Mortales

L’unica certezza dei mortali è quella di essere mortali. La certezza di essere solo come mortali, slegata da ogni contingenza. Ab-soluta. E giustamente i Greci chiamarono gli umani i mortali, per distinguerli dagli Dei e dagli animali. Perché gli Dei non muoiono, mentre gli animali non hanno l’idea della morte, e in loro non è la morte come idea. Contemplando il Galata morente.

Berserkgang

La cosa più preoccupante che si è vista negli ultimi scontri di piazza è il furor dei poliziotti. Sono frustrati, non ne possono più, sono mal guidati e alla prima provocazione esplodono. Ma quando la gente comincia a vedere non solo i teppisti organizzati ma anche la polizia dello Stato democratico nei termini seguenti

allora la berserkgang dilagante diventa il segno del disastro imminente.

5 Stalle

Il Movimento 5 Stalle si batte per la liberazione di tutti i bovini. Nella foto si vede in primo piano il leader del movimento Beppe Bull, che sempre muggisce in modo aggressivo contro le vacche che non si conformano alle sue direttive. In secondo piano la vera eminenza grigia del Movimento 5 Stalle, Gianroberto Taleggio, che in un suo video profetizza che nel 2050 l’unico cibo sarà il formaggio.

5 stelle

Io sono violentemente allergico ai movimenti politici. Penso che all’umanità quello nazionalsocialista sarebbe dovuto bastare. Detesto la forma fluida che si accompagna sempre necessariamente al principio della Führertum, ovvero al principio del capo il cui verbo è superiore alla legge. Le caratteristiche essenziali del movimento politico sono del tutto evidenti nel 5 Stelle,  la cui denominazione è registrata come un marchio commerciale (nel regolamento grillesco all’art 3 – contrassegno si legge: « Il nome del Movimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso»), infatti il solo verbum Grilli è la fonte autentica della legittimità all’interno del movimento stesso. Davanti a questo peccato originale, a questo elemento totalitario, tutto ciò che di buono può esservi nel programma dei grillini perde ai miei occhi qualsiasi valore.

 

1963

Quasi mezzo secolo è passato dal momento fermato in questa fotografia dell’agosto 1963, in cui sono con mio padre dalle parti di Caviola: avevo 12 anni e fatto la seconda media. L’anno dopo avremmo preso in affitto a Cortina d’Ampezzo un appartamento il cui proprietario era un falegname ottantenne, Antonio Caldara, che aveva appreso l’arte sotto il governo imperial-regio. A volte gioco mentalmente col tempo, e penso cose di questo genere: che 49 anni prima del 1964 era il 1915, e dunque quell’anno sta in mezzo tra questi due punti, è tanto lontano dal mio presente di oggi quanto l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra dall’altro versante. Oppure penso cose di questo genere: che io ho conosciuto persone che nell’anno del Signore 1900 avevano 18 anni, e a loro volta avevano conosciuto persone nate nel 1810, in pieno regime napoleonico. E sempre un brivido mi coglie, sempre di nuovo.

Paradiso e inferno

Paradiso e inferno

Epico, lirico, metafisico, il romanzo di Jón Kalman Stefánsson Paradiso e inferno (Himnaríki og helvíti, 2007, trad. it. di S. Cosimini, Iperborea 2011) è il primo di una trilogia. Le condizioni estreme della vita nell’Islanda dell’Ottocento si addicono alla messa in scena di ciò che negli umani è essenziale. Qui il nodo fondamentale è quello della profonda amicizia di due giovani, pescatori di merluzzi per necessità, ma vocati alla parola e alla poesia, Bárður e colui che viene sempre chiamato il ragazzo. Entusiasta per aver avuto in prestito la traduzione islandese del Paradiso perduto e bramoso di mandarla a memoria, quando i due escono nella gelida notte a pescare su una barca scoperta insieme ad altri quattro uomini, Bárður dimentica a casa la preziosissima cerata, indispensabile per sopravvivere in caso di maltempo, e finisce per morire congelato. La voce narrante del romanzo è quella di un gruppo di morti che conducono una sorta di esistenza sospesa ed esprimono una saggezza desolata. Continua a leggere

Sguardi dal passato 3

Che melanconia nello sguardo della nonna…  Carolina Rezzani, la mia nonna materna, era ligure. Sposò mio nonno Gino Ghedina, ladino di Cortina d’Ampezzo, pittore e irredentista. Ebbero tre figli: Teresa, Francesca e Gaetano. Non l’ho mai conosciuta: i miei mi raccontarono che morì di crepacuore a causa della tragica vicenda del figlio. Gaetano nel 1945, ragazzo di vent’anni con la testa piena di idee di eroismo, si arruolò nelle Brigate Nere e fu fatto prigioniero dei partigiani negli ultimi giorni di guerra. Non aveva fatto in tempo a sparare nemmeno un colpo. Qualche giorno dopo il  25 aprile era chiuso in una stanza assieme ad altri, qualcuno mise dentro la canna di un mitra e fece fuoco. Sua madre Carolina non gli sopravvisse a lungo.

In quest’epoca in cui si parla di nozze gay e dei temi connessi vedo delle spaventose cotraddizioni. Anzitutto questa: esattamente nel momento in cui la scienza enfatizza al massimo l’importanza del DNA e dei fattori ereditari nella costituzione di quello che ciascuno di noi è, il rapporto con chi ci ha generato, e con chi ha generato lui, viene svalutato, e la stessa sessualità e la differenza di genere con la sua fondamentale alterità interna al nucleo amoroso vengono affogate in una notte in cui tutte le vacche sono grige. Io penso che un bambino abbia diritto ad avere non solo un padre e una madre, cioè un genitore maschio e un genitore femmina, esattamente quei due che lo hanno reso quello che è mediante una eredità inestirpabile, ma anche dei nonni. Uno dei miei crucci è quello di aver goduto della presenza di un solo nonno, e per così pochi anni: non ho avuto la fortuna di conoscere l’affetto di una nonna, e senza dubbio mi è mancato qualcosa di importantissimo.

Sguardi dal passato 2

Non ho molte immagini della mia nonna paterna, Bianca Berto. Morì vent’anni prima che io nascessi, dopo aver dato alla luce due figli e tre figlie, e aver vissuto la vita della moglie di un agiato commerciante, mio nonno Elpino, che aveva servitù e carrozza. La collana di perle e l’eleganza in questa fotografia non eclissano tuttavia la strana luce di uno sguardo fisso, enigmatico, quasi Bianca antivedesse la rovina futura della famiglia, che sarebbe stata prostrata dal fallimento di Elpino. Mio padre scrive in una sua nota che i primi dieci anni della sua vita furono felicissimi, ma con la povertà che colse la famiglia (ad un certo punto non ebbero nemmeno i soldi per la luce elettrica e la sera accendevano le candele) e la tragedia della morte di sua madre quella felicità scomparve.

Sguardi dal passato

La mia bisnonna materna Teresa con mia madre Teresa alla sua destra e mia zia Francesca in braccio. Tre sguardi molto differenti: lo stupore della bimba di pochi mesi davanti al mondo, gli occhi vispi e curiosi di una bambina che guarda il fotografo, e il placido affidarsi agli eventi dell’anziana signora che ha perduto tutti i suoi beni.

Questa foto ha circa novant’anni. La posso contemplare a lungo, ed essa mi parla. Ma che sarà nel 2100, e forse molto prima, delle innumerevoli foto digitali in cui noi oggi imprigioniamo tanti momenti delle nostre vite? Quali discendenti le potranno guardare come io guardo ora questa reliquia di un mondo passato?