Scrivere il primo romanzo a settant’anni è un’operazione rischiosa. Soprattutto se si è stati professori universitari di letteratura (tedesca) e autori di molti saggi. E anche poeti, come Giorgio Manacorda, di cui Voland ha pubblicato quest’anno Il corridoio di legno. Il rischio che si corre è quello di un eccesso di sapienza. Il romanzo di Manacorda è molto raffinato, forse troppo, anche se vibra di un residuo di primordiale forza narrativa. Vi si potrebbero scorgere anche molte allusioni e rimandi ad opere canoniche, come L’uomo senza qualità, Peer Gynt, ecc. (Lotti è Solveig, senz’ombra di dubbio). Vi si narra di un’Italia in cui il postsessantotto è sfociato in una reazione violenta, con l’instaurazione di un regime del tipo di quello dei colonnelli in Grecia. Ma su questo aspetto il romanzo è vago, mentre prevale l’aspetto interiore, lo scavo nella psiche di un gruppo di italiani che in un collegio svizzero si sono coesi e formati politicamente, con esiti però differenti. Alla fine, tuttavia, i personaggi non appaiono ben scolpiti e delineati, sembra che Manacorda non sia un creatore di caratteri, e che rimanga fondamentalmente un poeta. Forse ha anche letto Girard, visto che nel romanzo si legge un passo come questo: Continua a leggere
Creazione
Sul trattato di Medard Kehl E Dio vide che era cosa buona ho scritto una nota in questo blog. Ora leggo questo libretto Creazione (Schöpfung. Warum es uns gibt, 2010, trad. it. di V. Maraldi, Queriniana 2012). Qui non c’è lo stile paludato e accademico del trattato, si tratta di divulgazione ben fatta: tanto che da essa più facilmente e nettamente emergono le idee del teologo. Non è un testo del creazionismo volgare, Kehl sul piano scientifico accetta la teoria dell’evoluzione, e scruta a fondo le implicazioni problematiche di questa accettazione. Mi piace molto l’insistenza sul concetto del peccato originale come rifiuto dell’umano di accettare i limiti dell’esistenza, la propria buona finitudine (ovvero come brama di infinito: qui in molti cattolici c’è qualche equivoco) (p.73), e l’enfasi sull’autonomia della creazione e della creatura, senza la quale non vi sarebbe libertà (pp. 100 e sgg). Ai miei occhi, tuttavia, si ripresenta sempre una questione: la creazione di cui scrive Kehl, affidata alla responsabilità dell’uomo e compromessa dal suo peccato, sembra coincidere con la Terra. Forse è possibile accettare la visione dell’Universo prospettata dalla fisica moderna e continuare a pensare l’universo degli uomini nei limiti del nostro sistema solare? E le infinite stelle, galassie e mondi? Continua a leggere
I demoni del deserto
Non sa dare un senso a ciò che accade intorno a lei, anche quando la coinvolge direttamente e drammaticamente, come il terremoto e il rapimento, la piccola Hakimè del romanzo di Bijan Zarmandili I demoni del deserto (Nottetempo 2011). È autistica e indifesa, e la sua bellezza la espone al pericolo. Il romanzo di Zarmandili è ambientato nell’Iran di oggi, negli anni 2003 – 2004, dopo il terremoto che distrusse la storica città di Bam. Là vivevano il protagonista, il vecchio insegnante Agha Soltani, e i suoi figli. Tutta la famiglia muore nel terremoto, si salvano solo il protagonista e la nipote autistica. Questo non è, tuttavia, un romanzo sull’autismo, ma sulla sventura, il male e la solidarietà. Qualcosa rimanda al libro di Giobbe, anche se qui la fede non subisce interrogazioni radicali come nel testo biblico. Nella piccola odissea che segue il terremoto, il nonno e la nipote sperimentano tutto il bene e tutto il male di cui sono capaci gli umani. Incontrano persone capaci di aiuto disinteressato e persone per cui esseri umani sono soltanto merce. L’amicizia e la compassione, ma anche il tradimento, la corruzione e la brama di denaro che non impestano l’Oriente meno dell’Occidente.
La retorica su Falcone e Borsellino

«XY è vivo / e lotta insieme a noi!». In tanti cortei dopo il 1968 è risuonato questo grido, in cui il nome di un caduto (ucciso dalla polizia o dagli avversari politici) veniva invocato. Si trattava sempre di vittime di morte violenta: di loro si affermava che in realtà erano vive, anzi continuavano a lottare. A differenza degli altri morti, essi mantenevano la capacità di agire, erano potenze, anzi in quanto vittime da morti erano più potenti che da vivi. Il fenomeno è ben noto, e precede di molto il 1968 (basta guardare alla Germania hitleriana), è diffuso a destra e a sinistra, e oggi riguarda anche Falcone e Borsellino. Continua a leggere
Fashionable Nonsense
Uscì nel 1998 questo libro di Alan Sokal e Jean Bricmont, due fisici, che reca come sottotitolo Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science (Ed. Picador, New York). Essendo io culturalmente alquanto misogallo, godo pazzamente nel leggere tutte le assurdità scientifiche contenute nelle opere di Julia Kristeva, Luce Irigaray, Bruno Latour, Jan Baudrillard, Gilles Deleuze & Félix Guattari, Paul Virilio, e soprattutto in quelle del da me odiatissimo Jacques Lacan. Tutti costoro nei loro libri fanno sovente riferimento a concetti scientifici, con l’aria saperne molto, facendo credere al lettore di conoscere a fondo fisica, chimica, biologia, ecc., ma in realtà non ne capiscono un’acca, o quasi, sono dei semplici orecchianti. Ne consegue che non sono onesti, soprattutto non lo è Lacan, come io so bene, avendone conosciuto discepoli italiani gravitanti nell’area verdiglionesca di Spirali. Continua a leggere
Micronote 17
- Volevate burro? Avrete cannoni.
- Il problema è questo: il pianeta non può reggere lo sviluppo come si è dato finora; non sono disponibili risorse sufficienti per tutti gli umani; un modello alternativo praticabile pacificamente non c’è. Qualcosa di radicalmente nuovo potrebbe affermarsi solo mediante un conflitto inimmaginabile. Per ora si applicano pannicelli caldi ad un malato terminale. Continua a leggere
Colombacci 2
Colombacci
Rimasi stupito nel 1971, a Londra, vedendo colombacci a passeggio sull’erba nei parchi, senza alcun timore degli umani. Non ne avevo mai incontrati, nella campagna veneta. Da qualche anno alcuni gruppi di questi migratori sono divenuti stanziali, e dalle mie parti è abbastanza facile incontrarne. Anche vicino a casa mia. L’altro giorno ho potuto fotografarne uno da pochi metri di distanza, posato dentro le fronzutissime chiome del mio olmo. Sono uccelli molto eleganti: dorso azzurrognolo, petto color vinaccia, collare bianco e banda bianca sull’ala, che li rende facilmente riconoscibili. Se li confrontiamo coi piccioni cittadini, questi colombi selvatici ci appaiono come eleganti nobili di campagna ben distinti dalla plebe urbana.
La sesta stagione
Carlo Pedini è un musicista (qui un suo pezzo). Nato nel 1956, pubblica ora il suo primo romanzo, La sesta stagione (Cavallo di Ferro 2012). E che romanzo: sono quasi settecento pagine, una partitura gigantesca, una storia che si snoda dal 1934 al 1985. Ed è anche un romanzo coraggioso, perché La sesta stagione si svolge in ambiente ecclesiastico, i personaggi sono quasi tutti preti e vescovi, alcuni dei quali sono anche storicamente reali, come Lorenzo Perosi, Carlo Ragghianti o Riccardo Lombardi. I personaggi sono una folla, ma alcuni hanno un ruolo decisivo, e sono anzitutto i due vescovi che si succedono con due lunghi governi della diocesi, il primo conservatore e legato al fascismo, il secondo aperto e giovanneo; ma soprattutto due preti, don Ottavio, reazionario ma in realtà del tutto privo di fede, e don Oreste, progressista e musicista (certo vicino a Pedini stesso). La storia è quella della diocesi di Civita Turrita, un’immaginaria cittadina toscana, dal tempo del fascismo trionfante e del compromesso tra Chiesa e Regime, attraverso gli anni delle speranze conciliari e delle sucessive delusioni, in un intreccio di vicende religiose e politico-sociali che portano al riflusso e alla lunga epoca della normalizzazione wojtiliana. L’affresco dipinto da Pedini è in realtà quello della Chiesa italiana, e della sua crisi: il titolo del romanzo nasce da alcune parole attribuite a Paolo VI, «aspettavamo la primavera ed è arrivata la tempesta». Il papa si riferiva alle turbolenze che seguirono gli anni del Concilio, col Sessantotto e le contestazioni e le fratture anche all’interno della Chiesa. Se gli anni Settanta sono stati la Quinta Stagione, la Sesta è quella attuale dello svuotamento, dell’individualismo sfrenato, l’epoca in cui, come nelle ultime pagine dice don Oreste, prima delle grandi adunate giovanili, di cui il papa si compiace, nelle farmacie esplodono gli acquisti di preservativi. La Sesta Stagione è quella dell’agonia della Chiesa, che il Concilio è servito solo ad allungare e che potrà durare anche duecento anni… (p. 689).
Repubblichino e imboscato 5

1 Gennaio 45. Ieri è venuta Lisetta. A casa tutto bene. Ciro è stato incolume. Poteva lasciarci la pelle nell’incursione del 27 su Treviso.
Avevo sognato di lui stranamente.
Ho saputo del ritorno di Frezza da Torino.
Secondo Teresa, Titi Rossi avrebbe saputo da Spinelli il prossimo nostro ritorno da TO.
Ieri sera con Armando sono stato a Martellago per il cinematografo. Siamo tornati subito perché il cinema era chiuso.
Oggi ho fatto gli auguri a tutti i parenti. Stasera sono tornato dal piccolo trattenimento in casa Casarin. Diverse ragazze. Dolci, vino e musica di Armando.
Mi sono discretamente passato qualche ora.
Ogni giorno si va a scivolare sui fossi. Niente altro. Continua a leggere



