbe essere utile a chi volesse avere un’idea non superficiale del pensiero teologico dell’attuale papa Bergoglio, per una certa curvatura che differenzia–limitatamente invero–Kasper, notoriamente apprezzato da Francesco, dal Ratzinger teologo. Il Vangelo di Gesù Cristo non è un testo unitario, risultando dall’unione di tre scritti diversi, cronologicamente separati e successivamente rivisitati: l’unità è data dalla ispirazione post-conciliare, da una visione in cui la Chiesa si mantiene ancorata saldamente alle sue verità fondative, distinguendo tuttavia l’essenziale permanente dalle incrostazioni storiche e dai principii disciplinari transeunti, in una permanente apertura al mondo. Tra i molti passi interessanti ne colgo uno che offre il sapore del tutto.

«Il concilio Vaticano II può essere inteso in un certo senso come distacco da questa mentalità di restaurazione diretta contro l’epoca moderna. È ovvio che una tale apertura non è possibile senza crisi. Così facendo la chiesa sembra rinunciare a ciò che sin qui costituiva la sua forza e rappresentava un’attrattiva per molti spiriti attenti, ma che la faceva anche la patria di tutti coloro che cercavano sicurezza. Una forte ripresa di tendenze restauratrici resta per il momento decisamente esclusa. La restaurazione, invero, non può mai essere una soluzione. Quando l’autorità è stata posta una volta in discussione, la si può fondare solo sulla base di argomenti. Ma ogni argomento addotto solleva a sua volta nuove questioni. Anche il punto di vista dell’autorità, dunque, è corroso dallo spirito dell’illuminismo. Oggi la pura e semplice restaurazione non è una possibilità. A noi è possibile solo un rapporto critico – cioè negativo – nei confronti dell’autorità. L’autorità deve oggi dimostrare di essere in funzione della libertà. Ciò significa che noi oggi dobbiamo cercare una mediazione critica e creativa tra la fede e il pensiero moderno, tra la chiesa e la società moderna.» (pp. 19-20)

Madre e Padre

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All’interno dell’inesorabile processo di indifferenziazione in corso nel mondo occidentale, la questione del genere assume una rilevanza eccezionale. L’indifferenziazione è un moto difensivo della cultura vittimaria dominante in Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale, un moto difensivo nei confronti dell’idea–erronea–secondo cui la violenza (emblematizzata nelle stragi naziste) sarebbe il prodotto della differenziazione (tra classi, generi, etnie, ecc.) anziché del suo contrario. Per questo, oggi stiamo attraversando una Kulturkampf, scatenata dalle forze culturali che vedono il loro avversario principale nel Cristianesimo, e in particolare nel Cattolicesimo. Poiché questo rappresenta l’unica realtà culturale solida che attualmente mantenga chiara la distinzione armoniosa tra il maschile e il femminile, e l’idea di famiglia in cui, pur nelle differenze storiche e ambientali, sono essenziali le figure della madre e del padre. Io sostengo la necessità di mantenere il discorso su di un piano rigorosamente antropologico, in cui i concetti non possano essere travolti dall’approssimazione e dall’imprecisione, utilizzate come strumenti ideologici. Pertanto affermo che il genitore (padre) è colui che genera fecondando, la genitrice (madre) colei che genera essendo fecondata e partorendo. Aggiungo, a corollario, che se vogliamo essere attenti alla differenza di genere, e salvaguardare la dignità del femminile, dobbiamo rifiutare il concetto del “genitore 1 – genitore 2”, che in tutta evidenza è il prodotto da una prevaricazione omomaschilista anche a livello linguistico, e comporta inoltre una successione numerica del tutto problematica. Chi  poi non genera, e per natura è impossibilitato, come coppia omosessuale, a generare, non è né genitore né genitrice. E i genitori adottivi? Possono essere intesi come tali solo quelli che per il reciproco rapporto di genere avrebbero potuto generare.

La mia religione 17

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Καὶ ἔρχεται ἡ μήτηρ αὐτοῦ καὶ οἱ ἀδελφοὶ αὐτοῦ καὶ ἔξω στήκοντες ἀπέστειλαν πρὸς αὐτὸν καλοῦντες αὐτόν. καὶ ἐκάθητο περὶ αὐτὸν ὄχλος, καὶ λέγουσιν αὐτῷ· ἰδοὺ ἡ μήτηρ σου καὶ οἱ ἀδελφοί σου [καὶ αἱ ἀδελφαί σου] ἔξω ζητοῦσίν σε. καὶ ἀποκριθεὶς αὐτοῖς λέγει· τίς ἐστιν ἡ μήτηρ μου καὶ οἱ ἀδελφοί [μου]; καὶ περιβλεψάμενος τοὺς περὶ αὐτὸν κύκλῳ καθημένους λέγει· ἴδε ἡ μήτηρ μου καὶ οἱ ἀδελφοί μου. ὃς [γὰρ] ἂν ποιήσῃ τὸ θέλημα τοῦ θεοῦ, οὗτος ἀδελφός μου καὶ ἀδελφὴ καὶ μήτηρ ἐστίν.
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”. Continua a leggere

La mia religione 16

The twelve-year-old Jesus among the scribes by Durer 04553

Καὶ ἔρχεται εἰς οἶκον· καὶ συνέρχεται πάλιν ὁ ὄχλος, ὥστε μὴ δύνασθαι αὐτοὺς μηδὲ ἄρτον φαγεῖν. καὶ ἀκούσαντες οἱ παρ’ αὐτοῦ ἐξῆλθον κρατῆσαι αὐτόν· ἔλεγον γὰρ ὅτι ἐξέστη. Καὶ οἱ γραμματεῖς οἱ ἀπὸ Ἱεροσολύμων καταβάντες ἔλεγον ὅτι Βεελζεβοὺλ ἔχει καὶ ὅτι ἐν τῷ ἄρχοντι τῶν δαιμονίων ἐκβάλλει τὰ δαιμόνια. Καὶ προσκαλεσάμενος αὐτοὺς ἐν παραβολαῖς ἔλεγεν αὐτοῖς· πῶς δύναται σατανᾶς σατανᾶν ἐκβάλλειν; καὶ ἐὰν βασιλεία ἐφ’ ἑαυτὴν μερισθῇ, οὐ δύναται σταθῆναι ἡ βασιλεία ἐκείνη· καὶ ἐὰν οἰκία ἐφ’ ἑαυτὴν μερισθῇ, οὐ δυνήσεται ἡ οἰκία ἐκείνη σταθῆναι. καὶ εἰ ὁ σατανᾶς ἀνέστη ἐφ’ ἑαυτὸν καὶ ἐμερίσθη, οὐ δύναται στῆναι ἀλλὰ τέλος ἔχει. ἀλλ’ οὐ δύναται οὐδεὶς εἰς τὴν οἰκίαν τοῦ ἰσχυροῦ εἰσελθὼν τὰ σκεύη αὐτοῦ διαρπάσαι, ἐὰν μὴ πρῶτον τὸν ἰσχυρὸν δήσῃ, καὶ τότε τὴν οἰκίαν αὐτοῦ διαρπάσει. Ἀμὴν λέγω ὑμῖν ὅτι πάντα ἀφεθήσεται τοῖς υἱοῖς τῶν ἀνθρώπων τὰ ἁμαρτήματα καὶ αἱ βλασφημίαι ὅσα ἐὰν βλασφημήσωσιν· ὃς δ’ ἂν βλασφημήσῃ εἰς τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον, οὐκ ἔχει ἄφεσιν εἰς τὸν αἰῶνα, ἀλλ’ ἔνοχός ἐστιν αἰωνίου ἁμαρτήματος. ὅτι ἔλεγον· πνεῦμα ἀκάθαρτον ἔχει.
Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di sé”. Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni”. Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: “Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo”. Continua a leggere

Lumen Fidei

Retired Pope Benedict XVI greets Pope Francis at Vatican

Ho letto la Lumen Fidei con molta attenzione. La prima enciclica di Francesco è (forse) l’ultima di Benedetto, e lo si vede ad ogni riga. Il papa emerito infatti, se le forze della sua aetas ingravescens lo consentiranno, resterà di certo il consulente teologico primo del papa regnante. Ma di che stupirsi? Tra papi ci sono discontinuità nei modi, ma non nella sostanza. Eppure, i modi possono in qualche modo farsi sostanza, non certo dogmatica, ma pastorale. Una sostanza modale, per così dire. E questo propriamente si vede nel pontificato di Francesco.
L’idea di fondo della Lumen Fidei è che il mondo è minacciato alla radice dal relativismo, e la fede àncora l’umanità alla solida roccia che è Dio, mediante il Salvatore Gesù Cristo, mediante la Chiesa. Ci sono due punti, nell’enciclica, in cui mi pare che possa delinearsi una certa problematicità nel rapporto tra fede e società. O piuttosto nel rapporto fede-religione-società: «Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremmo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata». (55) Da un lato si richiama qui la funzione ancestrale della religione (unire il gruppo umano), dall’altro emergerebbe un certo integralismo. Se non si intende “fede in Dio” latissimo sensu. L’altro passo è il seguente: «La sofferenza ci ricorda che il servizio della fede al bene comune è sempre servizio di speranza, che guarda in avanti, sapendo che solo da Dio, dal futuro che viene da Gesù risorto, può trovare fondamenta solide e durature la nostra società». (57) Qui il problema è cosa si intenda per nostra società, ed è il problema dell'”autonomia del mondano”, dal Concilio in poi una questione ineludibile, anche se presente nel Cristianesimo fin dalla sua origine.

La mia religione 15

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Καὶ εἰσῆλθεν πάλιν εἰς τὴν συναγωγήν. καὶ ἦν ἐκεῖ ἄνθρωπος ἐξηραμμένην ἔχων τὴν χεῖρα. καὶ παρετήρουν αὐτὸν εἰ τοῖς σάββασιν θεραπεύσει αὐτόν, ἵνα κατηγορήσωσιν αὐτοῦ. καὶ λέγει τῷ ἀνθρώπῳ τῷ τὴν ξηρὰν χεῖρα ἔχοντι· ἔγειρε εἰς τὸ μέσον. καὶ λέγει αὐτοῖς· ἔξεστιν τοῖς σάββασιν ἀγαθὸν ποιῆσαι ἢ κακοποιῆσαι, ψυχὴν σῶσαι ἢ ἀποκτεῖναι; οἱ δὲ ἐσιώπων. καὶ περιβλεψάμενος αὐτοὺς μετ’ ὀργῆς, συλλυπούμενος ἐπὶ τῇ πωρώσει τῆς καρδίας αὐτῶν λέγει τῷ ἀνθρώπῳ· ἔκτεινον τὴν χεῖρα. καὶ ἐξέτεινεν καὶ ἀπεκατεστάθη ἡ χεὶρ αὐτοῦ. Καὶ ἐξελθόντες οἱ Φαρισαῖοι εὐθὺς μετὰ τῶν Ἡρῳδιανῶν συμβούλιον ἐδίδουν κατ’ αὐτοῦ ὅπως αὐτὸν ἀπολέσωσιν.
Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: “Mettiti nel mezzo!”. Poi domandò loro: “È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: “Stendi la mano!”. La stese e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire. Continua a leggere

Sacrificio umano nella Bibbia

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Di sacrifici umani nella Bibbia vi sono numerose tracce. Tralasciando la nota vicenda di Isacco e delle sue innumerevoli interpretazioni, non mancano elementi che rimandano alla pratica del sacrificio fondatore, diffusa in tutto il mondo. Ad esempio, in Giosuè 6, 26: – In quella circostanza Giosuè fece giurare: «Maledetto davanti al Signore l’uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di Gerico! Sul suo primogenito ne getterà le fondamenta e sul figlio minore ne erigerà le porte!». Cui segue, completando la vicenda, I Re 16, 34:  – Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito e ne innalzò le porte sopra Segub suo ultimogenito, secondo la parola pronunziata dal Signore per mezzo di Giosuè, figlio di Nun.

Qualsiasi sacrificio, anche quello fondatore, esprime una logica, che è sempre la stessa: se vuoi ottenere qualcosa dalla divinità, devi a tua volta offrirle qualcosa. Se vuoi una cosa importante devi darle una cosa importante, e dare alla divinità è sacrificare. L’offerta che vale ha sempre carattere sacrificale. Questa logica si può osservare anche nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, massime in quello popolare. Dal sacrificio non si esce, non ne escono nemmeno gli illuministi e i liberali, anche se non se ne accorgono. La differenza che Gesù mette definitivamente in luce, l’unica, è quella tra il sacrificio dell’altro da sé, finalizzato alla potenza del sé e alla sua autoconservazione, e il sacrificio di sé, libero dall’egoità, dall’autocompiacimento e dal masochismo, puramente animato dall’amore verso l’altro da sé, che nulla chiede per se stesso, e che offre molto, o tutto, anche se sa che non ne ricaverà nulla.

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La mia religione 14

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Καὶ ἐγένετο αὐτὸν ἐν τοῖς σάββασιν παραπορεύεσθαι διὰ τῶν σπορίμων, καὶ οἱ μαθηταὶ αὐτοῦ ἤρξαντο ὁδὸν ποιεῖν τίλλοντες τοὺς στάχυας. καὶ οἱ Φαρισαῖοι ἔλεγον αὐτῷ· ἴδε τί ποιοῦσιν τοῖς σάββασιν ὃ οὐκ ἔξεστιν; καὶ λέγει αὐτοῖς· οὐδέποτε ἀνέγνωτε τί ἐποίησεν Δαυὶδ ὅτε χρείαν ἔσχεν καὶ ἐπείνασεν αὐτὸς καὶ οἱ μετ’ αὐτοῦ, πῶς εἰσῆλθεν εἰς τὸν οἶκον τοῦ θεοῦ ἐπὶ Ἀβιαθὰρ ἀρχιερέως καὶ τοὺς ἄρτους τῆς προθέσεως ἔφαγεν, οὓς οὐκ ἔξεστιν φαγεῖν εἰ μὴ τοὺς ἱερεῖς, καὶ ἔδωκεν καὶ τοῖς σὺν αὐτῷ οὖσιν; Καὶ ἔλεγεν αὐτοῖς· τὸ σάββατον διὰ τὸν ἄνθρωπον ἐγένετο καὶ οὐχ ὁ ἄνθρωπος διὰ τὸ σάββατον· ὥστε κύριός ἐστιν ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου καὶ τοῦ σαββάτου.
In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. I farisei gli dissero: “Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?”. Ma egli rispose loro: “Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?”. E diceva loro: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. Continua a leggere

Flesh Becomes Word

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Tra i libri scritti da studiosi su temi girardiani, questo di David Dawson spicca per originalità, dottrina e acume. Flesh Becomes Word. A Lexicography of The Scapegoat or, the History of an Idea (Michigan State University Press, 2013) è un testo dottissimo – su 200 pagine 66 sono occupate da appendice, note e bibliografia: una brillante opera accademica. Dawson studia origine, diffusione, e spostamenti di significato del termine scapegoat nel mondo anglosassone, evidenziando come la grande svolta avvenga nella prima parte del Settecento, dopo essere a lungo maturata, e come l’innocenza del capro, in quello che è il significato che il termine ha ormai universalmente acquisito, e l’ingiustizia del trattamento che subisce, siano bensì legate alla figura di Cristo ma mettano anche in questione la teologia della sostituzione, della vittima il cui sangue è sparso per molti, e in ultima analisi la concezione mitologica di Dio. Perché sono gli dèi pagani quelli che vogliono sempre sangue, e per ogni colpa umana hanno come punizione solo la morte, e si compiacciono di vittime sostitutive innocenti. Il saggio di Dawson è molto ricco, e utilizza fonti molto abbondanti, ma nonostante l’erudizione non si può definire opera erudita. Dawson pone domande radicali anche a Girard e ai girardiani, vedendo giustamente nell’opera del cattolico Girard quella che forse è la più radicale critica della religione mai comparsa nella storia. Il discorso di Dawson termina così: Continua a leggere

La mia religione 13

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Καὶ ἦσαν οἱ μαθηταὶ Ἰωάννου καὶ οἱ Φαρισαῖοι νηστεύοντες. καὶ ἔρχονται καὶ λέγουσιν αὐτῷ· διὰ τί οἱ μαθηταὶ Ἰωάννου καὶ οἱ μαθηταὶ τῶν Φαρισαίων νηστεύουσιν, οἱ δὲ σοὶ μαθηταὶ οὐ νηστεύουσιν; καὶ εἶπεν αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς· μὴ δύνανται οἱ υἱοὶ τοῦ νυμφῶνος ἐν ᾧ ὁ νυμφίος μετ’ αὐτῶν ἐστιν νηστεύειν; ὅσον χρόνον ἔχουσιν τὸν νυμφίον μετ’ αὐτῶν οὐ δύνανται νηστεύειν. ἐλεύσονται δὲ ἡμέραι ὅταν ἀπαρθῇ ἀπ’ αὐτῶν ὁ νυμφίος, καὶ τότε νηστεύσουσιν ἐν ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ. Οὐδεὶς ἐπίβλημα ῥάκους ἀγνάφου ἐπιράπτει ἐπὶ ἱμάτιον παλαιόν· εἰ δὲ μή, αἴρει τὸ πλήρωμα ἀπ’ αὐτοῦ τὸ καινὸν τοῦ παλαιοῦ καὶ χεῖρον σχίσμα γίνεται. καὶ οὐδεὶς βάλλει οἶνον νέον εἰς ἀσκοὺς παλαιούς· εἰ δὲ μή, ῥήξει ὁ οἶνος τοὺς ἀσκοὺς καὶ ὁ οἶνος ἀπόλλυται καὶ οἱ ἀσκοί· ἀλλ’ οἶνον νέον εἰς ἀσκοὺς καινούς.
Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù disse loro: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi”. Continua a leggere