Uscito nel 1984, il libro di Per Olov Enquist è stato pubblicato da Iperborea nel 1988 nella traduzione di di A. Mazza, riveduta da C. Giorgetti Cima. Leggo la seconda edizione, del 2012. In realtà non è una biografia. Si potrebbe non conoscere nulla del grande drammaturgo svedese, e leggere il libro di Enquist come un puro romanzo. Si tratta infatti di una narrazione, che va ben oltre la ricerca documentaria. La scrittura è secca, essenziale, per quadri e inquadrature, una scrittura filmica. E infatti il lettore quasi vede. Vede un uomo in lotta con se stesso, misogino e affascinato dalle donne, che ne sposa tre e ha figli da loro, assetato di paternità e incapace di gestirla, pensatore scientifico radicale e paradossalmente assetato di trascendenza. Un groviglio di contraddizioni da cui esce una delle voci più alte del teatro degli ultimi due secoli. Tra tutti i temi che si incrociano nel libro, particolare rilievo assume man mano quello dell’autonomia femminile, della emancipazione della donna dalla sua condizione subordinata. In definitiva, è la questione della libertà e della sua natura – che tocca anche le sue donne – quella contro la quale lo Strinberg di Enquist si scontra, finendone lacerato.
L’epidemia non c’è

A chi abbia una qualche conoscenza della storia dell’autismo e delle disabilità intellettive non può sfuggire la mancanza di seri criteri scientifici nei più accaniti sostenitori dell’idea di una epidemia di autismo in atto (molti dei quali non saprebbero nemmeno spiegare la differenza tra prevalenza e incidenza). Come sia andata la cosa è spiegato nel libro The Autism Matrix. Una meta-ricerca intitolata The epidemiology and global burden of autism spectrum disorders (Psychological Medicine, Cambridge University Press 2014) evidenzia come nel ventennio 1990 . 2010 a livello globale non vi sia stato alcun aumento della prevalenza dell’autismo nella popolazione. Se vi è un’epidemia di autismo in corso, essa non riguarda la patologia, ma è una epidemia di diagnosi.
Uomini famosi che sono stati a Sunne

Ogni destino è un destino, ogni uomo è un uomo, e tutti i destini degli uomini hanno una loro grandezza, perché anche il più meschino degli uomini è, a suo modo, grande. Ma questa grandezza è passeggera, e sospesa sul nulla. La narrativa di Göran Tunström è delicatamente postmoderna, il suo nichilismo è quasi danzato, lievemente. La prova che ne dà nel suo romanzo Uomini famosi che sono stati a Sunne (trad. it. M.C. Lombardi, Iperborea, Milano 2003) tocca il sublime, nella versione nordico-crepuscolare. Uno dei personaggi, ora ridotto a clochard sporco e ubriaco, è stato un astronauta, è stato sulla Luna. Ora è a Sunne. Ha con sé una parte delle ceneri di sua madre. L’altra parte l’ha sepolta nel suolo della Luna.
La madre di Ed fu la prima donna sulla Luna.
Mentre le telecamere dell’Eagle ruotavano da un’altra parte, Ed aprì il guanto, si chinò e seppellì…
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I ghepardi

I Ghepardi di Finn Carling (Gepardene, 1998, trad. it. di P. M. Marocco, Iperborea 2003) sono un breve romanzo densissimo e polisenso, in cui è difficile scindere il piano del reale da quello dell’immaginario, e che pone, nel modo della narrativa, alcune questioni fondamentali e angosciose: quella del rapporto tra l’uomo e gli animali, quella del rapporto tra giovinezza e vecchiaia, quella della memoria e del dolore della memoria, quella dell’identità del soggetto in un mondo in cui tutto è labile e diviene polvere, quella della comunicazione tra gli esseri e della ricerca della verità, quella dell’impossibile libertà.
Eppure, miracolo della scrittura di Carling, questa densità è leggera. Ci sono quattro personaggi umani. Un Vecchio che ogni giorno sta seduto, vestito sempre dello stesso cappotto d’estate e d’inverno, presso la gabbia che contiene due ghepardi, uno vecchio e prossimo alla morte, l’altra giovane – sta lì immobile apparentemente…
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Ipazia, scena XI
Mattina. Nella camera di Ipazia irrompe la sua domestica prediletta, sulla faccia il terrore.
Signora, la vecchia ebrea… quell’arpia… quella che ultimamente non fa che guardare questa casa. Ieri sera ci ha spaventate a morte con le sue occhiate. Noi tutte sappiamo che quella è una strega potentissima, che mette il malocchio…
Ho capito… cosa mi vuoi dire di lei?
Lei ha chiesto di entrare, mia signora… e di parlare con te. Ma io non mi preoccupo mica… Io ho il mio amuleto con me. Tu ne hai uno con te, spero…
Sciocchina! sbotta Ipazia. Quante volte ti ho detto che quelli come me, gli iniziati ai divini misteri, possono sottomettere i demoni e comandarli! E tu pensi ancora che io tema le magie e gli incantesimi? Su di me non hanno potere. Falla venire qui.
La ragazza va, nello sguardo sacro timore e incertezza. Ritorna con la vecchia Miriam, camminando dietro le sue spalle, il suo amuleto forse non la salverebbe dall’occhio di basilisco…
Miriam entra, avanza, guarda Ipazia. Ipazia rimane seduta e la guarda. Miriam le fa un profondo inchino continuando a guardarla. Ipazia fissa gli occhi della vecchia, sguardo nero intenso, sente un’ira non filosofica crescerle dentro.
Silenzio teso. Miriam estrae una lettera dalla veste, si inchina di nuovo profondamente e la porge ad Ipazia.
Chi me la manda?
Forse la lettera stessa lo rivelerà alla signora bellissima, alla signora fortunata, alla signora sapiente… Come potrebbe una povera vecchia ebrea conoscere i segreti dei grandi di questo mondo?
Dei grandi?
Ipazia guarda il sigillo. È quello di Oreste. Anche la scrittura è la sua. Ma perché il prefetto avrebbe scelto un messaggero talmente… irriconoscibile come messaggero? Perché questa segretezza? Batte le mani per chiamare la domestica. Falla attendere in anticamera, le dice. Miriam si ritira con un altro profondo inchino. Ipazia dà un’ultima occhiata alla vecchia e ritrova quello sguardo nero puntato su di lei. Avverte un brivido freddo, e non lo comprende. Pazza che sono! Cosa può significare per me quella strega? Leggiamo la lettera!
«Alla nobilissima e bellissima, la signora della filosofia, la diletta di Atena, il suo allievo e servo manda il suo saluto»… Il mio servo! E non scrive il suo nome! «Alcuni ritengono che la gallina preferita di Onorio, che porta il nome di Città Imperiale, vivrebbe meglio con un nuovo nutritore, e il Conte d’Africa è stato inviato da se stesso e dagli Dei immortali a sovrintendere al pollaio dei Cesari, almeno durante l’assenza di Ataulfo e Placidia. V’è anche qualcuno che ritiene che in sua assenza il leone di Numidia possa essere indotto a farsi compagno di giogo del coccodrillo d’Egitto, e che un podere arato da un siffatto paio si possa estendere dalla Cateratta superiore alle Colonne d’Ercole. Un podere simile potrebbe essere attraente anche agli occhi di un filosofo. Ma l’Arcadia non è perfetta finché il contadino non ha la sua ninfa. Senza Arianna, cosa sarebbe Dioniso, e Ares senza Afrodite? E Zeus senza Era? Perfino Artemide si accompagna ad Endimione. La sola Atena rimane senza sposo, ma solo per il fatto che Efesto è troppo rozzo per lei. Così non è lui ad offrire alla rappresentante di Atena l’opportunità di condividere quello che potrebbe vedere la luce solo con l’aiuto della sua sapienza, e che senza di lei non potrebbe sussistere.»… Mentre legge, Ipazia arrossisce. Col foglio in mano si alza di scatto e si precipita nella biblioteca. Teone è là, in mezzo ai suoi libri.
Papà, sai qualcosa di questa faccenda? Guarda cosa ha l’impudenza di scrivermi Oreste. Me l’ha fatto avere dalle mani di una strega ebrea. Gli porge la lettera, aspetta ansiosa che il vecchio la legga, e lui la legge con estrema attenzione. Ipazia trema dalla rabbia mescolata al suo orgoglio. Teone solleva lo sguardo, e non appare dispiaciuto di quel che ha letto.
Allora, papà, gli chiede lei, non avverti anche tu l’offesa che è stata recata a tua figlia?
Teone stupito: Bambina mia, non vedi che lui ti offre…
Lo so quello che mi offre, papà. Mi offre l’impero d’Africa. Io dovrei discendere dalle altezze della scienza, dalla contemplazione di ciò che non muta, dell’ineffabile, fino al fango della vita terrena. Dovrei diventare una pedina del gioco politico, in mezzo alle ambizioni meschine, alla depravazione e alla falsità del gregge. E il premio che mi offre, che offre a me, che sono pura, senza macchia… è la sua mano! Pallade Atena!
Bambina mia, bambina mia… un impero…
L’impero del mondo non potrebbe restituirmi il mio rispetto di me stessa, né il mio giusto orgoglio. Come potrei impedirmi di arrossire ogni volta al pensiero di essere una moglie? Moglie: che nome odioso e degradante! Proprietà di un uomo… il fantoccio di un uomo… una che deve sottomettersi al suo piacere, e fargli figli… tutte le nauseanti faccende di una moglie. Non sarei più pura, indipendente. Non sarei più io la fonte della mia gloria. La mia bellezza non sarebbe più l’espressione dell’amore di Atena, ma il giocattolo di un uomo. E quell’uomo! Frivolo, lussurioso, senza cuore. Lui mi ha frequentata per anni, ma della filosofia non gli importa nulla. Raccoglie briciole dal banchetto degli Dei, e le piega ai suoi bassi fini. Ma sono stata cieca, io. L’ho incoraggiato, senza volerlo… No, veramente le cose stanno così: è stato solo perché speravo che il fatto che un uomo così in vista, il prefetto, frequentasse la scuola avrebbe sostenuto la causa degli Dei immortali agli occhi della moltitudine. Senza volerlo. Per leggerezza, ho contaminato la purezza sacra con la putredine mondana. E questa è la mia punizione! Devo rispondergli immediatamente. Si merita che la risposta gli sia portata dallo stesso degno messaggero che mi ha inviato… Insulto per insulto!
In nome delle Potenze Supreme, figlia mia! Per la vita di tuo padre! Per la mia vita! Ipazia! Mio orgoglio, mia gioia, mia unica speranza! Abbi pietà dei miei capelli bianchi! Teone si getta ai piedi della figlia e le abbraccia le ginocchia. Disperazione.
Ipazia lo solleva, lo cinge con le braccia, appoggia il capo sulla sua spalla. Le sue lacrime scendono, la sua bocca è serrata. Nulla può piegare la sua determinazione.
Teone singhiozza: Pensa alla mia gloria nella tua gloria! Io penso a te, non a me stesso…Sai bene che non mi sono mai preoccupato per me. Ma l’idea di morire vedendoti sul trono…
Se non muoio prima di parto, padre mio, come capita a molte donne tanto deboli da diventare schiave, che si sottomettono… a torture da schiave.
Ma… ma… balbetta il vecchio filosofo, cercando qualche argomento sufficientemente alto e nobile e lontano dalle idee volgari da poter avere un effetto sulla figlia. Ma pensa alla causa degli Dei! Che cosa potresti fare da sovrana! Ricordati di Giuliano! Pensa alle nobili imprese di colui che i Cristiani chiamano l’Apostata!
Di colpo, le braccia di Ipazia cadono. Sì! È vero! Il pensiero attraversa la sua mente. Una folgore di delizia e terrore. Visioni e sogni della fanciullezza: templi, sacrifici, collegi sacerdotali… Che cosa non potrebbe fare dal trono! Come trasformerebbe l’Africa! Dieci anni di potere, e l’odiato nome di cristiano potrebbe cadere nell’oblio… Una statua colossale di Atena Poliade, luccicante d’oro, potrebbe sovranamente guardare le navi che riempiono il porto di Alessandria… Ma il prezzo! Il prezzo da pagare! Ipazia si copre il volto con le mani e scoppia in lacrime. Lacrime amare. Trema tutto il suo corpo per la lotta in lei. Lentamente ritorna alla sua camera.
Teone la guarda con ansia. È perplesso. Sta fermo un attimo, poi la segue, incerto. Lei è seduta al suo tavolo, la faccia nascosta dalle mani, scossa da tremiti. Non osa disturbarla. Il padre ama la figlia, così bella, così sapiente, così ricca di doni divini. Fermo sulla soglia, continua a guardarla, e prega tutte le potenze divine e demoniche, da Atena allo spirito guardiano di sua figlia. Le prega di non accecarla, di piegare la sua ostinazione irrazionale.
Ma ecco che Ipazia ha vinto la sua battaglia interna. Solleva lo sguardo, nuovamente chiaro, calmo e radioso.
Sia pure. Per la vita degli Dei immortali… per l’arte, la scienza, l’erudizione e la filosofia… sia pure. Se gli Dei richiedono una vittima, eccomi. Se per la seconda volta la flotta greca non può salpare se non col sacrificio di una vergine, offrirò la mia gola al coltello. Padre, come Ifigenia!
Teone piange di gioia e tenta di scherzare: E io dunque sarei un altro Agamennone? Mi vedi come un padre molto crudele, ma…
Risparmiami, papà. Ipazia fredda. Come io ho risparmiato te. E inizia a scrivere la sua risposta.
Il padre rimane in piedi. La guarda scrivere. Lei non alza la testa finché non ha finito.
Ho accettato la sua offerta. Sotto condizione. Vedremo se lui l’accetterà, dipende tutto da… Tu non chiedermi nulla! Finché Cirillo è il capo della marmaglia cristiana, per te, papà, sarà più sicuro essere nelle condizioni di negare qualsiasi conoscenza della mia risposta. Ti dico solo questo: gli ho scritto che se agirà come io vorrei che facesse, io farò come tu vorresti che io facessi.
Non sarai stata troppo… aspra? Non gli avrai chiesto qualcosa che magari lui non oserà garantirti pubblicamente ora, per timore di suscitare l’ira delle folle? Qualcosa che però lui potrebbe darti il modo di fare tu stessa, una volta che…
Gliel’ho chiesto. Se io devo essere una vittima, il sacrificatore deve almeno essere un uomo, e non un codardo, un servitore dello spirito di questi tempi. Se lui crede davvero in questa fede cristiana, che la difenda contro di me! Perché o questa fede sarà annientata, o sarò annientata io. Se non farà la scelta che gli ho chiesto, se continuerà come ora, che viva pure nella sua menzogna, che le sue labbra pronuncino pure per bassi motivi politici bestemmie contro gli Immortali, anche se il suo cuore e la sua ragione si ribellano!
Batte le mani. Subito entra la domestica. Ipazia le consegna la lettera senza una parola. Chiude la porta, si siede. Vorrebbe riprendere le sue riflessioni su Plotino. Vorrebbe tornare nel mondo dei sogni della metafisica. Ma non può uscire dalla lotta troppo umana del suo cuore. La sua anima individuale deve assumersi da sola il peso di un atto di volontà, di una decisione pesante e terribile. Per questa decisione a che le giova aver definito il processo mediante il quale le anime individuali emanano dall’Universale? La sua ragione individuale è abbandonata ad una lotta per la vita, in uno sconfinato oceano in tempesta di oscurità e dubbio. Per questa lotta a che le giova saper scrivere elegantemente sull’immutabilità della suprema Ragione? Tutto le è apparso grande, luminoso e logico, fino ad un’ora fa. Sillogismo dopo sillogismo. Irrefutabilmente… ha dimostrato che il male non esiste. Ha dimostrato come il male non sia altro che una forma inferiore del bene. Come il male non sia che uno degli innumerevoli prodotti della grande Mente che pervade il tutto, Mente immutabile e infallibile, ma recondita tanto che la maggior parte degli umani non la intende. Il filosofo la intende, che ha imparato a vedere il tronco e il ramo che connettono il frutto in apparenza amaro con la radice perfetta dell’albero. Ma in questa situazione, qui e ora, lei può vedere il ramo? La connessione tra la pura Ragione suprema e le odiose carezze di quel vigliacco e debosciato di Oreste… Quello in cui sta cadendo non è un male allo stato puro, senza una sola venatura di bene passato presente o futuro? Vero che lei potrebbe mantenere puro il suo spirito in mezzo a quel marciume. Potrebbe sacrificare il corpo, che non vale nulla, e innalzare la sua anima mediante l’auto-sacrificio… Ma si accrescerebbe l’orrore. Il male presente, reale, inspiegabile… Perché le Potenze lo richiedono, perché la torturano? Lei, l’ultima loro adepta pura… Forse è richiesto a loro che procedano così con lei… senza pietà. Da un potere più alto, del quale esse sono solo le emanazioni. Gli strumenti. E forse a questo stesso potere il suo sacrificio è richiesto da uno ancora più alto, un potere senza nome, che agli umani appare come un destino assoluto. Un destino di cui lei e Oreste e tutti in cielo e in terra sono le vittime, tratte in un vortice ineluttabilmente, senza speranza, senza aiuto, ciascuno verso la sua fine. E questo orrendo destino è il suo. Pensiero che annienta. Ma Ipazia è invasa dall’ira. No! Non si piegherà. Sarà ribelle. Come Prometeo. Sfiderà il destino, come un’eroina tragica. E si precipita per impedire la partenza della lettera. Ma è andata. Miriam è sparita.
Ipazia si appoggia al muro, e piange amaramente.
L’altro volto
L’altro volto che dà il titolo a questo romanzo dell’iracheno Fu’ad al Takarli (1960, trad. italiana di S. Triulzi per Jouvence, Roma 2005) è il lato oscuro del protagonista, un impiegato di Baghdad che conduce una misera vita, assediato da fantasmi che non ha la forza di dominare, sorta di inetto in versione araba.
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Il libro di Benjamin
Capita che anche in libri che non consuonano con il nostro spirito possiamo leggere delle pagine splendenti, sulle quali il nostro occhio ritorna più volte, a rilevare i movimenti aperti e quelli più nascosti.
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Sessanta pensierini irreligiosi

- La distinzione tra il puro e l’impuro precede quella tra il giusto e l’ingiusto. Essa è sacrificale, e in ultima analisi radicata nella violenza.
- La fede è questo: aver fiducia in altri esseri umani che hanno fede.
- Al bisogno religioso si risponde con l’offerta di un wellness religioso, secondo lo spirito dell’epoca.
- L’Amore divino creò lo squalo, il coccodrillo, la tigre, la mosca, la zanzara e i virus.
- Clericalismo e anticlericalismo sono anche due forme di accecamento.
- Occorre riconoscere che Gesù non si è scontrato con atei, empi e anomisti, ma con uomini pii, religiosi e amanti della Legge.
- Ciclicamente si celebra il Natale, che è rottura del tempo ciclico.
- Penso che sia sbagliato il ragionamento di coloro che di fronte ai fatti di violenza religiosa dicono che la religione c’entra poco, ed è solo usata come pretesto per coprire interessi economici. Come se la religione coincidesse con la fede spirituale, allo stato puro. Religione ed economia sono originariamente connesse, e il legame originario inevitabilmente si manifesta.
- Com’è facile per gli umani scambiare per Dio il suo grande imitatore, Satana!
- In Vaticano girano molti soldi, lo si sa. E c’è potere, lo si sa. Ergo c’è anche Satana, lo si sa.
- Papi santi. Dal Trecento (Celestino nel 1313) all’Ottocento, in cinque secoli, è stato canonizzato solo il promotore dell’Inquisizione Pio V. Nel Novecento si scatena l’inflazione dei papi santi. Urge un’interpretazione.
- Il Sacro è il fondamento infondato e infondabile del potere. Di ogni potere, anche di quello più laico.
- Dire che “la donna ha un ruolo fondamentale” non significa molto. In quale società umana non ce l’ha? Anche nell’Islam più radicale la donna è indispensabile. Ma anche nelle società schiaviste antiche gli schiavi non avevano un ruolo marginale, perché l’intera economia si fondava sul loro lavoro. Ergo, se un papa afferma che nella Chiesa la donna ha un ruolo fondamentale, tutti i problemi della condizione femminile rimangono.
- I due termini laico e cattolico sono ormai vuoti, a causa della loro indeterminatezza, e dell’uso improprio che ne è stato fatto per anni. La stessa identità cattolica, al di là di una generica tradizione di appartenenza, è indefinibile dalla maggioranza degli stessi cattolici. Molti dei quali non conoscono nemmeno il catechismo, o sono oggettivamente scismatici o eretici senza alcuna consapevolezza di esserlo.
- Agli occhi del Papa i lefebvriani sono comunque fedeli, mentre teologi della liberazione e suore emancipate sono infedeli. Il punto è qui.
- Ogni ateismo non può vivere come semplice a-, ma per comprendersi ha bisogno vitale di ciò che lo segue.
- “Le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa”. Quelle porte ci sono. Ma dove sono?
- Tra santità e fanatismo lo spazio è troppo stretto.
- Affidarsi totalmente a Dio è relativamente facile se si pensa che Egli diriga ogni evento, che “non si muova foglia che Dio non voglia”. Molto maggior valore ha l’affidarsi totale a Dio di uno che pensa che il mondo sia dominato dal caso e dagli accidenti.
- Per Gesù la massima espressione dell’amore paterno-divino è la festa per il ritorno del figlio prodigo. E per far festa il padre ordina di ammazzare il vitello grasso e di cucinarlo. Certo un Gesù animalista non avrebbe mai usato quell’immagine. Ma un Gesù animalista non avrebbe nemmeno operato pesche miracolose né offerto pani e pesci.
- Perché ci sono più fedeli nei santuari che nelle chiese? Perché la gente è superstiziosa, chiede miracoli, ha più fede in Padre Pio che in Gesù, e non vuole diventare migliore, ma solo stare meglio e godersi la vita, o conservarsela.
- L’uomo non unisca ciò che Dio ha separato.
- La verità è che l’esercizio del papato globale sul modello wojtyliano richiede energie psicofisiche gigantesche. O si fanno papi quarantenni, o si deve ripensare il modello.
- Si può pregare per tante cose. Moltissimi santi uomini pregarono incessantemente Dio per la distruzione degli eretici. Tuttavia si può anche pregare senza per.
- La gente è sempre stata un problema per il Cristianesimo. E prima per l’Ebraismo. Il bisogno religioso della gente è quello di un vitello d’oro in cui riconoscere la prossimità del divino, e di un re da cui ottenere sicurezza. La risposta di Dio è la distruzione del vitello, la regalità in questo mondo è respinta da Gesù.
- Quando gli umani si ammassano, inevitabilmente si esaltano. È l’inesorabile meccanismo della folla, che infine sceglie sempre Barabba e condanna Gesù.
- Da notare che il fedele che pregando chiede qualcosa a Dio chiede solitamente salute, salvezza, successo proprio o dei figli, ecc. ecc., ma non chiede mai il dono dell’intelligenza o della saggezza, poiché tutti credono di averne a sufficienza.
- Noto che tutti i vescovi a 75 anni devono lasciare. Il nuovo vescovo di Roma a 76 deve iniziare. Qualcosa non mi torna.
- La pazienza può appartenere solo a chi vive nel tempo, a colui per il quale esiste un presente ed un futuro, all’essere umano. Attribuire la virtù della pazienza ad un Dio concepito come eterno è una insensatezza.
- Fides quaerit intellectum. Si non quaerit, non est fides.
- Sono troppi i cristiani che spargono veleno. Ma chi sparge veleno è un cristiano?
- Un Dio eterno che si commuove è impensabile. Il tempo è lo scandalo della fede.
- Un santo che non è vissuto come esempio di vita ma come meccanismo erogatore di grazie è puro succedaneo di divinità pagane.
- Ricordiamoci sempre che il buon Samaritano era religiosamente eterodosso…
- C’è una falsa umiltà che è irreale, è solo maschera dell’orgoglio luciferino.
- Nel peccato di Lucifero vi è anche un errore intellettuale, l’intendere Dio come ciò che non è: potere mimetico.
- Il regno di Dio non espelle nessuno, converte i cuori. Il regno che espelle non è di Dio. Gli umani tra loro si espellono e si escludono.
- La maggior fonte di odio non è la lontananza, né la differenza, ma la prossimità e la vicinanza. Le guerre peggiori sono quelle civili, gli scontri religiosi sono tanto più feroci quanto più vicine tra loro sono le religioni in conflitto.
- Nelle chiese, dopo il senso del limite e la perfezione del romanico, la smisuratezza del gotico e la metastasi del barocco. Poi la piatta imitazione del passato o la mania di innovazione cementizia del moderno. Che triste parabola architettonico-spirituale.
- L’oppio produce torpore e inazione, mentre la religione può spingere ad azioni assai incisive, come sappiamo. Noto poi che anche le posizioni illuministiche e antireligiose hanno causato orrori di ogni tipo, dalla Rivoluzione francese a quella russa. In realtà, il sacro si riproduce sotto mentite spoglie, è inestirpabile, e produce il massacro.
- Chi sa quel che è di Cesare, quel che è di Dio? Dopo duemila anni di Cristianesimo non è mica tanto chiaro. Almeno a me, che sono un intelletto limitato.
- Meglio professarsi atei che credenti, se l’oggetto della fede è Baal.
- Gesù non vestiva di sacco.
- L’umile Maria gradualmente nei secoli assume il carattere di Iside, col manto azzurro e la corona di stelle. Certamente il monoteismo ebraico-cristiano in sé non contempla in Dio il genere, poiché Dio non è né maschio né femmina. Però l’incarnazione avviene mediante una donna, ma si realizza in un maschio. Sicché la natura umana assunta in Dio con Cristo è la natura umana al maschile. E il dogma dell’assunzione di Maria in qualche modo sembra correggere lo sbilanciamento. Lo squilibrio però rimane: per Maria non ci può essere adorazione ma solo venerazione, e l’Assunta non impedisce alla Chiesa cattolica di rimanere una istituzione governata dal maschile.
- Il paradosso dell’arte religiosa è questo: quanto più grande l’artista, quanto più il suo genio si incarna nell’opera, tanto meno intensa è l’aura religiosa della stessa, la sua capacità ierofanica, la sua forza di suscitare la devozione dei fedeli. Tanto più semplice e anonima e arcaica l’icona, tanto più potente in essa la presenza del sacro. Non si prega una madonna di Raffaello.
- Una coppia di papi che scrivono lettere. Inaspettato e stupendo, novità assoluta in duemila anni di Cristianesimo.
- Né Gesù né Pietro sono figure ieratiche e distanti. Cioè figure del numinoso, del Sacro-Potenza. E il cristianesimo non è una religione dell’alterità totale: è la fede nel Dio con noi, l’Emmanuele.
- Io il chierichetto non lo feci mai. Il parroco mi richiese ai miei per questo compito, ma i miei accamparono scuse. Risultò poi che temevano che io maturassi l’idea di entrare in seminario e farmi prete. Una eventualità temuta da molte famiglie cattolicissime per i loro figli, e che non mi passò mai per l’anticamera del cervello.
- I fondamentalisti di ogni risma hanno sempre le idee chiarissime.
- La fede è attraversata dalla non-fede, la credulità non è attraversata da nulla. O meglio: è attraversata dal nulla.
- Bestemmiano quelli che scrivono “Dio c’è” quando qualcosa gli va bene.
- Gli dissero: “Maestro, grassi preti con la jacuzzi in canonica esaltano la povertà della grotta di Betlemme…”. Rispose: “Il vostro cuore è forse una capanna di pastori?”.
- A Gesù piaceva il pesce (come cibo). Su questo fatto, e sul suo non-vegetarianesimo, il Nuovo Testamento è chiaro.
- Gesù non fu un sacerdote, e nemmeno un francescano ante litteram. Fu un galileo credente, ma laico, del tutto laico.
- Personalmente, vedo tutta la tradizione cristiana divisa da due tendenze fondamentali: quella metafisica e mistica, da un lato, e quella che vorrei chiamare storico-tragica. Talvolta si uniscono ma in se stesse sono conflittuali.
- Il papato con Wojtyla ha accelerato il suo secolare processo di dilatazione, con una incontinenza santificatoria e auto-santificatoria. Ora tutto questo ha la sua apoteosi con i due papi che canonizzano due papi. Nulla di analogo in duemila anni.
- L’umiltà di colui che si trova nel Centro esalta il valore dello stesso Centro proprio con l’affermarsi, mostrandosi, come umiltà. E poiché il Centro è invisibile, mentre visibile è chi lo occupa, questi riceve il massimo di visibilità. Così l’umiltà si carica di potenza, e l’umile centrale si trasforma, anche se non lo vuole, in icona e infine in idolo.
- Io, che papista non sono, guardo ammirato tutti questi laici, miscredenti, atei, agnostici e anticlericali che discettano sul papa e sul papato, su come era e come dovrebbe essere, sul destino della Chiesa e del Cattolicesimo.
- La maggior parte dei cristiani uccisi per motivi di fede nel corso della storia è stata uccisa da altri cristiani.
- Nei personaggi della Bibbia non trovo quasi nulla della spiritualità monastica.
Un ebreo marginale 2

La lettura dell’immensa opera di John P. Meier Un ebreo marginale richiede molta dedizione e impegno. Il secondo volume di questa fondamentale opera di ripensamento del Gesù storico reca come sottotitolo Mentore, messaggio e miracoli (Queriniana, quarta edizione 2012): 1300 pagine di testo e apparato critico. La rigorosa ricostruzione meieriana fa risaltare in questo secondo volume soprattutto un elemento. Sul rapporto tra Gesù e Giovanni il Battista (il mentore del sottotitolo), sul messaggio di Gesù e sui suoi miracoli ciò che possiamo determinare storicamente, oltrepassando l’elaborazione teologica delle prime generazioni cristiane, è pochissimo. Da quel poco che si può fondatamente sapere di Gesù, emerge una figura non solo marginale nella società del tempo, ma anche molto fortemente caratterizzata. Potremmo dire che il marginale e diverso di allora rimane diverso anche rispetto a società in cui il suo stesso culto e secoli di teologia lo hanno posto al centro. Mi limito a citare un passo.
Effettivamente, questa percezione di Gesù come un tipo singolare o bizzarro è quantomai salutare. Ci rende coscienti del divario religioso e culturale che separa il Gesù storico dai moderni occidentali, siano essi cristiani, ebrei o atei. Poiché, se è lampante l’abisso che si spalanca tra il Gesù storico e i cattolici o protestanti della fine del XX secolo, il vessillo trionfante di ‘Gesù l’ebreo’ — sicuramente una preziosa intuizione degli studiosi del XX secolo — può impedirci di vedere che è altrettanto grande il divario tra Gesù e ogni ebreo — osservante o no — che deve affrontare la modernità. Con questo voglio dire che una valutazione ponderata ed obiettiva dello strano carattere del personaggio che etichettiamo come il «Gesù storico» smentisce subito la semplicistica attualità che alcuni gli attribuiscono. Se questo Gesù storico ha qualche attinenza con la modernità occidentale, tale attinenza si può cogliere soltanto dopo una riflessione ermeneutica che prende sul serio l’abisso tra lui e noi. Sebbene questa valutazione della singolarità di Gesù possa deludere alcuni che hanno già deciso quali usi farne, è un vantaggio per gli studiosi, ai quali si deve continuamente ricordare di non proiettare i loro vari pallini teologici su una legittimante figura di Gesù. (p. 146)
Papa e bombe

«Dove c’è un’aggressione ingiusta posso solo dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sottolineo il verbo fermare, non bombardare o fare la guerra. Dico: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure: quante volte, sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una bella guerra di conquista? Una sola nazione non può giudicare come si ferma questo, come si ferma un aggressore ingiusto.»
Queste parole di papa Bergoglio pongono almeno tre gravi questioni:
1. L’ONU, che il pontefice ritiene evidentemente l’unico organismo legittimato all’uso della forza per fermare una aggressione ingiusta, è costantemente bloccato dal conflitto degli interessi geo-strategici delle potenze, e necessita comunque del supporto militare delle stesse per qualsiasi intervento. Quindi invocare l’ONU nel caso di aggressioni fulminee e massacri dilaganti è del tutto inutile.
2. La determinazione della ingiustizia di un’aggressione è altamente problematica. Non esiste infatti aggressore che si definisca tale, ma chi muove guerra si riterrà sempre legittimato alla violenza da oppressione subita o da torti ricevuti in precedenza, e vedrà nella sua azione una risposta giusta, e volta a ristabilire la giustizia. Giustizia e ingiustizia dipendono dal consenso della maggioranza?
3. Un aggressore ingiusto, ammesso che sia possibile una sua individuazione concorde da parte di tutti gli Stati (un’utopia), va fermato, dice il papa. Ma come si ferma un esercito di combattenti fanatici, se non con l’uso delle armi, e quindi anche degli aerei e delle bombe? Dunque, le parole di Bergoglio delineano una concezione astratta. Sotto la quale forse è da ravvisare la diplomazia vaticana con le sue gesuitiche raffinatezze…

