Filosofia di passione 3

La cultura è a tal punto un’apertura e una realizzazione di potenzialità prima solo latenti a livello naturale che è essa stessa in un certo senso a “spiegare”, e dispiegare, la natura, poiché vi introduce la possibilità inaudita e inedita d’una spiegazione, di qualcuno che abbia in sé la capacità culturale di compierla. Tali considerazioni possono essere adesso solo accennate, ma cercherò di riprenderle lungo tutta questa indagine, in attesa di svilupparle ulteriormente. Risulta abbastanza evidente che esse modificano nella sostanza, e anzi rovesciano, l’impostazione oggi prevalente nel considerare l’origine della cultura. (p. 63) Continua a leggere

Filosofia di passione 2

Le critiche che Fornari muove a Girard non sono di scarso spessore. Non mi sorprendono affatto, perché già nel 2002, in uno scambio di e-mail successivo alla pubblicazione di Fra Dioniso e Cristo, mi aveva fatto capire come su alcune questioni egli si stesse differenziando dal maestro.
Anzitutto, questa differenziazione si attua sui concetti di desiderio, mediazione e relazione all’oggetto. Continua a leggere

Filosofia di passione 1

C’è molta passione in Filosofia di passione di Giuseppe Fornari (Transeuropa 2006). Una passione della ricerca e della verità che può contagiare il lettore, stimolandolo alla riflessione critica. Si tratta di una tappa importante nello sviluppo del pensiero di Fornari, che qui definisce il suo rapporto con René Girard, pensatore di cui resta profondamente debitore e da cui nello stesso tempo si distacca su alcuni punti assai rilevanti. Attuerò nel corso di alcuni post una sintetica riflessione sugli elementi per me decisivi di questo ampio testo, riprendendo in qualche modo le fila di alcuni miei interventi su altri libri dello stesso autore. Continua a leggere

Il tenente Sturm

Ne Il tenente Sturm (Sturm, 1923, trad. it. A. Iadicicco, Guanda 2000) Ernst Jünger mostra bene come il senso dell’annullamento, e in particolare quello della propria destinazione al nulla, sia strettamente e originariamente connesso alla violenza scatenata. Come percezione, intendo, non certo come concetto filosofico. La morte di massa nel 1914-18 assume il carattere dell’annientamento, vi si attua un passaggio decisivo nella comprensione della guerra e della morte (che ciò non salvi da altre guerre è un dato pacifico).
L’esperienza del Fronte Occidentale nella Prima Guerra Mondiale ha carattere rivelativo ed iniziatico, ma ciò cui inizia, il sapere indicibile che comunica agli epopti, è il sapere del nulla. Trovo molto significativi i seguenti due passi. Nel primo Sturm fa il cecchino, e spara ad un soldato inglese. La cosa è normale, ovvero è normale, in guerra, che due che forse avrebbero qualcosa da comunicarsi e magari potrebbero essere amici, si uccidano freddamente. Tra la condizione di guerra e quella di pace si apre un abisso incolmabile. In guerra il sé non è più quello che era in pace.

Anche quel giorno era accaduto l’incredibile. Se ne era stato disteso all’interno della sua conca ardente, immobile, per un’ora, senza vedere altro che un’aspra curva della lunga e sottile linea di terra che, dall’altra parte, si staccava nettamente dall’erba. Là c’era un posto dove, ogni due ore, si poteva vedere il cambio di guardia di una sentinella inglese. Proprio così, anche quella volta non era stato là disteso inutilmente, un guizzo giallo era appena passato sulla cresta di terra. Sturm prese ancora una volta la mira, tolse la sicura e puntò il fucile. Adesso era là: una testa sotto un elmo grigioverde, sovrastato dalla bocca del fucile messo a tracolla. Sturm esitò quando la testa si trovò al centro della croce di collimazione del cannocchiale di puntamento.
La campagna si distendeva di nuovo tranquilla e morta, solo le bianche ombrelle della cicuta tremolavano di luce. Lo aveva colpito? Non lo sapeva. Ma la questione non era se adesso, dall’altra parte, quell’uomo tingesse di rosso il fango sul suolo della trincea oppure no. Ciò che pareva sorprendente era il fatto che lui, Sturm, freddo, lucido ed estremamente cosciente, aveva appena cercato di uccidere un altro. E continuava a chiedersi con insistenza: era ancora lo stesso di un anno fa? L’uomo che ancora di recente stava scrivendo una tesi di dottorato su «La riproduzione dell’ameba proteus per sezione artificiale»? Si poteva pensare un contrasto più grande di quello tra un uomo che si sprofonda amorosamente negli stati in cui la vita, ancora allo stato fluido, si raccoglie in minuscoli nuclei, e uno che, a sangue freddo, spara sulla creatura più sviluppata? Perché quel tale dall’altra parte poteva benissimo aver studiato a Oxford, così come lui aveva studiato a Heidelberg. Già, era assolutamente diventato un altro, diverso non solo nei fatti, ma – quel che era essenziale – anche nel sentimento. Perché il fatto che non provasse, nemmeno per un attimo, alcun rimpianto, ma piuttosto gratificazione, era la prova di una moralità profondamente trasformata. Ed era lo stesso per moltissimi che da tempo si avvicinavano di nascosto alla smisuratezza del fronte. Laggiù una stirpe nuova dava vita a una nuova interpretazione del mondo, passando attraverso un’esperienza antichissima. La guerra era una nebbia originaria di possibilità psichiche, carica di sviluppi; chi tra i suoi effetti riconosceva solo l’elemento rozzo, barbarico coglieva, di un complesso gigantesco, un solo attributo, con l’identico arbitrio ideologico di chi vi vedeva soltanto il carattere eroico e patriottico.
Dopo questo intermezzo, Sturm era di nuovo strisciato nelle trincee di combattimento e non aveva trascurato di gridare a tutti i vivandieri e a tutte le sentinelle che incontrava sulla sua strada mentre ritornavano dopo il cambio di guardia: «Ne ho appena ammazzato un altro ancora». Nel dir ciò aveva fatto molta attenzione all’espressione dei volti: non ce n’era stato nemmeno uno che non avesse fatto un sorriso di approvazione.
(pp. 25 – 26)

Nel secondo passo Sturm contempla l’insensatezza della guerra, dal punto di vista del singolo che ne è travolto, e in rapporto dialettico con la visione universale delle catastrofi cosmiche, annientanti anch’esse, che si succedono senza tregua nell’Universo. Una visione quasi leopardiana. Infelicità, sofferenza e sventura non sono causate solo dalla malvagità degli uomini. È anche su questo punto che il pensiero girardiano (e fornariano) mi lascia insoddisfatto, o meglio mi lascia con una sensazione di “non è abbastanza”.

Che senso aveva tutto lo splendore di cui gioiva, se era destinato a sprofondare in un gelido nulla, a frantumarsi senza scopo in fondo a un abisso come un calice levigato? Certo, questa distruzione non era affatto un’eccezione nel grande slancio del cosmo. La guerra era come la tempesta, la grandine e i lampi, si avventava sulla vita, senza badare dove colpiva. Ai tropici c’erano vortici di vento che infuriavano come animali selvaggi attraverso le enormi foreste. Spezzavano le palme piumate o le strappavano con tutta la radice e le abbattevano al suolo insieme agli altri alberi. Spazzavano via dai rami le grandi orchidee che profumano di vaniglia e sterminavano stormi di scintillanti colibrì. Cancellavano lo smalto dalle ali di farfalle indicibilmente colorate e gettavano fuori dai nidi i piccoli pappagalli. Ma questa poteva forse essere una consolazione per il singolo? Costui viveva una sola volta nella luce e, quando trapassava, l’immagine del suo mondo si dissolveva insieme a lui. (p. 53)

Gli ultimi due ebrei di Kabul

Una narrazione essenziale ed intensa nelle 137 pagine del romanzo di Amanda Sthers Gli ultimi due ebrei di Kabul (Chicken Street, 2005, trad. it. di F. Bruno, Ponte alle Grazie, Milano 2006). La storia è lineare e terribile: un fotografo americano, in Afghanistan per un servizio su quel Paese intriso dell’islam dei Talebani, ha sconsideratamente un’avventura con una giovanissima ragazza del luogo, che rimane incinta. Lui torna in America senza sapere di ciò, e un vecchio ebreo (uno dei due ultimi rimasti a Kabul) prende a cuore la fanciulla, tanto da rischiare la vita per salvarla. Vanamente: essendo lei sorella di un aspirante imam, la sua sorte è segnata. La ragazza è analfabeta, l’ebreo scrive per lei una lettera al fotografo, lettera che finisce nelle mani della di lui moglie, e questa a sua volta cade in una disperata sofferenza che la deprime e la stritola. Dunque, da un lato una leggerezza di un occidentale superficiale e distratto che porta due donne diversissime, viventi in condizioni diametralmente opposte, alla distruzione, dall’altro un rapporto dialettico tra due ebrei portati dai marosi della storia su quell’ultima spiaggia di un Paese destinato ad essere dominato, anche dopo la fine del regime talebano, da un islam rigoroso e spietato. La voce narrante del libro è quella di Simon, l’ebreo ciabattino, la cui storia si intreccia con quella di Alfred l’ebreo scrivano. Simon, l’ultimo definitivo, non ha spazio che per delle domande che sanno di non avere una risposta.

Nel penultimo shabbath di Alfred, siamo andati a spasso tra i quartieri bombardati e i cimiteri che costellavano la città. Volevamo vedere Kabul, al di là della sinagoga e di Chicken Street. Calzavamo dei cappelli; gli zucchetti avrebbero suscitato un pericoloso interesse. Era un sabato freddo ma soleggiato. Rispettavamo la tradizione dello shabbath e né lui né io lavoravamo quel giorno.
Avevamo salutato il barbiere con un cenno. Cosa ci facevamo, lì? Da cosa c’era da scappare in que­sto vasto mondo? Era quello il posto che avevamo sogna­to? Non era nemmeno un paese semplice. Era un paese pieno di storie, pieno di dimenticati e di leggende. Un paese di uomini duri e di urla. Era una spirale, un’eterna babele. Un paese da distruggere ma che non smetteva di sopravvivere, di rinascere. Un fiore che si ostinava a spun­tare da sotto un sasso.

Cosa ci facevamo, zoppiconi su un sentiero che non portava in nessun posto? Perché continuare a rispettare le nostre tradizioni? Per quali occhi?
Se non ci fosse stato Alfred, mi sarei ricordato che ero ebreo? Si è davvero praticanti in sé e per sé? Si crede in Dio quando si è soli? (p. 104)

Antisemitismo nella Bibbia

Reca come sottotitolo Indagine sul Vangelo di Giovanni il bel libretto di Rudolf Pesch Antisemitismo nella Bibbia? (Antisemitismus in der Bibel? , 2005, trad. it. di M. Faggioli, Queriniana 2007). Il testo giovanneo, cui sono state nel tempo attribuite forti valenze gnostiche e un antisemitismo addirittura virulento, viene finemente analizzato da Pesch, che arriva alla conclusione che 1) Giovanni non è affatto gnostico; 2) non solo non è antisemita,  e semmai è interno alla logica del profetismo biblico, ma appartiene pienamente alla tradizione ebraica, dalla quale il Cristianesimo scaturisce. Le 160 pagine di Pesch sono ricche di riferimenti e fortemente argomentate. Riporto un passo che mi sembra molto significativo.

L’ODIO CHE COLPISCE ISRAELE, COLPISCE ANCHE LA CHIESA

La chiesa, che soccombe o rimane prigioniera dell’antigiudaismo, espelle l’ebreo Gesù – come gli avversari di Gesù in Israele lo volevano espellere dal popolo di Dio come falso Messia. Nella storia, a partire dalla morte di Gesù è diventato chiaro che la radice più profonda dell’antigiudaismo o dell’antisemitismo è la resistenza contro la presenza del vero e unico Dio nel nostro mondo, presenza che mette in questione ogni autodivinizzazione.
L’odio, che ha colpito e colpisce Israele, non è un normale odio dello straniero, ma è la ribellione contro una misura – che non dipende da noi – di diritto, giustizia e fedeltà alla comunità, il rifiuto di una volontà assoluta di legarci al Creatore e Signore, l’ostacolare la luce sull’invidia e la falsità nel mondo, una luce in cui ognuno appare come colui che è. E l’odio, che colpisce Israele, colpisce sempre anche la chiesa – sia dall’esterno, sia dall’interno.

L’ANTISEMITISMO “CRISTIANO”
È UNA PARTICOLARE PERVERSIONE

L’antisemitismo “cristiano” se la prende con gli ebrei perché hanno donato il Messia al mondo. Era un caso che i teologi cristiani durante il cosidetto Terzo Reich cercarono di portare la prova che Gesù era un ariano e non un ebreo? e che il movimento Pamjat in Russia oggi parli di Gesù come un assiro e che la teologia della liberazione palestinese ne faccia un palestinese?
L’antisemitismo cristiano è una caduta dal cristianesimo, si traveste con la menzogna e si snatura. È dello stesso genere della caccia agli eretici e alle streghe. Come può un albero desiderare che marciscano le stesse radici che lo sostengono?
Non si può venire a capo di un tale fenomeno in maniera razionale, data la sua infondatezza. I teologi di Israele lo avevano messo in luce già da lungo tempo, quando nei Salmi 35,19 e 69,5 avevano parlato di “odio senza motivo” contro i giusti nel popolo di Dio. La tradizione ebraica ha chiamato anche l’odio senza motivo tra gli ebrei stessi come motivo per la distruzione del tempio – il luogo della riconciliazione con Dio.
Il Gesù di Giovanni parla seguendo completamente questa linea: «Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: “Mi hanno odiato senza ragione”» (15,24-25).

( pp. 77 – 78 )

Museruole

In questi giorni si dibatte sui cani pericolosi. Prevalgono, ovviamente, le posizioni più irrazionali, tra le quali la più ricorrente ed esemplare è quella che si condensa nella frase “non sono i cani ad essere pericolosi, ma i loro padroni”: ovvero non esistono razze più o meno aggressive, ma “anche un barboncino può mordere”. Continua a leggere

Poesia della domenica

Serpente del nulla

Come letture soavi
nel cuore ti prendono molto
dimentichi il tempo che corre,
parole che grave ti fanno.
Ecco parole di Dio,
il suono che nulla conosce
riprende a volare quel canto,
invano si spande sul volto. Continua a leggere

La maledizione di Kafka

Di Achmat Dangor – un musulmano di origine asiatica nato a Johannesburg – Frassinelli ha pubblicato La maledizione di Kafka (Kafka’s Curse, 1998, trad. it. di E. Capriolo, 2006). Un testo che deve aver avuto una gestazione complessa, non certo lineare, come testimonia la sua struttura, che riesce ad essere intricata a dispetto delle sole duecento pagine, al punto che l’autore ha pensato di premettere una tavola dei rapporti di parentela dei numerosi personaggi. Un titolo da letteratura molto alta.
Una pretesa forse eccessiva da parte di uno scrittore che non mi pare riesca a mantenere le promesse. La maledizione è quella di una metamorfosi verso il basso, che è chiaramente in relazione allo sradicamento del personaggio principale dalla propria cultura di origine.
Libro interessante tuttavia: se non altro perché fa capire al lettore italiano come il Sudafrica non sia fatto solo di bianchi e neri, come qui da noi si tende a pensare, ma di una quantità di etnie, che come sempre e dovunque fanno fatica a comprendersi, accettarsi e soprattutto ad integrarsi.
In realtà, il nucleo generatore di tutta la storia è mitico, ed è la breve favola di Leila e Maj­noen, che qui riportiamo. Ma quando una narrazione romanzesca realistica vuole sostanziarsi di un nesso favolistico-mitico e di un rimando alla più alta letteratura novecentesca contemporaneamente, rimanendo nello stesso tempo ancorata ad una realtà sociale determinata, corre un rischio mortale. Dangor non lo supera.

E mi raccontò la storia di Leila e di Maj­noen. Dovete sapere che Majnoen è sia un nome d’uomo sia una forma di pazzia… In Arabia, credo – dove altro poteva ambientare i suoi esordi? – viveva una bella principessa di nome Leila, che tutti volevano sposare. È questo che la gen­te vuole dalle principesse. Il matrimonio…
Ma lei s’innamorò del giardiniere di suo padre, Maj­noen, un uomo dotato ma strano. Parlava agli alberi e bi­sbigliava ai fiori, e faceva crescere le cose soffiando loro ad­dosso. Ma naturalmente una principessa non era libera di sposare un giardiniere, e così decisero di fuggire. Si sarebbe­ro incontrati nella foresta, che Majnoen conosceva meglio di chiunque altro, ogni albero, ogni foglia, ogni sentiero er­boso. Majnoen promise all’amata che l’avrebbe aspettata in qualsiasi caso. Ma accadde l’inevitabile… Il padre di Leila, il califfo, venne a conoscenza del loro progetto di fuga e non potendo tollerare la vergogna di una figlia scappata con un volgare giardiniere, uno con le dita infangate, la rinchiuse. E Majnoen aspettò, per giorni, per settimane, finché cam­biarono le stagioni, finché la foresta cominciò a preoccupar­si per lui, per la sua fame e la sua sete, e cominciò a nutrir­lo. Il sole e la pioggia, e la ricca terra nera lo protessero dai vermi e dai tarli eccetera. E quando Leila riuscì finalmente a fuggire e corse nel punto dove doveva incontrarlo, scoprì che Majnoen era diventato parte di un albero… no… era di­ventato un albero. Non una brutta e vecchia quercia, ma un salice bello e sensibile.
(pp. 18-19)