Prostrazione. A Venezia, vicino al Ponte dell’Accademia, in un luogo dove passano fiumane di turisti, da anni si vede questa scena. Tutti i giorni. Una donna immobile, prostrata a terra, che chiede l’elemosina protendendo un bicchierino di plastica, la testa china, lo sguardo al suolo. Non so se sia sempre la stessa donna, perché i suoi stracci la celano, ma la corporatura e l’atteggiamento sono sempre gli stessi. E non emette un suono. E come possa riuscire a rimanere per ore in quella posizione ogni giorno è un mistero. E perché questa umiliazione estrema di un essere umano sia accettata dalla città e da chi la governa è un altro mistero. È possibile che avvenga questo nel nostro mondo ricco, in una città in cui passano ogni anno trenta milioni di turisti da tutto il mondo, una marea di denaro? Se questa è la civiltà occidentale, se questa nel 2015 è una donna…
Il sorriso eterno
Il sorriso eterno di Pär Lagerkvist (1920, trad. it. G. Prampolini, Iperborea, Milano 1990) è un romanzo anomalo, in apparenza. Lagerkvist è uno di quegli atei usciti dal luteranesimo nordico che vivono drammaticamente l’impossibilità di un ritorno alla fede dei padri, e che anelano alla trascendenza, ad un luogo supremo di conciliazione. Qui la storia si svolge tra i morti. Come tutti i moderni, Lagerkvist non riesce a rappresentare in modo poeticamente convincente il mondo dei defunti, l’altro mondo. E qui abbiamo un aldilà spoglio, in cui i morti sono sospesi in una condizione larvale, o meglio appaiono fissati nel ricordo della vita che hanno vissuto. Siedono nel buio, metafora del nulla, però parlano, sebbene paiano non ascoltarsi l’un l’altro per davvero. Ad un certo punto decidono di alzarsi e partire alla ricerca di Dio (che il traduttore, chissà perché scrive con l’iniziale minuscola). Camminano per un tempo lunghissimo, in…
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I tamburi della pioggia
Un tremendo assedio della fortezza albanese di Kruja nel XV secolo è narrato nel romanzo di Ismail Kadaré I tamburi della pioggia (1972, edito da Corbaccio nel 1997). I Turchi sono i nemici, ma la vicenda è vista dalla loro parte, tranne in alcune pagine in cui l’ottica è quella degli Albanesi assediati. È un massacro terribile quello che viene descritto. La campagna di conquista dell’Albania da parte degli Ottomani è una pagina davvero balcanica. Eppure tutti sono umani, nel libro, molto umani pur nella loro violenza. E ciò che è avvenuto in quegli anni spiega, secondo Kadaré, il destino dell’Albania fino ai nostri giorni.
Cominciò a piovere il 13 settembre, all’alba. Mi accingevo a ordinare il cambio delle sentinelle quando le prime gocce punteggiarono il suolo.
Spuntava il giorno. Avrei voluto far suonare la diana, ma ci rinunciai, pensando che gli uomini erano spossati dagli sforzi del giorno prima. Mi…
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A Short Treatise on the Metaphysics of Tsunamis
Un libretto di sole 81 pagine, ma ricco di pensiero e di stimoli questo A Short Treatise on the Metaphysics of Tsunamis (Michigan State University Press 2015). Si tratta della traduzione in inglese di un testo di Jean-Pierre Dupuy pubblicato nel 2005 per le Editions du Seuil, Petit métaphysique des tsunamis. Di Dupuy ho letto Economy and the Future e Rational Choice before the Apocalypse. Si tratta di un pensatore apocalittico-razionale di grande interesse e profondità. In questo trattatello prende in esame il rapporto degli umani al futuro, e la posizione che essi assumono davanti alle grandi catastrofi e al tema della responsabilità davanti ad esse: eventi come il Terremoto di Lisbona e lo Tsunami dell’Asia vengono messi in relazioni ad altri eventi apparentemente del tutto disomogenei, come la Shoah e l’annientamento di Hiroshima e Nagasaki, mostrando la radice della responsabilizzazione dell’umano, in Rousseau, che porta da un lato alla naturalizzazione di eventi come un bombardamento atomico, dall’altra alla umanizzazione della natura scatenata. Alle due categorie classiche di male naturale e male morale, sulla scorta di una meditazione sull’opera di Hannah Arendt e di Günther Anders, Dupuy aggiunge quella di male sistemico, che si verifica quando l’umano è trasceso dalla sua propria stessa potenza tecnologica, come nel caso di Hiroshima.
«Chiunque creda che l’umanità possa continuare a contare sulla scienza e la tecnologia per trovare la soluzione ai problemi creati dalla scienza e dalla tecnologia, come esse hanno fatto finora, non crede realmente che il futuro sia reale. Perché il futuro è pensato come fosse qualcosa che facciamo noi stessi, esso è tanto indeterminato quanto il nostro libero volere: e dal momento che lo inventiamo noi, non vi può essere alcuna scienza del futuro. Come la teodicea, anche l’antropodicea immagina il futuro come avente una struttura ad albero che genera un catalogo di esiti possibili. Il futuro che si realizzerà è quello che ci siamo scelto. Ma negare che il futuro sia reale presenta un ostacolo metafisico potenzialmente fatale. Perché se il futuro non è reale, nemmeno una futura catastrofe è reale. Confidenti nella nostra capacità di evitare il disastro, non lo consideriamo una vera minaccia. Questo è il circolo vizioso che il metodo dell’apocalissi illuminata tenta di rompere». (p. 59)
E l’apocalissi illuminata, l’annuncio illuminato di una catastrofe imminente, è un atteggiamento che al fine di disintossicare l’umanità dalla sua violenza «… consiste nell’agire come se noi tutti fossimo destinati ad essere le sue vittime, tenendo in mente nello stesso tempo che noi soltanto siamo i responsabili di ciò che ci accade. Questo doppio azzardo, questo stratagemma, potrebbe essere la nostra sola speranza di salvezza». (p. 56)
Ipazia, scena XXII
Corrono, corrono, una massa confusa di monaci e di folla, in mezzo a loro i due prigionieri, che vengono picchiati, maledetti, interrogati mentre camminano, e non dicono nulla, non dicono nemmeno il proprio nome.
Ma ecco che con un forte rumore si aprono i battenti di un enorme portone, e ne esce una fila di figure che emettono bagliori. Elmi, corazze. Si schierano. All’unisono le lance appoggiate al suolo emettono un secco avvertimento.L’avanguardia della folla arretra. Un sussurro impaurito la percorre: Le guardie!
Chi sono? chiede Filemone. Soldati, soldati romani, gli risponde una voce.
Filemone, che è nell’avanguardia della folla, indietreggia anche lui, senza sapere perché. Ma al nome “Romani” vorrebbe andare avanti. Da bambino aveva sognato di loro, di quelli che hanno conquistato il mondo. Ora sono qui davanti a lui. Ma si sente afferrare un braccio. Un ufficiale gli chiede bruscamente: Cosa significa questo? Perché voi figli di cani alessandrini non ve ne state a dormire nelle vostre cucce?
La Chiesa di Alessandro sta bruciando, risponde Filemone, pensando che come spiegazione basti.
Tanto meglio!
Ma… I giudei stanno assassinando i cristiani.
Allora andate pure a scontrarvi con loro. Uomini! Tornate dentro! È solo uno dei soliti disordini fra cani giudei e cristiani.
E la truppa fa marcia indietro, e scompare, e subito la folla riprende a correre, più selvaggia di prima. Filemone corre in mezzo agli altri, ma avverte un senso di delusione. Pietro sta scherzando coi suoi uomini, dice che sono stati bravi a tenere fermi e zitti i prigionieri in mezzo a loro, senza farli vedere dai soldati. Ma Filemone rimugina: È solo uno dei soliti disordini, ha detto quello! Uno dei soliti disordini, per quella gente, abituata a creare e deporre Cesari! Loro sono sicuri con le loro armi e la loro disciplina, non si curano di uomini eccellenti come i monaci e i parabolani, non si preoccupano se i giudei ammazzano i cristiani, se perseguitano la vera fede, se bruciano la chiesa di Alessandro. Loro sono sicuri di sé, e per loro noi siamo cani. Filemone li odia, adesso, quei soldati. Così indifferenti davanti alla causa della giustizia, per cui lui sta lottando, per cui si è appena scoperto un eroe combattente. Gli tornano in mente le parole di quell’ometto, di quel facchino filosofo, e torna a sentirsi piccolo. E ancora più piccolo si sente quando sopra la folla risuona una voce acuta di donna, da un tetto: grida che non si vedono fiamme, che la chiesa da lontano appare intatta. La massa tace, poi si leva un brusio, tutti parlano con la concitazione delle folle, ed ecco che nella folla non c’è nessuno che abbia visto coi suoi occhi bruciare la chiesa, sono state voci incontrollate, esche per incendiare gli animi. Chi le avrà messe in giro? Qualcuno dice che la chiesa è troppo lontana, che ormai è passato parecchio tempo, che se fosse stata in fiamme sarebbero comunque arrivati troppo tardi, ma forse invece qualcuno è intervenuto per tempo e l’ha salvata. E le strade sono buie e piene di giudei in agguato ad ogni angolo, tra loro e la chiesa. Forse è meglio portare i prigionieri in luogo sicuro e avvertire l’Arcivescovo per ricevere ordini. E, come succede sempre alle masse, anche questa comincia a sciogliersi: a due, a tre tutti si allontanano, e alla fine anche quelli che avrebbero voluto continuare imitano gli altri. Il gruppo più folto che resta unito, e in cui rimane Filemone, raggiunge il Serapeo, è là incontra un’altra folla di cristiani. Questi dicono che la falsa voce dell’incendio della chiesa di Alessandro è stata diffusa dai giudei, e dicono anche che sono stati trovati uccisi in casa un prete e due fedeli, e che gli ebrei hanno già ammazzato un migliaio di cristiani. Dicono che l’intero quartiere degli ebrei è in armi e sta marciando contro i cristiani. Panico, furia selvaggia. Decidono di asserragliarsi nel palazzo dell’Arcivescovo, immediatamente, di rinforzare le porte e di prepararsi ad un assedio. Filemone è tra i primi ad agire, prepara pietre da lanciare, rompe sedili e tavoli per preparare mazze. Grande confusione. Finalmente qualcuno osserva che prima di continuare a spaccare tutto sarebbe meglio attendere per vedere se davvero si sta preparando un attacco.
Ma ora si ode dalla strada un suono di passi pesanti che si avvicina. L’allarme è al massimo. Pietro scende di corsa, per vedere se sono pronti i pentoloni di acqua bollente. Ma la luna scintilla su una lunga fila di elmi e corazze. Grazie a Dio, sono i soldati.
Chiedono i cristiani: Stanno arrivando i giudei? La città è calma? Perché non avete prevenuto questi crimini? Ma un ufficiale risponde: Tornate nel vostro pollaio, gallinacce, o vi spenniamo noi! Un brusio di indignazione accompagna i soldati che passano oltre, e in realtà non cercano grane con nessuno.
Perché tu non ti perda nel quartiere
Pour que tu ne te perdes pas dans le quartier, 2014, trad. it. di I. Babboni, Einaudi 2015. Questo è un Modiano recentissimo, ma come si sa lo scrittore francese mantiene un’assoluta costanza e continuità dei temi di fondo, e qui abbiamo ancora una volta l’eterno Modiano. Qui il protagonista è uno scrittore settantenne, ma cambia poco: c’è, in aggiunta alla solita nebulosità e inconsistenza delle persone l’incombere della vecchiaia e del particolare oblio che porta con sé. Come se l’irrecuperabilità del passato, e delle persone del passato, perno di tutta la narrativa di Modiano, qui subisse una inclinazione verso la solitudine più radicale. Il settantenne ricorda due fasi della sua vita, e così al presente della storia si mescolano due passati. Il primo è quello di lui bambino, affidato ad una giovane donna dalla vita equivoca; il secondo passato è quello di lui giovane scrittore al primo libro, che incontra quella stessa donna, non più così giovane. Vi è poi il presente, in cui quei due passati si parlano vanamente fra loro, mentre la donna è scomparsa dal mondo. Ricerche si sommano a ricerche, tutte vane. Il libro si chiude con un ricordo struggente ma declinato con sobrietà di grandissimo scrittore:
La notte, mentre lei telefona nella camera vicina, lui sente il suono della sua voce ma non le parole. Al mattino lo risvegliano i raggi di sole che attraverso le tende penetrano nella stanza e formano macchie arancioni sulla parete. All’inizio è quasi niente, uno scricchiolio di pneumatici sulla ghiaia, un rumore di motore che si allontana, e ti serve ancora un po’ di tempo per renderti conto che in casa resti solo tu. (p. 123)
La Questione di Israele
Ognuno vede solo quello che è predisposto a vedere, soprattutto in rebus politicis. Predisposto dalla sua educazione, dalle esperienze avute, dalle persone incontrate, dalle letture, dalle venture e dalle sventure. Così è per quel che riguarda il conflitto israelo-palestinese. Nessun cuore è imparzialmente sospeso a metà del campo, gli uni inclinano col sentimento da una parte, gli altri dall’altra. Non conosco una sola persona fredda ed equanime di fronte ad una materia così rovente. Quindi secondo me è inutile e controproducente mostrarsi al di sopra delle parti: è una posizione senza fondamento. Per qualsiasi dialogo anche qui da noi, per qualsiasi compromesso anche nel discorso comune sui media, bisogna dichiarare anzitutto da che parte si sta, anche se si sta da quella parte con moltissimi se e moltissimi ma. È pieno intorno a me di gente istintivamente, visceralmente filo-palestinese. Conosco qualche raro filo-israeliano. Io mi professo amico di Israele, e la mia profonda convinzione è che l’unico presupposto veramente essenziale per una chiusura del conflitto, benefica anche per i Palestinesi, sia il riconoscimento dell’esistenza dello Stato ebraico da parte di tutti gli attori politici della regione. Finché quel riconoscimento generale non ci sarà, tutto sarà vano: ogni accordo fragile, ogni struttura statale palestinese caduca, ogni sogno di pace illusorio. La Questione Palestinese è la Questione Israeliana.
Il palazzo del desiderio
Il romanzo di Naghib Mahfuz Il palazzo del desiderio (Qasr al-Shawq, 1957, tradotto in italiano da B. Pirone e pubblicato da Tullio Pironti Editore, Napoli 1991) fa parte di una trilogia che presenta molti elementi di interesse. Uno è costituito dal personaggio del pater familias, il sayyed Ahmad, dispotico e amoroso insieme, incontinente erotomane e religioso, ripieno di senso dell’onore e infaticabile gozzovigliatore notturno. Molto simpatico. Il figlio Kamal, un giovane idealista, vuole iscriversi alla facoltà di magistero, il cui unico sbocco è l’insegnamento. Il sayyed Ahmad cerca di dissuaderlo con ogni argomento, e tra l’altro dice:
“È come ti dico io, ed è per questo che essa attira solo raramente alcuni figli di famiglie rispettabili. E poi, il mestiere di professore… Hai qualche idea del mestiere di professore, o quello che ne sai non va al di là di quello che mostri di sapere della scuola magistrale?…
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Il ladro della Bibbia
«Mettere a fuoco l’anima dentro il ciarpame del corpo è sempre un lavoro difficile. Certe anime sono a cielo aperto, esposte all’ardore del sole, altre invece sono nascoste nel profondo, e bisogna saltare tonnellate di scorie verbali per riuscire a intravederle». (p. 115) Questo è detto a proposito di un vecchio, un nonno di molti bambini, che vive un crepuscolo della vita miserevole, invalido e privo di parola, e col soprannome di General Pattume, nell’incantevole romanzo di Göran Tunström Il ladro della Bibbia (Tjuven, 1986, trad. it. F. Ferrari, Iperborea, Milano 2006). Ma l’intero romanzo è un romanzo sulle anime, sulla loro vocazione all’apertura e sul rischio di una chiusura soffocante che sempre debbono affrontare e non sempre riescono a superare. La ricca galleria di personaggi del libro fornisce esempi di anime che riescono a mantenere un’apertura all’altro e all’amore, una forma di trascendenza, ed esempi opposti di…
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The Ambivalence of Scarcity
The Ambivalence of Scarcity and Other Essays di Paul Dumouchel (Michigan State University 2014) è una raccolta di saggi scritti in un lungo lasso di tempo, a partire dal 1979. Di estremo interesse ho trovato l’analisi della fondazione storica dell’idea di scarsità dei beni, che regola l’intero impianto dell’economia e delle società occidentali a partire dal Settecento, e che ha immense conseguenze sul piano sociale e politico. Il libro di Dumouchel è molto stimolante dal punto di vista intellettuale, e sollecita un pensiero critico indipendente e libero dai pregiudizi di ogni tipo. Riporto qui le ultime righe dell’ultimo capitolo della Conclusione, intitolato L’autorità morale dello Stato.
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L’individualismo significa anzitutto che noi siamo agenti indipendenti, non legati l’uno all’altro da obbligazioni personali reciproche di solidarietà. In secondo luogo, significa che noi siamo liberi nel senso implicato dalla moralità moderna dell’auto-governo, e quindi possiamo mancare di adempiere agli obblighi morali che ci competono senza patire alcuna sanzione. In terzo luogo, l’individualismo significa che noi siamo eguali, nel senso che deriva dall’aver trasferito allo Stato l’autorità unica di decidere tra violenza buona e violenza cattiva. Di conseguenza, noi siamo eguali in quanto siamo liberi e indipendenti nel modo che è assunto dalla teoria economica. L’individualismo infine implica che la reciprocità riappaia solo al livello dello Stato, al livello in cui è determinato ciò che costituisce violenza legittima. Qui è il luogo in cui l’universalità caratteristica dell’individualismo è chiusa. Al livello dello Stato, dove la reciprocità riappare come una dimensione fondamentale delle regole della solidarietà, le regole della solidarietà diventano applicabili e sono nel contempo esclusive e condizionali. Noi non dobbiamo la stessa solidarietà ai non connazionali che non appartengono allo schema di reciprocità che caratterizza noi come membri di questo o quello Stato. Inoltre, nei contesti internazionali, nelle nostre relazioni con gli stranieri, spesso perfino le obbligazioni morali, come la veridicità e il mantenimento delle promesse, tendono a essere condizionali rispetto alla risposta del beneficiario. Esse richiedono reciprocità, e di conseguenza perdono la libertà e il carattere incondizionato che le rende propriamente morali.
Il monopolio statale della violenza legittima è la fonte da cui discende quello che noi chiamiamo moralità: le libere obbligazioni, la trasgressione delle quali non comporta immediatamente sanzioni, può esistere solo alla sua ombra. L’etica è un prodotto dello Stato moderno, come lo sono i mercati della economia moderna. Il recente allontanamento dall’obbligazione come categoria morale centrale potrebbe essere visto come liberatorio, ma esso è anche legato ad una naturalizzazione dell’etica, alla sua trasformazione in scienza, cioè a dire in una autorità che si colloca al di fuori della discussione democratica. La profonda trasformazione dello Stato moderno di cui siamo testimoni non è connessa per accidente al presente fallimento dei meccanismi del mercato. I mercati finanziari che sfuggono al controllo dei singoli Stati sono arrivati a dominare l’economia mondiale, ma come recentemente ha notato André Orléan, i mercati finanziari non soddisfano le condizioni necessarie per potersi auto-regolare. Eguaglianza e libertà sono due realizzazioni molto fragili e imperfette dello Stato moderno, che dipende dal violento meccanismo di trasferimento che fonda il suo monopolio della violenza legittima, la sua capacità di distinguere tra la violenza buona e quella cattiva. L’attuale metamorfosi dello Stato moderno minaccia queste conquiste: essa sta anche progressivamente ma chiaramente mutando la nostra relazione con la violenza legittima. Stati modello di virtù democratiche, come il Canada e il Regno Unito, hanno di recente deciso che l’evidenza ottenuta mediante tortura può essere accolta nei processi come legale. Non vi è ragione di credere che ciò costituisca un progresso. (pp. 348-349)
