Ipazia, scena XI

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Mattina. Nella camera di Ipazia irrompe la sua domestica prediletta, sulla faccia il terrore.
Signora, la vecchia ebrea… quell’arpia… quella che ultimamente non fa che guardare questa casa. Ieri sera ci ha spaventate a morte con le sue occhiate. Noi tutte sappiamo che quella è una strega potentissima, che mette il malocchio…
Ho capito… cosa mi vuoi dire di lei?
Lei ha chiesto di entrare, mia signora… e di parlare con te. Ma io non mi preoccupo mica… Io ho il mio amuleto con me. Tu ne hai uno con te, spero…
Sciocchina! sbotta Ipazia. Quante volte ti ho detto che quelli come me, gli iniziati ai divini misteri, possono sottomettere i demoni e comandarli! E tu pensi ancora che io tema le magie e gli incantesimi? Su di me non hanno potere. Falla venire qui.
La ragazza va, nello sguardo sacro timore e incertezza. Ritorna con la vecchia Miriam, camminando dietro le sue spalle, il suo amuleto forse non la salverebbe dall’occhio di basilisco…
Miriam entra, avanza, guarda Ipazia. Ipazia rimane seduta e la guarda. Miriam le fa un profondo inchino continuando a guardarla. Ipazia fissa gli occhi della vecchia, sguardo nero intenso, sente un’ira non filosofica crescerle dentro.
Silenzio teso. Miriam estrae una lettera dalla veste, si inchina di nuovo profondamente e la porge ad Ipazia.
Chi me la manda?
Forse la lettera stessa lo rivelerà alla signora bellissima, alla signora fortunata, alla signora sapiente… Come potrebbe una povera vecchia ebrea conoscere i segreti dei grandi di questo mondo?
Dei grandi?
Ipazia guarda il sigillo. È quello di Oreste. Anche la scrittura è la sua. Ma perché il prefetto avrebbe scelto un messaggero talmente… irriconoscibile come messaggero? Perché questa segretezza? Batte le mani per chiamare la domestica. Falla attendere in anticamera, le dice. Miriam si ritira con un altro profondo inchino. Ipazia dà un’ultima occhiata alla vecchia e ritrova quello sguardo nero puntato su di lei. Avverte un brivido freddo, e non lo comprende. Pazza che sono! Cosa può significare per me quella strega? Leggiamo la lettera!
«Alla nobilissima e bellissima, la signora della filosofia, la diletta di Atena, il suo allievo e servo manda il suo saluto»… Il mio servo! E non scrive il suo nome! «Alcuni ritengono che la gallina preferita di Onorio, che porta il nome di Città Imperiale, vivrebbe meglio con un nuovo nutritore, e il Conte d’Africa è stato inviato da se stesso e dagli Dei immortali a sovrintendere al pollaio dei Cesari, almeno durante l’assenza di Ataulfo e Placidia. V’è anche qualcuno che ritiene che in sua assenza il leone di Numidia possa essere indotto a farsi compagno di giogo del coccodrillo d’Egitto, e che un podere arato da un siffatto paio si possa estendere dalla Cateratta superiore alle Colonne d’Ercole. Un podere simile potrebbe essere attraente anche agli occhi di un filosofo. Ma l’Arcadia non è perfetta finché il contadino non ha la sua ninfa. Senza Arianna, cosa sarebbe Dioniso, e Ares senza Afrodite? E Zeus senza Era? Perfino Artemide si accompagna ad Endimione. La sola Atena rimane senza sposo, ma solo per il fatto che Efesto è troppo rozzo per lei. Così non è lui ad offrire alla rappresentante di Atena l’opportunità di condividere quello che potrebbe vedere la luce solo con l’aiuto della sua sapienza, e che senza di lei non potrebbe sussistere.»… Mentre legge, Ipazia arrossisce. Col foglio in mano si alza di scatto e si precipita nella biblioteca. Teone è là, in mezzo ai suoi libri.
Papà, sai qualcosa di questa faccenda? Guarda cosa ha l’impudenza di scrivermi Oreste. Me l’ha fatto avere dalle mani di una strega ebrea. Gli porge la lettera, aspetta ansiosa che il vecchio la legga, e lui la legge con estrema attenzione. Ipazia trema dalla rabbia mescolata al suo orgoglio. Teone solleva lo sguardo, e non appare dispiaciuto di quel che ha letto.
Allora, papà, gli chiede lei, non avverti anche tu l’offesa che è stata recata a tua figlia?
Teone stupito: Bambina mia, non vedi che lui ti offre…
Lo so quello che mi offre, papà. Mi offre l’impero d’Africa. Io dovrei discendere dalle altezze della scienza, dalla contemplazione di ciò che non muta, dell’ineffabile, fino al fango della vita terrena. Dovrei diventare una pedina del gioco politico, in mezzo alle ambizioni meschine, alla depravazione e alla falsità del gregge. E il premio che mi offre, che offre a me, che sono pura, senza macchia… è la sua mano! Pallade Atena!
Bambina mia, bambina mia… un impero…
L’impero del mondo non potrebbe restituirmi il mio rispetto di me stessa, né il mio giusto orgoglio. Come potrei impedirmi di arrossire ogni volta al pensiero di essere una moglie? Moglie: che nome odioso e degradante! Proprietà di un uomo… il fantoccio di un uomo… una che deve sottomettersi al suo piacere, e fargli figli… tutte le nauseanti faccende di una moglie. Non sarei più pura, indipendente. Non sarei più io la fonte della mia gloria. La mia bellezza non sarebbe più l’espressione dell’amore di Atena, ma il giocattolo di un uomo. E quell’uomo! Frivolo, lussurioso, senza cuore. Lui mi ha frequentata per anni, ma della filosofia non gli importa nulla. Raccoglie briciole dal banchetto degli Dei, e le piega ai suoi bassi fini. Ma sono stata cieca, io. L’ho incoraggiato, senza volerlo… No, veramente le cose stanno così: è stato solo perché speravo che il fatto che un uomo così in vista, il prefetto, frequentasse la scuola avrebbe sostenuto la causa degli Dei immortali agli occhi della moltitudine. Senza volerlo. Per leggerezza, ho contaminato la purezza sacra con la putredine mondana. E questa è la mia punizione! Devo rispondergli immediatamente. Si merita che la risposta gli sia portata dallo stesso degno messaggero che mi ha inviato… Insulto per insulto!
In nome delle Potenze Supreme, figlia mia! Per la vita di tuo padre! Per la mia vita! Ipazia! Mio orgoglio, mia gioia, mia unica speranza! Abbi pietà dei miei capelli bianchi! Teone si getta ai piedi della figlia e le abbraccia le ginocchia. Disperazione.
Ipazia lo solleva, lo cinge con le braccia, appoggia il capo sulla sua spalla. Le sue lacrime scendono, la sua bocca è serrata. Nulla può piegare la sua determinazione.
Teone singhiozza: Pensa alla mia gloria nella tua gloria! Io penso a te, non a me stesso…Sai bene che non mi sono mai preoccupato per me. Ma l’idea di morire vedendoti sul trono…
Se non muoio prima di parto, padre mio, come capita a molte donne tanto deboli da diventare schiave, che si sottomettono… a torture da schiave.
Ma… ma… balbetta il vecchio filosofo, cercando qualche argomento sufficientemente alto e nobile e lontano dalle idee volgari da poter avere un effetto sulla figlia. Ma pensa alla causa degli Dei! Che cosa potresti fare da sovrana! Ricordati di Giuliano! Pensa alle nobili imprese di colui che i Cristiani chiamano l’Apostata!
Di colpo, le braccia di Ipazia cadono. Sì! È vero! Il pensiero attraversa la sua mente. Una folgore di delizia e terrore. Visioni e sogni della fanciullezza: templi, sacrifici, collegi sacerdotali… Che cosa non potrebbe fare dal trono! Come trasformerebbe l’Africa! Dieci anni di potere, e l’odiato nome di cristiano potrebbe cadere nell’oblio… Una statua colossale di Atena Poliade, luccicante d’oro, potrebbe sovranamente guardare le navi che riempiono il porto di Alessandria… Ma il prezzo! Il prezzo da pagare! Ipazia si copre il volto con le mani e scoppia in lacrime. Lacrime amare. Trema tutto il suo corpo per la lotta in lei. Lentamente ritorna alla sua camera.
Teone la guarda con ansia. È perplesso. Sta fermo un attimo, poi la segue, incerto. Lei è seduta al suo tavolo, la faccia nascosta dalle mani, scossa da tremiti. Non osa disturbarla. Il padre ama la figlia, così bella, così sapiente, così ricca di doni divini. Fermo sulla soglia, continua a guardarla, e prega tutte le potenze divine e demoniche, da Atena allo spirito guardiano di sua figlia. Le prega di non accecarla, di piegare la sua ostinazione irrazionale.
Ma ecco che Ipazia ha vinto la sua battaglia interna. Solleva lo sguardo, nuovamente chiaro, calmo e radioso.
Sia pure. Per la vita degli Dei immortali… per l’arte, la scienza, l’erudizione e la filosofia… sia pure. Se gli Dei richiedono una vittima, eccomi. Se per la seconda volta la flotta greca non può salpare se non col sacrificio di una vergine, offrirò la mia gola al coltello. Padre, come Ifigenia!
Teone piange di gioia e tenta di scherzare: E io dunque sarei un altro Agamennone? Mi vedi come un padre molto crudele, ma…
Risparmiami, papà. Ipazia fredda. Come io ho risparmiato te. E inizia a scrivere la sua risposta.
Il padre rimane in piedi. La guarda scrivere. Lei non alza la testa finché non ha finito.
Ho accettato la sua offerta. Sotto condizione. Vedremo se lui l’accetterà, dipende tutto da… Tu non chiedermi nulla! Finché Cirillo è il capo della marmaglia cristiana, per te, papà, sarà più sicuro essere nelle condizioni di negare qualsiasi conoscenza della mia risposta. Ti dico solo questo: gli ho scritto che se agirà come io vorrei che facesse, io farò come tu vorresti che io facessi.
Non sarai stata troppo… aspra? Non gli avrai chiesto qualcosa che magari lui non oserà garantirti pubblicamente ora, per timore di suscitare l’ira delle folle? Qualcosa che però lui potrebbe darti il modo di fare tu stessa, una volta che…
Gliel’ho chiesto. Se io devo essere una vittima, il sacrificatore deve almeno essere un uomo, e non un codardo, un servitore dello spirito di questi tempi. Se lui crede davvero in questa fede cristiana, che la difenda contro di me! Perché o questa fede sarà annientata, o sarò annientata io. Se non farà la scelta che gli ho chiesto, se continuerà come ora, che viva pure nella sua menzogna, che le sue labbra pronuncino pure per bassi motivi politici bestemmie contro gli Immortali, anche se il suo cuore e la sua ragione si ribellano!
Batte le mani. Subito entra la domestica. Ipazia le consegna la lettera senza una parola. Chiude la porta, si siede. Vorrebbe riprendere le sue riflessioni su Plotino. Vorrebbe tornare nel mondo dei sogni della metafisica. Ma non può uscire dalla lotta troppo umana del suo cuore. La sua anima individuale deve assumersi da sola il peso di un atto di volontà, di una decisione pesante e terribile. Per questa decisione a che le giova aver definito il processo mediante il quale le anime individuali emanano dall’Universale? La sua ragione individuale è abbandonata ad una lotta per la vita, in uno sconfinato oceano in tempesta di oscurità e dubbio. Per questa lotta a che le giova saper scrivere elegantemente sull’immutabilità della suprema Ragione? Tutto le è apparso grande, luminoso e logico, fino ad un’ora fa. Sillogismo dopo sillogismo. Irrefutabilmente… ha dimostrato che il male non esiste. Ha dimostrato come il male non sia altro che una forma inferiore del bene. Come il male non sia che uno degli innumerevoli prodotti della grande Mente che pervade il tutto, Mente immutabile e infallibile, ma recondita tanto che la maggior parte degli umani non la intende. Il filosofo la intende, che ha imparato a vedere il tronco e il ramo che connettono il frutto in apparenza amaro con la radice perfetta dell’albero. Ma in questa situazione, qui e ora, lei può vedere il ramo? La connessione tra la pura Ragione suprema e le odiose carezze di quel vigliacco e debosciato di Oreste… Quello in cui sta cadendo non è un male allo stato puro, senza una sola venatura di bene passato presente o futuro? Vero che lei potrebbe mantenere puro il suo spirito in mezzo a quel marciume. Potrebbe sacrificare il corpo, che non vale nulla, e innalzare la sua anima mediante l’auto-sacrificio… Ma si accrescerebbe l’orrore. Il male presente, reale, inspiegabile… Perché le Potenze lo richiedono, perché la torturano? Lei, l’ultima loro adepta pura… Forse è richiesto a loro che procedano così con lei… senza pietà. Da un potere più alto, del quale esse sono solo le emanazioni. Gli strumenti. E forse a questo stesso potere il suo sacrificio è richiesto da uno ancora più alto, un potere senza nome, che agli umani appare come un destino assoluto. Un destino di cui lei e Oreste e tutti in cielo e in terra sono le vittime, tratte in un vortice ineluttabilmente, senza speranza, senza aiuto, ciascuno verso la sua fine. E questo orrendo destino è il suo. Pensiero che annienta. Ma Ipazia è invasa dall’ira. No! Non si piegherà. Sarà ribelle. Come Prometeo. Sfiderà il destino, come un’eroina tragica. E si precipita per impedire la partenza della lettera. Ma è andata. Miriam è sparita.
Ipazia si appoggia al muro, e piange amaramente.

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