“Per una necessità della natura, ogni essere, chiunque egli sia, esercita, per quanto può, tutto il potere di cui dispone” – Rajas. Formula terribile.
In circostanze date, un essere reagisce in modo da conservarsi e da dilatarsi al massimo. Non c’è scelta. (I, 316) Continua a leggere
Sulla trascendenza 6
di Eric Gans
Il riferimento di Badiou al “residuo” del favoloso che aderisce all’immaginazione basata sulla realtà si collega a quanto dicevo circa l'”assurdità” dell’interfaccia tra il mondano e il trascendente. L’ipotesi originaria spiega la pertinenza di questa particolare “assurdità”. La resurrezione è, una volta ancora, una trascendenza mediata da, o modellata su, l’atto della rappresentazione: come in Girard le vittime mitiche che sembrano evitare la morte, Gesù accede dalla condizione mortale degli abitatori del mondo reale all’immortalità del segno, con la differenza che egli è descritto esplicitamente come umano e insieme innocente prima della sua miracolosa resurrezione. Continua a leggere
Leggere Lolita a Teheran
Il matrimonio è anzitutto una questione di potere e di libertà. Una società non è libera se i suoi membri di sesso femminile non possono scegliere liberamente chi sposare (e nell’Iran khomeinista non possono farlo e non possono fare molte altre cose). I grandi romanzi occidentali, come Lolita, Il grande Gatsby e Orgoglio e pregiudizio, che Nazar Nafisi analizza con acume, sono fattori di liberazione, perché mettono in luce il conflitto tra le ragioni dell’individuo che vuole essere libero e la logica del potere totalitario che vuole far sognare a tutti il suo proprio sogno. Sono le idee fondamentali espresse da Nazar Nafisi nel suo Leggere Lolita a Teheran (Reading Lolita in Tehran, 2003, trad. it. di R. Serrai, Adelphi, Milano 2004). Un libro che dice molto sulla condizione femminile, sul matrimonio e sul potere, scritto da una studiosa di letteratura inglese che insegnò per anni in condizioni difficilissime in un’università iraniana.
Eppure a questo libro, che è un ibrido tra romanzo, testimonianza e saggio, manca qualcosa di importante. Mancano le ragioni dell’altro (in questo caso dei fondamentalisti), che qui appare solo come assurdo, violento, puramente negativo e inconcepibile. L’elemento religioso, poi, dalla laica Nafisi non è minimamente investigato, resta un corpo estraneo. Quindi anche il passaggio dalla libertà delle donne sotto lo Scià all’asservimento fondamentalista rimane inspiegato. Mi vengono in mente le pagine di Elias Canetti sulla massa del lamento che certamente la Nafisi non ha letto, pagine che illuminano la differenza dell’Islam sciita da quello sunnita. C’è in Leggere Lolita a Teheran solo un breve passo che evidenzia la perduta possibilità che questo fosse più che un libro interessante, un grande libro:
Rileggo Simone Weil 20
Casi frequenti (enumerarli, classificarli) in cui affermando una verità su un certo piano, la si distrugge. Nel momento in cui la si dice (ovvero la si dice su un certo piano) non è più vera. Essa è vera solamente dietro (o al di sopra di) l’affermazione contraria. Non è dunque percepibile che agli spiriti capaci di cogliere simultaneamente molteplici piani sovrapposti di idee. Essa è incomunìcabìle nel senso che il linguaggio è a una o al massimo a due dimensioni (a due se è scritto, ma la pagina è un limite). Questa è la ragion d’essere dell’esoterismo. Euridice. Verità che sono false non appena le si guarda. (I, 312) Continua a leggere
Semi magici
Ho scambiato alcune battute via internet col mio amico Alberto Astolfi sul romanzo di V.S. Naipaul Semi magici (Magic Seeds, 2004, trad. it. di G. Ferrara degli Uberti, Adelphi 2007). Eccole qui.
A. Cosa pensi di questo libro di Naipaul?
B. Siccome è una continuazione di Una vita a metà, che avevo trovato fiacco, quando ho iniziato a leggerlo ero predisposto a trovarlo similmente fiacco, ma mi sono ricreduto. Qui Naipaul dà il meglio di sé, non tanto nella figura del protagonista, che continua a sembrarmi un erede dell’uomo vuoto novecentesco tipico, ma nella delineazione degli ambienti, e del clima storico. E tu che ne pensi?
A. Sono d’accordo con te. Sai che io non sono un grande amante di Naipaul, anche se ho letto parecchi suoi libri, ma mi pare che questo sia molto interessante. Forse anche perché la parte sulla guerriglia comunista in India può soprendere chi ne conosce poco. Infatti c’è stato un comunismo indiano virulento nelle campagne di certi stati, e molti morti, e fatti di cui in Occidente si sa poco.
B. Guarda che il comunismo naxalita in India c’è ancora, anche se ha subito molti rovesci. Il lato moderno e tecnologico dell’India odierna qui in Naipaul non appare affatto. C’è il suo aspetto poco attraente degli altri libri di Naipaul sull’argomento: la sporcizia, l’irrazionalità, le conseguenze perverse della dominazione straniera (non tanto inglese quanto islamica). L’avversione di Naipaul per l’Islam è davvero patente. Ad un certo punto lo chiama semplicemente la “fede dell’Arabia”.
A. Quello che mi ha maggiormente colpito è il tipo dell’uomo scricciolo, cioè il contadino piccolo e gracile creato da secoli di denutrizione delle masse contadine imposta dai dominatori (islamici). Per Naipaul l’Islam è il grande artefice della decadenza culturale dell’India, anzi, della sua perdita di identità. Ma oltre alla mancanza dell’aspetto moderno dell’India, manca anche qualsiasi accenno al fondamentalismo indù, che oggi è un fattore potentissimo.
B. Sì, però bisogna tener conto che gli anni in cui il protagonista si trova tra le file della guerriglia comunista non sono questi ultimi. Ma certo l’Induismo aggressivo non è nato adesso.
A. D’altra parte quando Willie Chandran torna a Londra, non è che la situazione lì sembri particolarmente allettante. Soprattutto i rapporti tra i sessi appaiono estremamente problematici.
B. Willie è nato in India, poi è stato a Londra, poi anni in Africa, poi in Germania, poi in India a fare il guerrigliero, infine di nuovo a Londra…
A. Mi viene in mente Peer Gynt, ma non so se a proposito…
B. Ma sì, è sempre la ricerca dell’identità, che non si trova da nessuna parte, col soggetto individuale che annaspa e le tenta tutte, fino all’adesione ad un Movimento, al tentativo di trovare il senso facendosi mera cellula di un organismo più grande, il quale sa dove va (lui e la storia). Una parabola che è stata di moltissimi.
A. È stata anche mia, in qualche modo, quando dopo il Sessantotto mi proclamavo comunista e vedevo il male assoluto nell’America. Adesso ci vivo e ci lavoro, e non tornerei più in Europa, neanche se mi pagassero uno stipendio uguale a quello che prendo qua a Grousehunting.
B. Come molti continuano a fare, vedere il male assoluto nell’America. Pensa che ci sono degli intellettuali che sostengono che le Torri Gemelle se l’è buttate giù Bush…
A. C’è una frase per questi qui nel libro di Naipaul, che mi è piaciuta molto. «Nessuno è più vanesio e perverso di chi sta in basso e vuole raddrizzare il mondo» (97).
B. Sono sempre più convinto che il tipo idealista abbia arrecato all’umanità infinitamente più danni del tipo cinicamente realista. Concordo con la conclusione del romanzo: «È sbagliato avere una visione ideale del mondo. È qui che cominciano i guai. È qui che ogni cosa comincia a sfasciarsi» (p. 329).
L’Amore in sé
Che cos’è l’Amore in sé? Il titolo del raffinato breve romanzo di Marco Santagata (Guanda, Parma 2006) potrebbe anche scriversi L’amore in sé con l’a minuscola. Il senso sarebbe lo stesso? Poiché il titolo è stampato a caratteri maiuscoli la cosa comunque rimane ambigua. Questo romanzo mi ricorda la famosa tenzone duecentesca, il dibattito in rima tra Pier della Vigna e Jacopo Lentini e Jacopo Mostacci sulla natura dell’amore.
Non è un caso. Il protagonista di questo romanzo, infatti, è un professore universitario di letteratura italiana, che si trova in Svizzera a tenere delle lezioni accademiche sul Petrarca. Lezioni che (fortunatamente!) tendono a discostarsi gradualmente dall’accademico. Mentre Fabio (un mio omonimo, ohibò) sta presentando agli studenti una sua analisi del sonetto La vita fugge, e non s’arresta un’ora, e rispondendo ad un’obiezione di una giovane ascoltatrice, gli escono dalla bocca le parole « Vede, Bubi è il nome che Petrarca dà al desiderio…», e subito si accorge che, con una movenza inconscia, al posto del nome di Laura sulla sua bocca è gemmato il nome di Bubi, la dimenticata. Fabio sperimenta un inaspettato fulmineo ritorno del suo passato adolescenziale, segnato da un amore appassionato per una compagna del ginnasio, un amore successivamente rimosso nel modo più completo. Con una serie di flash-back che contrappuntano l’analisi del testo di Petrarca, il maturo professore rivive quella sua antica (e abbastanza tragica) storia d’amore. È stato un amore assoluto, come si vuole che siano gli amori d’adolescente, la cui parabola si conclude in una delusione assoluta: l’oggetto d’amore si rivela radicalmente differente da quello che il giovanissimo Fabio s’era figurato. Dunque, similmente alla Laura di Petrarca, la ragazza Bubi è una creazione del desiderio di Fabio. L’amore è desiderio, e crea il suo oggetto. Viene il momento in cui l’oggetto si sottrae, e questo suo sottrarsi può essere narrato come morte vera e propria (Laura), o come svelamento di una identità dell’oggetto radicalmente diversa da quella creata dal desiderio (e amata). Il desiderio può quindi far permanere l’oggetto d’amore come fantasma d’amore (in morte di…) o annichilirne la memoria stessa, come è avvenuto in Fabio. Almeno fino al momento in cui lo stesso passare del tempo e la maturazione dell’animo consentano di affrontare il ricordo con uno spirito di conciliazione, sì che la memoria ne risulti purificata e pacata.
Il muschio grigio arde
Non deve essere stato facile per Silvia Cosimini, di cui ho già apprezzato la bella traduzione del romanzo di Laxness Gente indipendente, rendere in italiano lo stile di Thor Vilhjálmsson, uno stile poetico lirico-tragico che fa del romanzo Il muschio grigio arde (Grámosinn glóir 1986, ed. it. Iperborea, Milano 2002) qualcosa di assolutamente inconsueto e molto affascinante. Pure, l’operazione mi pare riuscita, come testimonia questa splendida pagina, nella quale il paesaggio pastorale islandese, che il giovane magistrato Ásmundur sta attraversando per raggiungere il luogo della sua inchiesta, si mostra insieme sereno e inquietante, immemoriale e mitopoietico. Le radici dell’infelicità umana sono nella natura stessa.
Sera in una valle disabitata. Il sole si volge verso l’invisibile, oltre l’incorniciatura della valle, le colline a occidente. La gratitudine della terra per il giorno trascorso si leva come una foschia violacea nel lontano ovest, mentre il sole ha ancora un tratto da percorrere prima di potersi nascondere dietro le colline, il suo addio si diffonde sul mondo in delicati colori. L’erba si fa d’oro, e il muschio grigio che ricopre la lava arde.
Ora le pecore sono immobili sulle pendici dei monti, rimpiangendo la spensieratezza del giorno, quando l’erba era verde, e terrena, e tanto salubre che il succo verde colava agli angoli della loro bocca. Ora stanno quiete a osservare e non si muovono; come se stessero contemplando qualcosa di unico, o ammirassero il panorama, come viaggiatori. Poi tornano a brucare sul pendio. E d’un tratto corrono tra le rocce e le chiazze verdi d’erba e i grigi ghiaioni, saltellano a balzi sui letti asciutti dei ruscelli, dove in primavera musiche e canti risuonavano nella valle come un’orchestra. Più in alto, blocchi di pietra e massi erratici si stagliano contro il limpido cielo azzurro.
Una pecora bela malinconica, geme nella sua lingua; e l’eco apre nuovi spazi, moltiplica la valle. Il vento sussurra alle orecchie, risvegliato per la serata; le ombre si fanno più scure, come occhi che si guardano dentro. Si allungano, quasi fossero stirate dal vento, anche se soffia in direzione opposta.
Ci sono due pecore, una nera e una bianca, che guardano da lontano l’uomo solitario che avanza piano, mentre ogni pietra assume indipendenza dalla propria ombra.
E in questa nuova luce purpurea che accende ombra su ombra alla sua sacra fiamma, viva in tutto il paese, le immagini cominciano a guizzare sulla montagna; le rocce che servono da pretesto a visioni e presagi mitici, a eventi che alludono al mondo degli uomini, immagini sfuggite alle circostanze umane che si insinuano, con i loro messaggi riconsacrati da quel battesimo, nella coscienza dell’uomo che passa, esigendo che si faccia loro messaggero.
Sente la pecora belare malinconica in alto sulla montagna, ma non riesce a vederla nonostante scruti i dintorni, valica d’un balzo un crepaccio, e le pecore che prima l’osservavano spariscono spaventate verso le nuvole rosa a oriente.
Poi il sole svanisce a ovest. Là le montagne viola esalano foschia. Mentre i contorni delle colline e dei rilievi circostanti si fanno più nitidi, la terra si avvicina alla propria essenza; ciò che è lontano perde progressivamente ogni sostanza e si libra sempre più come un poema.
L’uomo sa che una volpe ha portato via l’agnello alla pecora, non può farci nulla. (pp. 60-61)
Come tutti i grandi romanzi, Il muschio grigio arde ci presenta un protagonista dialettico e aperto, un personaggio in divenire. Ásmundur deve raggiungere una località dell’Islanda in cui si celebrerà un processo. Il crimine che deve essere giudicato da lui è un incesto tra fratello e sorella, con conseguente infanticidio. Qualcosa di terribile, ed insieme elementare, la rottura del massimo tabù ed un disperato bisogno d’amore. E giudicare è duro e quasi impossibile. Vi è il fantasma del padre giudice, con cui il protagonista deve confrontarsi, e vi è una lacerata figura di pastore evangelico, suo antico compagno di studi, che richiama il fondamentale principio della compassione. E sopra tutto vi è la dura terra d’Islanda, alle soglie della sua svolta epocale destinata ad immetterla nella modernità, e ancora impregnata di saghe e memorie ancestrali.
Sulla trascendenza 5
di Eric Gans
Noi pensiamo necessariamente per proposizioni e per questa ragione non possiamo sfuggire al metafisico, che è puramente un sinonimo del trascendente: una frase dichiarativa crea una realtà “fittizia”, “prossima a” (meta) o indipendente dal mondo fisico. Ma non dobbiamo seguire la tradizione metafisica che dà il linguaggio proposizionale o dichiarativo per scontato. Continua a leggere
Cancro
Gli uomini sono naturalmente inclinati al bene; in modo che a tutti, quando non cavano piacere o utilità dal male, piace più el bene che el male; ma perché la natura loro è fragile, e le occasione che gli invitano al male sono infinite, si partono facilmente per interesse proprio dalla inclinazione naturale. Però non per violentargli, ma per ritenergli in sul naturale suo, fu trovato da’ savi legislatori lo sprone e la briglia, cioè el premio e la pena; e’ quali quando non si usano in una republica, rarissimi cittadini di quella si truovano buoni; e noi ne veggiamo in Firenze tutto dí la esperienzia.
(Francesco Guicciardini, Ricordi I, 1) Continua a leggere
Sulla trascendenza 4
di Eric Gans
Un rilievo che viene solitamente fatto contro la negazione materialistica della specificità umana è che un robot o un computer non ha alcun stato mentale interno. I computer usano segni, ma essi sono i nostri segni: per il computer essi sono tanti byte—in realtà, non esiste affatto un “per il computer”. Come affermano Beauregard ed altri, il sostenere che la nostra mente sia soltanto l’attività del nostro cervello è un atto di fede, non una verità scientifica. Continua a leggere





