Sulla trascendenza 8

di Eric Gans

Le narrazioni religiose “assurde” che mediano tra il mondo dell’appetito e quello della trascendenza sono tutte più o meno esplicitamente delle storie della creazione che raccontano dell’irruzione del sacro entro il mondo appetitivo, che crea noi come umani attraverso il dono della rappresentazione. La creazione dell’universo naturale da parte delle medesime forze può quindi essere compreso come un’affermazione del nuovo principio antropico: il creatore dell’universo entro il quale possono essere creati gli umani deve essere altrettanto potente del creatore dell’umanità, se non a lui superiore.
Non è necessario che io qui insista sull’importanza della storia della creazione per le tradizioni giudeo-cristiana ed islamica. E tuttavia alcune religioni non danno molto spazio a storie della creazione: o l’universo è considerato come eterno e/o ciclico, oppure, nelle parole del Buddha, la conoscenza dell’origine della vita[umana] “non è fondamentale per la vita santa”. Veniamo invitati a distoglierci da una preoccupazione per l’evento originario in una duplicazione della rinuncia originaria all’oggetto centrale. Non cercare di conoscere il momento dell’origine ci mostra un esempio di rinuncia alla conoscenza di qualsiasi evento, cioè a dire di qualsiasi violenza memorabile commessa dal desiderio umano. Questa rinuncia costitutiva fa del Buddismo qualcosa di più e di meno di una religione nel senso occidentale. Un fattore di primo piano nell’attrattiva che esercita su molti occidentali è che, contrariamente alle religioni abramitiche, esso non richiede alcuna fede in una storia sacra. L’antropologia generativa è nata nel contesto della tensione occidentale tra uomo che crea Dio e Dio che crea l’uomo: l’alternativa buddista stacca l’atto originario di rinuncia dal suo locus in un evento in modo tale da sottrarsi al bisogno di entrambi i modi di creazione. Ma questo distacco è un atto di ascesi che dimostra la “necessità” di una storia della creazione tanto quanto lo dimostrano le storie stesse.

Le narrazioni “assurde” delle varie religioni sono traduzioni della stessa intuizione di fondo che l’umano è definito dal trascendente: ciascuna trae differenti conseguenze antropologiche da questa dipendenza fondamentale. Invero, lo stesso si potrebbe dire delle narrazioni artistiche, le quali anche dipendono dalla nostra fede nella capacità dell’artista di conferire plausibilità umana alle intenzioni dei suoi soggetti. L’ipotesi originaria fornisce un principio minimale di interpretazione per queste narrazioni. Che l’ipotesi originaria sia o non sia accettabile per il credente di una data religione, in ogni caso io posso almeno affermare che l’ipotesi nella sua minimalità è concepita per avere un effetto perturbante minimo sui credenti in generale.

Nel caso in cui un sostenitore dell’antropologia generativa si trovasse a discutere con esponenti di vari sistemi di credenze, il punto non sarebbe quello di argomentare sulle specificità dell’ipotesi originaria, ma di iniziare da un accordo sulla necessità di ipotizzare un evento originario. I credenti saranno d’accordo, perché essi hanno già implicitamente accettato questa asserzione: quelli che resisteranno saranno gli atei. Ma noi vorremmo sperare di persuadere qualcuno che non accetta il soprannaturale dell’utilità di un ipotetico evento naturale sulla base del quale egli potrebbe cominciare a comprendere le narrazioni religiose ed entrare in dialogo con coloro che credono in esse. (8 – fine)

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