Sulla trascendenza 8

di Eric Gans

Le narrazioni religiose “assurde” che mediano tra il mondo dell’appetito e quello della trascendenza sono tutte più o meno esplicitamente delle storie della creazione che raccontano dell’irruzione del sacro entro il mondo appetitivo, che crea noi come umani attraverso il dono della rappresentazione. La creazione dell’universo naturale da parte delle medesime forze può quindi essere compreso come un’affermazione del nuovo principio antropico: il creatore dell’universo entro il quale possono essere creati gli umani deve essere altrettanto potente del creatore dell’umanità, se non a lui superiore. Continua a leggere

Sulla trascendenza 7

di Eric Gans

Il termine principio antropico è usato comunemente come mezzo per accantonare l’idea di una creazione divina: se gli ultimi modelli cosmologici rendono altamente improbabili le condizioni per l’esistenza della vita (umana), è sufficiente notare che se noi non esistessimo non staremmo osservando queste condizioni. Quindi se la probabilità di un universo che soddisfi queste condizioni è 1/n, basterà rimuovere questa anomalia per assumere che il nostro è l’unico caso “antropico” fra k universi, ove ((n-1)/n)^k <.5. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 22

Il desiderio è illimitato per natura, e ciò è contro natura, perché l’infinito non è al suo posto al livello del desiderio. Nel mondo degli oggetti del desiderio, che è il mondo manifestato, non vi è infinito. E’ qui che il bene e il vero si congiungono. 
(I, 322) Continua a leggere

Italiani in Canada

Il Canada è stato per molti italiani una meta di immigrazione. Anche in tempi non lontani. Per qualcuno anche ora. Le problematiche connesse a tutti i fenomeni del tipo di cui oggi da noi si dibatte con poca saggezza e con molta approssimazione si riflettono nelle pagine di Bibliosofia dedicate alla letteratura italo-canadese (e non solo). Si riflettono anche in antologie come quella qui presentata.

Visita a Godenholm

Sono due i racconti di Ernst Jünger tradotti da A. Vigliani e pubblicati sotto il titolo del più lungo di essi, Visita a Godenholm (Adelphi 2008). Quest’ultimo è dello Jünger che mi piace meno, il narratore esoterico cui dell’autentico narratore manca la forza di creare personaggi vivi, veri caratteri.
Quello che davvero è bello, nella sua concentrata brevità, è il racconto più breve, un pugno di pagine: La caccia al cinghiale, di algida perfezione. Narra di un giovane che ha sempre bramato diventare un cacciatore perché si è innamorato di un fucile, e lo ha quasi ipostatizzato. La prima volta però che si trova fra cacciatori autentici, e ha la ventura di abbattere, fortuitamente, un poderoso verro, viene spiritualmente a sua volta abbattuto dal gesto compiuto, dall’uccisione di un essere così vitale, e dallo squartamento che, secondo il rito, ne fanno gli uomini.
«Quella fu la prima sera in cui Richard si addormentò senza aver pensato al fucile, e fu il cinghiale a prenderne da allora il posto nei suoi sogni» (p. 23). In verità, è malsano l’approdo alla caccia che viene dall’innamoramento per le armi. Solo il cammino opposto, dall’innamoramento per gli animali alla loro caccia è saggio e divino.

D’un tratto nel folto del bosco

 

Ho letto questa favola per adulti di Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco (Feltrinelli, Milano 2005). Il racconto è un apologo sull’intolleranza del diverso e sulla solitudine del ribelle. In un villaggio isolato d’un colpo tutti gli animali spariscono, compresi gli insetti e i pesci del fiume. Per anni la comunità stende un velo sull’accaduto, e ai bambini si narra di un demone Nehi, che infesta il bosco, e si aggira di notte anche nelle strade del villaggio. Due fanciulli, infine, decidono di scoprire dove siano finiti gli animali, e si inoltrano nel bosco. Tipica situazione favolistica. Non mi ha soddisfatto. L’idea di tutti gli animali carnivori ed erbivori che in un luogo segreto vivono insieme come fratelli (il che comporta, poi, un cambiamento di dieta ed abitudini dei soli carnivori, che si abituano a mangiare un vegetale dal sapore di carne, il carnemone) mi sembra bislacca, e maledettamente antropomorfica, come al solito. Per molti umani gli animali risultano pensabili solo attraverso una mutazione della loro natura reale. Ma la forzatura che li rende meri simboli mi sembra non essere più lecita nel mondo contemporaneo, nella nostra cultura che non è più quella medioevale, dove la simbolica concedeva l’unicorno alla vista delle vergini. Possibile che non si possano pensare, e narrare, gli animali come animali? In fondo, dunque, anche Oz riesce ad accettare la diversità solo trasformandola in non-diversità. E questo è un suo grave limite: la diversità deve rimanere tale, altrimenti su di essa si esercita violenza.

Uomini e topi

Se si considera la figura del topo nell’immaginario occidentale dell’ultimo secolo, quale appare mediato dal cinema e dalla televisione, non si può non rimanere stupiti. Dal Topolino di Disney a Geronimo Stilton passando per Topo Gigio e per una moltitudine di roditori umanizzati, tutti appaiono eroi positivi, mentre i loro principali antagonisti, i gatti, svolgono il ruolo di villains.
Ora, questo è un colossale rovesciamento della realtà, ove il topo nelle sue varie specie, dal topolino delle risaie al ratto delle chiviche, è stato per l’umanità una peste, che consuma le risorse alimentari, porta malattie, rovina i libri, ecc. ecc. Un animale da cui l’umanità si è sempre dovuta difendere. Mentre il gatto è stato un animale benefico, non a caso compagno dell’uomo da migliaia di anni. Qui ovviamente non regge l’obiezione che in natura c’è posto per tutti, perché nel suo meraviglioso ordinamento anche il topo e la zanzara svolgono un’utile funzione: l’umano non è naturale, e non lo sono nemmeno i film. Qui il problema sta nell’ordine culturale.
Le mamme che portano i bimbi a vedere il film Ratatouille, quando tornano a casa aprono per il loro gattone una scatoletta di salmone, mentre se vedessero in un angolo della cucina un piccolo topino si metterebbero a strillare come aquile.
Mi pare che si possa affermare che il rovesciamento dei ruoli nello spettacolo ha un significato apotropaico-rituale. Si inserisce in quell’universo di pratiche con cui l’umanità rappresenta il reale in forma rovesciata proprio per scongiurare che ciò che è rappresentato esca dal piano della pura rappresentazione e si incarni nella sfera del mondano.