Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia. E io la celebro rifacendo il verso in chiave autistica alla famosa poesia “Pianto antico” di Carducci, pensando a Guido, che spesso tenta di toccare le auto che gli passano vicino.
L’auto a cui tendevi
l’autistica tua mano,
quella Nissan Terrano
dal grigio color
sulla nostra stradina
passò veloce or ora,
e tu tentasti ancora
di toccarne il motor.
E se io penso a quanta
forza hai nelle dita,
e a quando la tua vita
esplode nel furor,
tutto mi si raffredda,
nulla più mi rallegra;
nemmen la cinciallegra
che canta il suo amor.
Le api
Mesilased è il titolo in lingua estone del romanzo di Meelis Friedenthal Le api (2012, trad. it. di D. Monticelli, Iperborea 2015). La storia è ambientata alla fine del Seicento nella città di Tartu, allora sotto la corona svedese, e nella sua università, che il giovane Laurentius Hylas, il protagonista, vuol frequentare. L’inizio lo vede in viaggio col suo bagaglio, e con un pappagallo in una gabbia. A questo animale Laurentius appare legatissimo, perché con la sua vitalità rappresenta il più forte antidoto all’ umor nero che lo pervade e ne fa un malato. Questo fatto, e il fatto che l’uccello sia una femmina e si chiami Clodia, e che una misteriosa ragazza che il giovane incontrerà ugualmente si chiami Clodia, fa comprendere come qui non ci troviamo in un clima del tutto storico-realistico, benché vi sia da parte dell’autore un profondo studio degli elementi culturali del tempo, degli usi, della medicina e della teologia, e vi si avverta sempre il senso della pesantezza, fragilità e problematicità dei corpi, nel loro sfuggente rapporto con ciò che si suole chiamare anima. Lo spazio di tempo della narrazione è di una sola settimana, durante la quale Hylas, il cui passato non è privo di mistero e di angoscia, è affetto da una febbre che potrebbe compromettere la sua lucidità, a causa anche di un salasso a cui si sottopone e dello scarsissimo cibo che assume. Bisogna anche rilevare come questo romanzo sia una riuscita mistura alchemica tra vari elementi di per sé discordanti, se non ripugnanti: come una sensibilità contemporanea e un quadro culturale della modernità incipiente (Cartesio, ecc.), la caccia alle streghe e un cristianesimo maturo, il mondo onirico e la realtà cruda dei corpi e delle malattie, i contadini che muoiono di fame, guerra e peste che incombono. Alla fine, non ho potuto evitare che fosse evocato in me il clima dell’espressionismo tedesco, e la pioggia che senza sosta cade per tutta la durata del racconto è la sigla di un destino che incombe, emblema della pesantezza, come quella che schiaccia i dannati nel VI Canto dell’Inferno. La vitalità colorata del pappagallo Clodia e la femminilità salvifica della fanciulla Clodia (ma sono entità differenti?) costituiscono il contrappunto-antitesi alla pioggia dantesca. Un romanzo che vale la pena di leggere.
Micronote 52

- Quanto l’Europa sia provveduta è dimostrato da quel che è accaduto e accade intorno alla questione dei migranti. Quanto alle forze onnipotenti che nella visione di molti governerebbero il mondo secondo una propria perversa razionalità, io non ho una visione teologica della storia, nemmeno nella versione laica e complottista. La storia è il luogo della potenza dell’accidente. Chi lo ignora ne è schiacciato, oggi come sempre: innanzitutto con l’ottenebramento intellettuale causato da quella che egli crede la sua astuta luce.
- Per Hobbes, la parola Stato indica un’associazione tra umani abbastanza ampia da poter fornire ai suoi membri una sufficiente protezione. È solo a questo livello che vi è sovranità, un potere legittimo al quale i membri della società hanno l’obbligo morale di obbedire.
Cosa accade allora quando quei membri avvertono la protezione offerta dallo Stato come insufficiente? Che è quello che si sta verificando, su scala crescente, in Europa oggi. -
Una delle argomentazioni regolarmente addotte da coloro che sostengono il diritto alla genitorialità delle coppie omosessuali mediante gestazione aliena è di questo tipo: “Ho conosciuto Pinca e Palla, figlie di due donne lesbiche che vivono insieme da tanti anni. La mamma n.1 è andata a prendere il semino e ha fatto Pinca. La mamma n.2 è andata a prendere anche lei il semino per dare una sorellina a Pinca, ed è nata Palla. Non ho mai conosciuto bambine più serene e felici”. Al che uno potrebbe ribattere: “In Africa ho conosciuto Aisha e le sue sorelle e fratelli, figli e figlie delle quattro mogli di un uomo ricco. Non ho mai conosciuto bambini più felici”. Non ti piace quella struttura familiare poligamica? Non sarai mica razzista, vero?
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Amare incondizionatamente significa amare tutto ciò che è dell’oggetto amato. Un amore incondizionato della competizione, poiché ad essa appartengono la vittoria e la sconfitta, significa amare anche la propria sconfitta. Dunque, di fatto l’amore per la competizione è sempre condizionato. La si ama solo a patto di pensare se stessi vincenti.
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Tre categorie di umani: 1) quelli che venerano il Cambiamento, a prescindere (nella nostra cultura quelli che professano apertamente tale venerazione sono moltissimi, la maggioranza assoluta); 2) quelli che detestano il Cambiamento, a prescindere (nella nostra cultura quelli che professano apertamente tale avversione sono pochi, una minoranza); infine, 3) quelli che valutano razionalmente i cambiamenti, senza pregiudizi ideologici: e questi ultimi sono pochissimi, una minoranza invisibile.
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Sarà dura convincermi che il velo obbligatorio per le donne non sia un segno della loro sottomissione, e di dominio del maschile sul femminile, e che il velo liberamente indossato, là dove la scelta è possibile, non sia un segno di libera accettazione della sottomissione al dominio maschile e di libera rinuncia all’emancipazione femminile. Perché anche uno schiavo può scegliere la schiavitù, e determinare dove si collochi la libertà di scelta è sempre difficile.
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Entro qualsiasi forma di unione politica (tra individui, tra comunità, tra stati) sono inevitabilmente i più forti quelli che danno la linea. Pensare che l’Italia in Europa possa contare quanto la Germania e la Francia è una pia illusione, perché noi siamo più deboli, economicamente e militarmente (e proclamare l’illusione come se fosse realtà praticabile è una menzogna strumentale).
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Una classe dirigente all’altezza dei tempi e dei problemi che l’Europa deve affrontare non porrebbe mai, semplicisticamente, l’immigrazione come la cura per eccellenza che guarirà il continente dai processi di invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite. Una classe dirigente all’altezza della situazione promuoverebbe anzitutto in tutti i modi la natalità, sosterrebbe le famiglie, agevolerebbe seriamente le donne che lavorano, ecc. Ma soprattutto si impegnerebbe in una battaglia culturale a favore della fecondità delle coppie. Ma questo potrebbe non essere sufficiente, a causa della cultura dominante in Europa, come la demografia della Germania dimostra. E tuttavia ragionare come se la storia umana si muovesse lungo un percorso predeterminato, come fanno moltissimi, in questo come in altri campi, è pratica quanto mai risibile. Immaginiamoci un demografo, un sociologo e un economista che nel 1916 discutono di quello che sarà il mondo nel 1950. Oggi, con disarmante semplicità, molti discettano del mondo e dei sistemi economici e socio-sanitari come saranno nel 2050. Come se l’umanità non avesse mai conosciuto catastrofi e guerre devastanti. Come se la strada verso il futuro fosse là, un’autostrada diritta. Da sbellicarsi…
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Quando due civiltà, due differenti forme di strutturazione della vita umana si incontrano/scontrano, invariabilmente i tempi della cultura sono infinitamente più lenti di quelli della politica e della società. Con conseguenze disastrose.
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Il battesimo forzato dei Sassoni ordinato da Carlo Magno fa parte integrante di quelle radici cristiane dell’Europa di cui si è discusso. Come ne fa parte l’espansione verso est della Cristianità ad opera degli ordini monastico-militari: l’Ordine Teutonico, i Cavalieri Portaspada… Chi sa qualcosa, oggi, delle “crociate del nord”? O della crociata contro gli Albigesi nel sud della Francia? La Christianitas è inconcepibile senza la croce, ma anche senza la spada, la cui impugnatura era infatti cruciforme. Dunque le radici cristiane dell’Europa non sono tutte non-violente. Se si vuole vedere la realtà, e non sottomettersi in toto all’ideologia, naturalmente.
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La ragione è di per se stessa alternativa alla violenza? Difficile fondare razionalmente questa idea di ragione. In realtà, dietro questa idea c’è quella di reciprocità. Agire razionalmente verso gli altri, ricercare soluzioni pacifiche anziché violente per i conflitti, richiede che anche gli altri siano disposti a fare lo stesso. L’obbligo a comportarsi razionalmente, la razionalità concepita come normativa, non si può stabilire fino a che anche gli altri non sono disposti ad accettare quella normatività.
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All’inizio Suono e Senso erano bambini, e non si conoscevano, e vagavano nella pianura. Ognuno giocava da solo. Un giorno per caso si incontrarono, fecero amicizia, e cominciarono a giocare. Nacque allora il linguaggio degli umani. E il loro gioco non ha fine.
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La cultura progressista attualmente mainstream in Europa tratta il tema del corpo maschile e femminile in un modo sconcertante per la sua ambiguità. Da un lato invoca la specificità del corpo femminile all’interno di un discorso generale sulla femminilità come differenza positiva (della mascolinità non si può parlare, perché il suo concetto è sfuggente, manca di un proprium e tende alla pura negatività). Dall’altro nega totalmente la relazione tra il femminile e il corpo e il materno, riducendolo a puro ruolo nella maternità e paternità, che – irrelate al corporeo – possono essere quindi assegnate e spartite all’interno di coppie dello stesso sesso. Maternità e paternità deprivate di ogni elemento essenzialista e vincolo alla corporeità, e ridotte a mere funzioni. Dunque, la cultura progressista nega alla radice il senso umano dell’essere l’umano un mammifero tra gli altri mammiferi, cioè un portatore di mammelle, che sono il medium che connette il piccolo alla madre nella nutrizione. Nello stesso momento in cui la cultura progressista, che è radicalmente vittimaria, fa della natura in generale la Vittima del progresso economico e della tecnica, e la costituisce come entità venerabile e idolo di fronte a cui gli umani dovrebbero avere la stessa dignità di tutti gli altri esseri viventi, essa scardina la naturalità come concetto, facendone un fantoccio disponibile ad ogni uso ideologico. Tutto ciò ha radice profonda nell’origine della cultura progressista dal risentimento per ogni differenza che indichi una superiorità, che diventa risentimento per ogni pura e semplice differenza. Ed è sul concetto stesso di differenza che il pensiero progressista va incontro alle contraddizioni più destabilizzanti.
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Nella teoria di René Girard ci sono ancora troppi residui di psicoanalisi, nella quale ci sono ancora troppi residui di Platone. L’idea che dalla rivelazione delle cose nascoste, cioè dalla visione della verità, discenda un mutamento radicale dei comportamenti è in fondo gnostica. Del resto, anche l’idea che vi sia stato un primordiale nascondimento della innocenza della vittima presuppone una preesistente idea di innocenza, come la sua divinizzazione presuppone una qualche idea del divino. Ci sono cose, in Girard, che non mi hanno mai convinto.
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Pensare la solidarietà senza pensare contemporaneamente l’ostilità è possibile solo astrattamente. Chiunque pensi la solidarietà come modo di agire concreto non può evitare di pensare insieme l’ostilità: perché si è solidali con gli sventurati e le le vittime, e dove c’è sventura e vittima l’umano percepisce inevitabilmente la presenza di profittatori, carnefici e oppressori. Anche nell’ultima enciclica papale non si sfugge a questa dialettica, per quanto essa vi sia nascosta.
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Quando mi si convincerà che un animale, quel preciso animale, ha commesso un’ingiustizia, allora sarò disposto ad ammettere che tra l’umano e l’animale non c’è alcuna separazione.
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Esiste una sorta di devastante coitus intellectualis interruptus. Tu sei sprofondato in un libro, sei immerso in un flusso di idee, stai dialogando nella tua mente con l’autore che stai leggendo, stai cercando di afferrare un concetto, e qualcuno ti dice qualcosa, o sei chiamato al telefono, o il tuo figlio autistico ti chiude di colpo il libro o il portatile. Traumi ripetuti, giorno dopo giorno. Sofferenza che chi non ha una vita intellettuale non potrà mai capire.
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La mistura più pericolosa e nefanda: quella tra furbastri e anime belle.
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Dimenticano che gli umani non sono rettili, non sono anfibi, non sono uccelli, non sono insetti: sono mammiferi. Intenda chi può.
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Cosa nel mondo delle idee vi è di più vago, inafferrabile e difficilmente condivisibile del concetto di felicità? Eppure oggi tutti discettano della felicità del bambino come del valore supremo. Ricordate voi se da bambini vi sentivate felici o infelici, perché, quando e per quanto tempo? E da adulti anteponete voi la vostra personale felicità a tutto il resto? Quello attuale è un mondo dominato dal paradosso e dalla contraddizione, sposati in un matrimonio fatale. Da un lato l’individuo è dichiarato valore supremo, la sua felicità un diritto, e la coscienza individuale è proclamata santuario inviolabile; dall’altro si predicano doveri, come quello della solidarietà, che non si sa bene su quale suolo dovrebbero attecchire, o miracolosamente sbocciare superando per magia l’isolamento del singolo e aprendolo al bene degli altri. Da un lato, nella cultura mainstream l’individuo nel discorso corrente è trasceso nel gruppo, inteso come minoranza dallo stigma positivo: i gay, le lesbiche, i migranti, ecc. Dall’altro esso è trasceso nella oscura massa dei moralmente reietti: quelli del Family Day, i Leghisti, gli oscurantisti, ecc. E il bello è che nelle manifestazioni pro unioni civili dell’altro giorno tutti apparivano, come spesso nei cortei colorati, non tesi e preoccupati, ma allegri. Forse perché, riconoscendosi l’un l’altro come moderni, aperti, civili, intelligenti, potevano sentirsi migliori dei loro avversari arretrati, chiusi, incivili e stupidi. Poiché la felicità, o ciò che passa per felicità, non è un assoluto, ma nasce per lo più dal paragone, dal confronto. Che non a caso ha un senso di violenza latente. Felicità dalla vittoria contro i moralmente inferiori, anche solo sperata e anticipata nella mente.
La legge di natura
La legge di natura di Kari Hotakainen (Luonnon laki, 2013, trad. dal finlandese di N. Rainò, Iperborea 2015) è tra i romanzi che ho faticato a finir di leggere. Non mi capita spesso, ma neppure tanto raramente. Sono un libero lettore, nulla mi vincola nei comportamenti, nelle scelte, nelle preferenze, e nei giudizi. Il gusto è sovrano, qui, e il mio si allontana molto dal grottesco, che in questo romanzo svolge una parte importante. Io ho sempre detestato il grottesco, non è nelle mie corde né nelle mie papille gustative intellettuali. Detto questo, non posso evitare di notare come la corporeità nella storia narrata giochi un ruolo fondamentale: il protagonista, un evasore fiscale (vi è un elemento di critica sociale), subisce un gravissimo incidente stradale che lo riduce in fin di vita e lo costringe ad un lungo ricovero in ospedale e ad una successiva riabilitazione, che non sappiamo come finirà. Sua figlia è incinta e vicina al parto. I suoi due vecchi genitori soffrono in diversa misura entrambi gli acciacchi e le infermità che sono propri dell’età avanzata. Il corpo, le sue esigenze e limiti, e i limiti della mente che dal corpo dipende. Nell’ultima parte della narrazione compare un simpatico giovane africano, un adottato a distanza, un tempo bambino al quale il protagonista ha inviato soldi per un bel po’ di anni, come si fa in questi casi, che ora adulto è venuto in Finlandia a fare il narcotrafficante. Penso che temi e personaggi non si incastrino bene tra loro, e chiudo.
Un ebreo marginale 4
Un ebreo marginale (A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus) di John P. Meier. Dopo il primo volume Le radici del problema e della persona, il secondo Mentore, messaggio e miracoli , e il terzo Compagni e antagonisti , il quarto volume di questa eruditissima e brillante ricerca ha come titolo Legge e Amore (2008, trad. it. di G. Volpe, Queriniana 2009). Ne riporto un passo che è a p.646.
Al di là di tutti i singoli pronunciamenti giuridici impartiti nel corso del suo ministero pubblico, Gesù diede mai qualche indicazione sulla sua posizione di fronte alla Legge nella sua totalità? La risposta [..] è un sì condizionato. Dico ‘condizionato’ perché non si tratta di quel tipo di risposta completo e programmatico che ci piacerebbe ricevere – e che riceviamo da Mt 5, 17-20 o dalla rielaborazione matteana della pericope di Marco sul duplice comandamento. Tuttavia, almeno lo scheletro della tradizione alla base di Mc 12, 28-34 ci mostra che il Gesù storico non impartì semplicemente dei comandamenti halakhici ad hoc su temi sparsi come il divorzio, i giuramenti o il sabato. Egli rifletté sulla Legge nel suo complesso e ne estrasse l’amore di Dio e l’amore del prossimo quale primo e secondo comandamento della Torah, superiori a tutti gli altri. L’amore – di Dio per primo e del prossimo per secondo, in questo preciso ordine – occupa il posto più alto nella Legge. Le altre norme – pur non essendo affatto rifiutate o disprezzate – hanno minore importanza.
Questo il Gesù storico lo dice. Ma è anche tutto quello che dice. Quando passiamo ad affermare che egli fece dell’amore la chiave ermeneutica per interpretare tutta la Legge o il principio supremo da cui possono essere dedotti o in base a cui possono essere giudicati tutti gli altri comandamenti, dal Gesù storico siamo passati al Gesù matteano – che è il peccato originale della maggior parte degli esegeti cristiani che espongono il Gesù storico e la Legge. È Matteo, e soltanto lui, ad accostare ancora di più i due comandamenti dell’amore e ad affermare, cosa ancora più significativa, che tutta la Legge ‘è appesa a’ (dipende da? è deducibile da? deve essere interpretata da?) questi due comandamenti congiuntamente presi. Con Matteo, abbiamo il primo grande tentativo (giudeo-)cristiano di porre la halākâ del Gesù ebreo al servizio di un sistema embrionale di morale cristiana. È un passo importante nel pensiero cristiano, ma un passo che non va attribuito all’ebreo storico chiamato Gesù.
Etica del fuoco

Non sono offerte vie facili e sicure per affrontare e risolvere le questioni etiche che la techne dilagante pone agli umani. La conquista della capacità di controllare il fuoco da parte dei nostri antenati centinaia di migliaia di anni fa è stata il primo passo di un cammino di allontanamento da ciò che chiamiamo “natura”; il potere smisurato e crescente della tecno-scienza è la fase odierna di quel cammino del fuoco, che non può essere fermato, e nemmeno interamente e sicuramente regolato, se non nei sogni degli illusi.
Su questioni come la fecondazione artificiale, le manipolazioni genetiche, l’eutanasia, ecc. ecc, io penso che sia sbagliato e improduttivo ancorarsi a miti, credenze, idee scaturite nell’alto medioevo e sviluppate quando si pensava che il pianeta Terra fosse il centro dell’Universo, e questo fosse un Cosmo, ovvero un ordinamento perfetto e stabile. Il mondo che si dispiega davanti ai nostri occhi non presenta infatti i caratteri di un ordine, sibbene di una infinita serie di sequenze, tra loro connesse in modo instabile. Se ordine e stabilità fossero la cifra del reale, non vi sarebbero state le estinzioni di massa, e nemmeno l’evoluzione della vita come la conosciamo.
Io penso che la certezza dogmatica che ogni problema etico abbia una soluzione, e si tratti solo di lavorare per trovarla, sia una certezza priva di fondamento. Alcuni problemi forse troveranno una risposta sufficientemente condivisa, altri no, rimarranno per sempre insolubili: e questi genereranno conflitti e divisioni, e ferite non suturabili. Lo sviluppo della tecno-scienza ci ha portati in una condizione in cui si può affermare che esistano questioni etiche per le quali probabilmente non si darà alcuna soluzione definitiva, e forse nemmeno temporanea, per il semplice fatto che la techne è un fuoco che corre e dilaga ad una velocità ben superiore a quella dell’etica. Si tratta di questioni sulle quali ciascuno non applica una procedura razionale se non nelle premesse, ma quando si viene al dunque compie in ultima istanza un atto di fede, religiosa od a-tea che sia. E questo impedisce un vero dialogo, un dibattito produttivo, e innesca invece conflitti asperrimi, come si vede oggi in Italia sull’idea di famiglia, sul matrimonio omosessuale, sulla maternità surrogata, e su varie altre problematiche. Il fuoco della tecnica non può essere sottomesso ad un’etica del fuoco.
Naturale

Si chiamava, ed è evidentemente un segno della flessibilità e ambiguità del linguaggio, figlio naturale quello concepito al di fuori del matrimonio… Se per famiglia naturale oggi si intendesse soltanto quella formata da UN uomo e UNA donna (con gli eventuali figli), si salterebbe a pie’ pari l’intera storia della cultura umana e delle relazioni di parentela, molto differenti tra una società ed un’altra. Questo salto lo fanno in molti. Di solito senza riflettere sul fatto che se naturale fosse la famiglia nucleare-monogamica soltanto, allora la famiglia di Giacobbe, con due mogli e schiave concubine, sarebbe stata totalmente e profondamente innaturale. Ma anche tutto ciò che ruota intorno alla sessualità dimostra come gli umani siano separati, anche se non in toto, dalla natura che essi stessi concepiscono, e che, paradossalmente, non esiste in natura. Infatti il piano in cui la natura e il naturale entrano in discussione, e in cui gli umani si confrontano sulle differenti concezioni di famiglia, non è il piano naturale ma l’ordine simbolico, quello che appartiene all’essere umano soltanto. Ed è appunto all’interno dell’ordine simbolico che può essere affermato che la famiglia è, culturalmente, il luogo dell’incontro stabile tra il maschile e il femminile, in forma variabile a seconda dei tempi e delle idee: un luogo in cui si media la differenza fondamentale e fondativa tra il maschile e il femminile. Può essere affermato, e di fatto lo è, di contro, che famiglia sia qualsiasi rapporto stabile di convivenza tra due umani, a prescindere dal loro sesso (ma non, evidentemente, dalla relazione affettivo-sessuale, altrimenti anche due amici o amiche che condividessero a lungo un appartamento per ragioni economiche o altre, magari con relazioni erotiche esterne, sarebbero una famiglia). Vi è, anche in questa posizione, a ben vedere, una sorta di metafisica della coppia: etero od omosessuale, la coppia è la realtà idoleggiata, sacra e indiscutibile. Io preferisco una distinzione, e mi piacerebbe che la relazione omosessuale stabile fosse definita da termini distintivi: ma prevale in molti strati della società occidentale il terrore della ghettizzazione, del razzismo, ecc.: per cui si esaltano le differenze e nello stesso tempo si negano. Per cui il diverso è accettato solo omologandolo e riducendolo all’uguale. Ma tant’è: anche l’ordine simbolico presenta caratteri a modo suo darwiniani: alla fine prevale ciò che è più forte e più adatto, e i perdenti, se possono, si consolano nella sfera dell’immaginario e della idio-simbologia; se non possono, alimentano in sé il risentimento e si consumano nell’impotenza.
Micronote 51
- “La religione non c’entra niente, la violenza ha altre cause”: questa è una delle proposizioni più idiote in circolazione. “La religione non è la causa unica della violenza, ma uno dei suoi fattori” è già molto più prudente. L’errore sta sempre nell’isolare un elemento: come studiare il cuore o il cervello a prescindere dall’intero organismo e dalla funzione che il singolo organo svolge nel tutto.… Quando il liberale medio dice “religione” ha di essa in testa il concetto borghese-occidentale moderno della religione stessa: un fatto dell’interiorità, del singolo individuo, un fatto privato. Negli altri mondi è un’altra cosa. Ma nemmeno nel mondo occidentale, pur con tutte le differenze che lo segnano, la religione è solo questo. Cos’è stampato sui dollari?
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Con Giovanni Paolo II inizia la spirale inflazionistica della Chiesa Cattolica: si moltiplicano a dismisura i viaggi papali, i santi vengono proclamati a centinaia, i giubilei diventano più frequenti. E si dilata, personalizzandosi, l’ego papale: che infatti si individualizza anche nel linguaggio colloquiale, sussumendo l’individualismo contemporaneo. La misura del cattolicesimo è sempre più una dismisura. Per questo la posizione di Francesco è sul filo di una lama.
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L’intellettuale italiano medio non è mai stato interessato a comprendere criticamente la realtà, il suo interesse principale è sempre stato la lotta. La lotta facile, però, e per lui redditizia. Vuole combattere battaglie per cui la vittoria sia già assegnata alla sua parte, per affermarsi ha dunque bisogno di nemici inoffensivi. Ma i nemici debbono rappresentare innanzitutto per lui una fonte di affermazione e di guadagno, devono essere nemici dell’intero forte gruppo sociale in cui l’intellettuale è inserito. Egli infatti non brilla per coraggio, ed è profondamente conformista. La caduta del mondo bipolare ha rappresentato per l’intellettuale italiano tipico una catastrofe, per la quale il fenomeno Berlusconi è stato un rimedio temporaneo. L’era di Renzi, che gli succede, produce necessariamente l’inedia dell’intellettuale. Con l’islamismo, poi, egli si trova in difficoltà, perché quello sfugge a tutti i suoi parametri culturali: del resto la cultura religiosa non è mai stata il suo forte. Per questo annaspa, ricorre alle sue formulette ritrite, e al massimo costruisce un altarino per accendere candele alla Costituzione.
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Chi dice la verità in politica perde le elezioni: vincono solo le pillole indorate, che abbiano sapore di destra o di sinistra. Ruolo efficiente e produttivo della menzogna. Questo è un dato sistemico, diciamo.
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Del nulla antico non c’è alcun ricordo.
Di quello che verrà questo è caparra. -
Entri in consiglio d’amministrazione
grazie a un amicone,
grazie a un amicone.
Non serve laurea non serve formazione,
ti basta un amicone,
ti basta un amicone.
E se il tuo babbo ha più di un amicone
saranno tue decine di poltrone,
saranno tue decine di poltrone. -
Il suddito – dal latino subditus, termine composto con sub che significa sotto – è appunto colui che è sotto-posto, sotto-messo, sotto-stante ad un potere più alto, contro il quale non può nulla, e che non può nemmeno intendere nelle ragioni che lo muovono, negli interessi di cui è intessuto, e nel linguaggio che parla entro la sua sfera. Quanto negli italiani di oggi vi sia del suddito e quanto dell’uomo libero ciascuno può a suo modo e secondo le sue capacità giudicare.
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Un segno dei tempi: la distanza tra la figura del sindaco e quella del clown si sta progressivamente riducendo.
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C’è una differenza fondamentale tra una civiltà che compie atti atroci in contraddizione coi valori che essa stessa ha prodotto, e che risultano atroci proprio in relazione a quei valori – per cui quegli atti vanno nascosti (vedi Guantanamo ecc.), ed una civiltà che attua lo stesso tipo di atrocità, che però secondo le sue categorie fondative non sono atrocità ma atti di giustizia – per cui vanno esibite davanti al mondo (ISIS ecc.).
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Il nemico della dolcezza non è l’amaro. È il dolciastro, che oggi dilaga ovunque.
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Il desiderio di Sacro che molti percepiscono oggi fra la gente è lo stesso desiderio che prese gli Israeliti mentre Mosè riceveva la Legge sulla montagna: quello di avere un idolo visibile, una forma di potenza, su cui riversare i propri bisogni e brame invisibili, di cui essere servi, per godere di una particola della sua potenza. La forma suprema del sacro è il Serpente in Eden.
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Differenza di genere nel modo di fare la guerra?
Noi abbiamo smesso di regalare fucili e pistole giocattolo ai maschietti (preferiamo che si divertano con videogiochi dai contenuti violentissimi), e c’è chi si compiace del bambino che gioca con le bambole.
È giunto forse il tempo di tornare a donare ai nostri figli armi giocattolo, e anche alle nostre figlie? -
Ascolto una puntata di Tutta la città ne parla sul Terzo Programma della radio. Argomento lo smog che attanaglia le città. Unico imputato l’automobile privata. Come se non esistessero altri fattori. Senza distinguere tra i carburanti utilizzati, tra l’altro. Evidente la concezione sacrificale dell’auto come emblema di tutto ciò che si odia. Evidente non praticabilità delle soluzioni finali prospettate, in chiave apocalittica. Ma questo è un filone importante nel pensiero progressista, lo so bene.
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Tosse, bronchite e raffreddore,
dalla stradina nessun rumore,
all’alba un cielo senza chiarore,
un merlo affamato sogna le more. -
La lode delle persone semplici tessuta da quelli che semplici non sono, e hanno molto potere, è sempre sospetta.
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Naturalmente la logica dice che se è vero che persone esperte possono anch’esse combinare disastri, pensare che la soluzione sia far largo agli inesperti e ai babbei è folle.
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Quelli di Radio3, Fahrenheit, Tutta la città ne parla, e altre trasmissioni che ascolto, ce l’hanno a morte con l’identità. Quando sentono la parola radici diventano come tori davanti a una muleta. No, per loro una civiltà non deve essere pensata come un albero con radici e rami, ma piuttosto come un fiume in cui si mescolano le acque di infiniti affluenti, e tutto si contamina e si meticcia. Come se questo salvasse gli umani dalla violenza, e il primo meticciamento non fosse quello delle armi. Ogni ricerca di radici alle loro narici puzza di fascismo. Radici di famiglie e di popoli e di nazioni, che orrore! Naturalmente l’orrore è solo per le radici bianche, europee e occidentali.
Quando sento la parola radici a me invece viene in mente Kunta Kinte, l’eroe nero di Alex Haley, e anche una frase di Simone Weil: “Chi è sradicato sradica”. Che era in verità riferito ai nazisti. -
Molti degli attuali ministri sono idioti, nel senso greco originario del termine, cioè uomini dal ristretto orizzonte, e quindi incompetenti. I provvedimenti sull’inquinamento – esposti da un ministro che veramente sembra un poveraccio, che al massimo potrebbe forse gestire una tabaccheria – ne sono la conferma. Il dramma dell’Italia è che l’alternativa al governo degli idioti gestiti da un furbacchione sembra essere quella di un governo di esagitati, dementi, energumeni e folli.
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Quando si entra in una (impossibile) discussione con un animalista integrale ci si trova davanti a una linea di pensiero ostile al principio di non-contraddizione. Da un lato infatti l’animalista sostiene che tutti gli esseri senzienti hanno gli stessi diritti perché per natura sono sullo stesso piano, e che nessuno può stabilire che la vita di un topo valga meno di quella di un umano, e che l’antropocentrismo è un orrore assoluto; dall’altro l’animalista invoca la responsabilità degli umani verso tutti gli animali, responsabilità che nessun’altra specie evidentemente si assume, nemmeno gli evoluti scimpanzè, perché essi “non guidano macchine e non vanno al cinema”: in questo modo l’animalista pone (ed è l’unica cosa giusta che fa) una differenza ontologica tra la specie umana e le altre, senza percepire minimamente quali siano le conseguenze teoretiche di questa differenza affermata. Ma la cosa più sconvolgente è che l’animalista è strutturalmente incapace, a causa della natura paradossale dell’essere animalista, di cogliere la realtà della natura: gli spietati meccanismi di dominanza che governano le specie, la necessaria distruzione di innumerevoli giovani vite, degli individui deboli, malati, la predazione: da tutto ciò l’animalista medio distoglie lo sguardo, affamato di scene come quelle di gattini e topolini abbracciati, di gattini che giocano coi pitbull, ecc.: il mondo animale come mondo di sdolcinata pace, esattamente quello che non è. Certo che potrai fotografare il giovane lupetto che gioca con un agnello, e una foto del genere commuoverà le anime belle che affollano il Web. Ma la realtà naturale non è quella, quella è una mistificazione, una delle tante realizzate dall’unica specie che le sappia creare, quella che ha creato anche l’animalismo.
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Tutta la sapienza tragica degli ultimi tremila anni si condensa in questo distico, le cui profondità sono quasi insondabili, e che è leggibile e interpretabile a diversi livelli e con strumentazioni critiche differenti:
“Non c’è scampo per il poveretto,
e nemmeno un gamberetto”.
Inclusivismo come ideologia
Il mondo della disabilità in Italia ha bisogno di determinazione, idee chiare, realismo. Molto meno di visceralità, luoghi comuni e ideologia. Eppure, e non è strano, prevalgono di gran lunga i secondi. Così, siamo passati in pochi decenni dal segregazionismo all’inclusivismo totalitario. Leggo con irritazione, ma non con stupore, quindi, l’articolo di Chiara Bonanno comparso su Superando del 16 febbraio, intitolato “Strutture protette”: i convincimenti e le leggende. E qui lo sottopongo ad un’analisi critica, al fine di far emergere quelli che a mio giudizio sono nodi irrisolti e scogli pericolosi (non privi di Sirene).
Scrive Chiara Bonanno: In Italia c’è ancora tanta gente convinta che alcune forme di disabilità debbano essere trattate in appositi ambienti altamente strutturati e con personale professionalmente preparato.
Certamente, e per fortuna. Quegli ambienti però non è facile trovarli. Io da sempre sostengo che le persone con autismo a basso funzionamento, tanto per non parlare genericamente, debbono essere trattate in appositi ambienti altamente strutturati e da personale esperto, formato sull’autismo e in grado di utilizzare le tecniche cognitivo-comportamentali che la scienza ha validato.
Scrive ancora Chiara Bonanno: Questo convincimento parte da due concetti, molto antiquati: il primo “ufficiale” e il secondo “ufficioso”.
Il concetto ufficiale riguarda il convincimento che chi è affetto da una disabilità grave sia in forte disagio tra persone “normali” e quindi è un bene che possa vivere in un ambiente educativo e tra persone a lui simili.
Questo concetto ufficiale è esposto male e travisato. Intanto, non esiste come ufficiale, nemmeno tra virgolette. Secondariamente, non è questione, per quel che riguarda l’autismo grave, di un disagio in ambiente normale. È questione di una serie di problematiche, molto varie e complesse, anche sensoriali, che affliggono gli autistici. Ad esempio, chi in Italia, Paese così orgoglioso della sua inclusione scolastica, si pone mai il problema della sofferenza degli allievi autistici sotto le luci al neon di cui tutte le aule sono dotate, luci che causano disturbi visivi a moltissimi di loro? Dirò di più: ci sono anche centri per l’autismo in cui l’illuminazione è al neon, mentre è un dato scientifico acquisito che per buona parte dei soggetti autistici essa è fastidiosissima. L’autismo non consente a chi ne è affetto di essere come gli altri in tutto e per tutto, ritenere che un autistico possa e debba fare tutto quello che fanno i suoi compagni neurotipici, ad esempio andare in luoghi caotici e rumorosi come una discoteca, significa non accettare la differenza, violentare la natura della persona, sotto il manto ideologico dell’uguaglianza ad ogni costo. Con l’autismo il costo di questa ideologia è pesantissimo.
Prosegue Chiara Bonanno: Andiamo ad analizzare questo assunto. Alcune forme di disabilità intellettiva hanno, in effetti, differenti modalità di relazione con le persone e con le cose. Modalità spesso bizzarre e che appaiono, anche a uno sguardo molto smaliziato, sicuramente strane.
Frequentemente – soprattutto in contesti dove non si attivano precocemente dei percorsi educativi individualizzati (e sottolineo individualizzati, ovvero conformati perfettamente alla persona con disabilità) – queste stranezze si stabilizzano, fino a diventare stereotipate e apparentemente ingestibili. Quindi, per meglio “gestirle”, si raggruppano persone “strane” insieme ad altre persone “strane”, inserendole in ambienti chiusi e con regole particolarmente rigide per “rieducarli”.
Se è ben vero che l’autismo deve essere affrontato con un trattamento precoce e intensivo (e questo già di per sé pone una differenza rispetto agli altri bambini, nevvero?), bisogna tener presente che molti casi registreranno miglioramenti solo molto limitati, pur con tutti i trattamenti del mondo. Io stesso ne ho fatto esperienza con mio figlio Guido. Il problema è anche quello del ritardo mentale associato all’autismo, che tanto più è grave tanto più limita i progressi. Mio figlio, che è del tutto averbale, avrà bisogno per tutta la sua vita di ambienti protetti e strutturati. Quello di rieducazione, poi, è un termine del tutto fuori luogo, un termine da struttura carceraria. Nel mondo della disabilità mentale e dell’autismo si parla di educazione speciale, caso mai, ma soprattutto di abilitazione. Ma l’abilitazione può avere successo parziale, limitato, o nessun successo.
Si chiede quindi Chiara Bonanno: Ma rieducarli a cosa? Al poter tornare a vivere in mezzo alla gente “normale”? Sappiamo molto bene tutti che questo non avverrà mai, che queste persone “strane” non torneranno mai più tra le persone “normali”. Nessuna di queste persone istituzionalizzate ha avuto un progetto a breve termine che culminasse con il ritorno a casa. Tanto più lo si prevede nella futura Legge sul cosiddetto “Dopo di Noi”, approvata alla Camera e in discussione in Senato. Quindi la “rieducazione” di questi luoghi è una menzogna.
Posto che rieducazione non è la parola giusta, se il fine è il ritorno tra la gente normale, occorre riconoscere che le persone con autismo grave e gravissimo non saranno mai in grado di vivere una vita simile a quella degli altri. Ad esempio, mio figlio Guido avrà sempre bisogno di essere vigilato attentamente, perché la sua iperattività unita all’autismo e al ritardo mentale lo rende potenzialmente pericoloso a sé e agli altri, totalmente privo del senso del pericolo, ecc. Lui, per vivere una vita non disumana, ha assoluta necessità di essere trattato in modo differente dagli altri. È questa la cosiddetta discriminazione positiva, quella che fa fatica ad entrare nella mente dei responsabili della sanità, dell’educazione e dei servizi sociali. Ma, come è evidente, anche nella mente di molti genitori e di molti di coloro che lavorano per i disabili. Quella discriminazione positiva per cui, ad esempio, negli ospedali un autistico non dovrebbe essere trattato come gli altri, perché ha problemi sensoriali che gli altri non hanno, non è in grado di aspettare il suo turno, o è infastidito da particolari dell’ambiente per noi insignificanti, perché è socialmente cieco, non comprende il significato dei gesti e i segni in contesti mutevoli, soggetti a modificazioni continue.
Prosegue Chiara Bonanno: Qualcuno obietterà che tra i propri “simili” queste persone hanno meno disagio. Ma sul serio c’è gente che crede che una grave forma di disabilità possa essere simile a un’altra grave forma di disabilità? Nemmeno i gemelli monozigoti, quando prendono la medesima malattia, stanno male alla stessa maniera, e questo perché scientificamente non esiste una persona uguale all’altra.
Che nessuna persona sia uguale ad un’altra prima che una nozione scientifica (peraltro persona non è termine scientifico, propriamente) è esperienza e senso comune. Ma qui si fa una grande confusione, e il discorso va fuori strada. Cerchiamo di stabilizzare i concetti. È del tutto ovvio che tra le gravi forme di disabilità esistano differenze abissali. Un non vedente sperimenta una grave forma di disabilità, e nella sua vita incontra molte difficoltà, ma può vivere, con una serie di ausili e accorgimenti, una vita pienamente soddisfacente, autonoma, ricca di relazioni e socialità. Un autistico grave come Guido non sarà mai autonomo, e non si renderà nemmeno conto della natura dei suoi problemi a causa della sua disabilità mentale, della sua incapacità di maneggiare i concetti, anche quelli più semplici. Anzitutto, la differenza si pone tra le disabilità fisiche e quelle psichiche. E nell’ambito di queste ultime ci sarà, tanto per dirne una, una bella differenza tra una persona down altamente socializzata, che fa sport di squadra, ecc., e uno come Guido, che ha dovuto smettere di frequentare piscina e basket per la sua totale incapacità di adattarsi alle richieste dell’ambiente, la sua tendenza a scappare mettendosi in pericolo, la mancanza di strutture sportive adatte a persone come lui, ecc. (E parliamo di un ragazzo diagnosticato correttamente all’età di 2 anni e mezzo, e sottoposto a educazione cognitivo-comportamentale da subito, e ben integrato nel percorso scolastico dall’asilo alle superiori.) Ma all’interno di una data forma di disabilità, se le singole persone presentano tra loro differenze anche molto significative, vi sono delle caratteristiche comuni. Altrimenti una disabilità sarebbe uguale ad un’altra, e dunque un down e un autistico sarebbero la stessa cosa, notte in cui tutte le vacche sono nere, il che evidentemente non è.
E aggiunge ancora Chiara Bonanno: Quindi, quando parliamo di “similitudine”, facciamo lo stesso ragionamento di chi pensa che gli orientali si somiglino tutti perché hanno tutti gli occhi a mandorla. Ci fermiamo, cioè, a qualche caratteristica molto apparente e la generalizziamo a tutto l’Oriente. Poi, però, basta vivere per qualche mese in Oriente, per scoprire che ogni Orientale è diverso, che con alcuni si può arrivare ad avere un feeling che nemmeno con il proprio fratello o migliore amico… con altri meno, altri proprio non li si sopporta! Insomma, che in realtà, in fin dei conti, gli Orientali sono uomini, donne e bambini come noi. Uguali a noi.
Qui il ragionamento continua sulla stessa linea, manifestando tutta la sua fallacia. Un conto, infatti è concludere che ogni orientale (ma anche gli Indiani sono orientali, e non hanno gli occhi a mandorla, quindi anche fisicamente gli orientali sono diversi tra loro) è diverso dall’altro, che il singolo individuo è quello che è, un individuo, in Cina come da noi. Ma negare la differenza tra cultura e modo di vivere italiano e afghano o cinese significa anzitutto negare la realtà, secondariamente offendere quelle civiltà e quelle persone. Un cinese, infatti, e un indiano, sono formati dalla società in cui vivono, dalla lingua che parlano, dalle usanze, in altri termini dalla loro cultura. Siamo tutti umani, ma nell’ambito della comune umanità una donna è diversa da un uomo, una donna cinese da una donna indiana o europea. Non si può dire a un cinese: tu sei un essere umano e basta, non sei un cinese. Sarebbe esercitare una violenza. Le differenze non vanno negate, ma accolte come tali, rispettate e valorizzate. Così gli autistici ad altissimo funzionamento che rivendicano il loro diritto ad essere autistici, a vedersi riconosciuti come tali, neurodiversi, hanno a modo loro ragione. E quelli averbali, che non possono rivendicare nulla, debbono però essere da noi accolti e rispettati nella loro differenza. Non si deve cercare di renderli uguali in tutto a noi: se a loro non è possibile adattarsi all’ambiente più di tanto, noi dobbiamo fornire loro ambienti accoglienti, adatti a loro, in cui possano vivere bene secondo le loro caratteristiche. Perché gli autistici non sono uguali a noi, e trattarli come se lo fossero significa far loro del male.
Conclusione della Bonanno: E siamo arrivati al motivo “ufficioso” per cui preferiamo chiudere persone con certe disabilità in “strutture protette”. Perché viverci insieme comporta un adattamento di tutti che non si ha voglia di compiere. E quindi, siamo noi che ci proteggiamo dalla loro “strana presenza”, che mette in discussione – fino ad arrivare a rivoluzionarla – quell’esistenza e quella quotidianità alla quale siamo abituati. Ciò che in psicologia viene indicata come comfort zone e che, ironia della sorte, blocca l’evoluzione di chiunque.
E qui si giunge, infine, all’inevitabile colpevolizzazione, cui ogni discorso di questo tipo (nulla di speciale per i nostri figli, sono uguali agli altri, devono essere integrati e basta) necessariamente conduce. Chi ha figli autistici gravi come il mio Guido adatta se stesso e la sua vita per anni, per decenni, alle caratteristiche e ai bisogni del figlio. Gli dedica un amore e un impegno immensi. Sapendo però bene che la condizione mentale del figlio lo renderà dipendente dalla cura degli altri per l’intero arco della vita. E che gli ambienti della vita sociale comune, a cominciare dalla scuola, possono adattarsi solo molto parzialmente ai suoi modi di essere e agire. Facendo quotidianamente l’esperienza del fatto che proprio la mancanza di strutture sportive e ricreative pensate per gli autistici gravi come lui alla fine lo escludono dallo sport, da ogni divertimento, da ogni forma di socializzazione. Il problema ultimo è poi questo: chi si curerà di lui quando i genitori non ci saranno più? Magari esistessero strutture per quelli come lui, con personale preparato, con un sapere dell’autismo grave e delle sue necessità, un sapere che forse oggi troviamo solo in Cascina Rossago e in qualche altra esperienza del genere. Meno ideologia, più scienza e più realismo: questa è la mia richiesta. Ma non è il Paese giusto.
Diluvio di fuoco
Terza tappa di un’imponente ricostruzione storico-romanzesca di anni cruciali nello sviluppo economico-politico del Lontano Oriente e delle radici remote della globalizzazione, Diluvio di fuoco (Flood of Fire, 2015, trad. it. di A. Nadotti e N. Gobetti, Neri Pozza 2015) segue Mare di papaveri e Il fiume dell’oppio. La narrazione di Amitav Ghosh è fluviale, e potrebbe intitolarsi, facendo il verso all’epica tolstoiana, Guerra e Affari. La Guerra dell’Oppio scatenata dagli Inglesi contro la Cina ha un movente puramente economico, e segna l’inizio di un’era. Tra tutti i personaggi emerge, involontariamente profetico, Zachary Reid, un meticcio americano in cui il sangue nero non si manifesta nell’apparenza fisica, e che passa attraverso una stupefacente educazione sentimentale-economica. Il discorso di Ghosh è complesso, i personaggi non sono in bianco e nero, ma dalla frastagliata umanità tratteggiata dalla narrazione emergono momenti di profezia dichiarata, come questo a p. 580.
Senza aggiungere altro, Kesri guidò Baboo Nob Kissin verso la balaustra e indicò le gigantesche colonne di fumo che si alzavano dai forti.
A che scopo tutto questo, panditj? domandò. Cosa significa? Voi lo sapete?
Nob Kissin annuì. Certo che lo so, disse, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Allora spiegatemelo, panditji, ribatté Kesri umilmente. Voglio saperlo anch’io.
Zaroor beta, disse Nob Kissin gioviale. Certo che te lo dico: quello che vedi è l’inizio del pralaya, della fine del mondo.
Arré ye kya baat hai? esclamò Kesri incredulo. Cosa dite mai?
Sulla faccia di Nob Kissin si disegnò uno smagliante sorriso: Ma perché sei così spaventato figliolo? Dovresti gioire di essere qui oggi, a combattere per gli angrez. È il destino degli inglesi provocare la fine del mondo, non sono che uno strumento nelle mani degli dèi.
Baboo Nob Kissin indicò la Nemesis, che muoveva a tutto vapore oltre i forti in fiamme tra volute di fumo plumbeo.
Dekho… Guarda. Dentro quei vascelli brucia il fuoco che risveglierà i demoni dell’avidità che si nascondono in ogni essere umano. Perciò gli inglesi sono venuti in Cina e in Indostan: due paesi così popolosi che se la loro avidità si risveglia sono capaci di consumare il mondo intero. Oggi è cominciato il grande banchetto. Finirà solo quando tutta l’umanità, travolta da un’incontenibile ingordigia, avrà divorato la terra, l’aria e il cielo.
Ora a Kesri girava la testa. Io sono un uomo semplice, panditji, disse. Non capisco. Perché devo assistere all’inizio della fine? E perché voi siete qui?
Non ti è chiaro? disse Nob Kissin con una certa sorpresa. Siamo qui per aiutare gli inglesi a compiere il proprio destino. Saremo anche persone qualunque, ma siamo fortunati:noi sappiamo perché siamo qui, mentre loro non lo sanno. Dobbiamo fare il possibile per aiutarli. È il nostro dovere, non lo capisci?
Kesri scosse il capo. No, panditji, non capisco.
Baboo Nob Kissin gli posò una mano sul capo, come per benedirlo.
Non lo comprendi, figlio mio? Prima viene la fine e meglio è. Tu e io siamo fortunati a essere stati scelti per contribuire al compiersi del destino. I posteri ci saranno riconoscenti. Perché solo quando questo mondo finirà ne nascerà uno migliore. (pp. 580-581)

