La retorica su Falcone e Borsellino

«XY è vivo / e lotta insieme a noi!». In tanti cortei dopo il 1968 è risuonato questo grido, in cui il nome di un caduto (ucciso dalla polizia o dagli avversari politici) veniva invocato. Si trattava sempre di vittime di morte violenta: di loro si affermava che in realtà erano vive, anzi continuavano a lottare. A differenza degli altri morti, essi mantenevano la capacità di agire, erano potenze, anzi in quanto vittime da morti erano più potenti che da vivi. Il fenomeno è ben noto, e precede di molto il 1968 (basta guardare alla Germania hitleriana), è diffuso a destra e a sinistra, e oggi riguarda anche Falcone e Borsellino. Le commemorazioni di Falcone e Borsellino mi sono penose. Per questo: perché il patto con la Mafia, di cui tanto si discute, c’è stato, eccome: ma non è su pezzi di carta o in telefonate o in atti particolari e distinti; e in forza di esso la Mafia non uccide più agli alti livelli, e può pacificamente portare avanti i suoi affari. Può farlo perché è assolutamente pervasiva, e tra essa e lo Stato un confine netto non c’è più. Lo Stato si è liquefatto, come l’etica che lo supportava. E la Mafia è ovunque: la mentalità italiana la genera continuamente in ogni ambito, corrompendo tutto. Gli Italiani sono quasi tutti mafiosi, cambia solo la percentuale di mafiosità di ciascuno.

Tutto da noi si trasforma in retorica: dalle “missioni di pace” al “rigore nei conti” alla “crescita” alla “lotta all’evasione fiscale” all’ “equità” alle “priorità” al “lavoro”. Questa perenne trasformazione fa parte del genio italico, e per questo il tasso di vuota retorica è del tutto uguale a Destra e Sinistra. Intorno alla Mafia il livello di retorica vuota è probabilmente il più alto. Per questo mi è insopportabile sentir celebrare Falcone e Borsellino: perché chi lo fa parla molto e agisce poco, al contrario di coloro che sono celebrati.

Falcone e Borsellino vengono celebrati, perché in quanto vittime sono sacri. Mentre è del tutto evidente che prima della morte non lo erano affatto, anzi venivano contestati ed emarginati. La morte violenta ha determinato il loro status di eroi-vittime, intorno ai cui sacrari (reali o virtuali) la folla fa esperienza di una temporanea unità. Nessuno può azzardarsi a criticare un eroe-vittima, il sacro non si può criticare. Ma qui si vede la contraddizione: in quanto vittime sono sacri, sono idoli, ma non sono imitabili. La parte, per dir così, imitabile della loro vita è quella che precede il sacrificio violento: la parte etico-politica. Ma quella parte è dura e faticosa e senza gloria, perché non c’è gloria per l’eroe-vittima che ancora non è tale. Quindi quella parte è priva di fascino. Ma ciò che rende affascinanti Falcone e Borsellino è appunto il loro status vittimario, che è qualcosa da cui la maggior parte delle persone si sente respinta, di cui prova anche orrore. Attrazione e repulsione caratterizzano contemporaneamente il sacro, che è sempre anche tremendum
La bolsa retorica politica vigente sui due giudici-eroi pensa di poter saltare completamente questa dialettica, e per questo è vuota e falsa, e gira a vuoto su se stessa, all’infinito.

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