Sulla trascendenza 5

di Eric Gans

Noi pensiamo necessariamente per proposizioni e per questa ragione non possiamo sfuggire al metafisico, che è puramente un sinonimo del trascendente: una frase dichiarativa crea una realtà “fittizia”, “prossima a” (meta) o indipendente dal mondo fisico. Ma non dobbiamo seguire la tradizione metafisica che dà il linguaggio proposizionale o dichiarativo per scontato. Il corollario che presuppone che il linguaggio sia essenzialmente indipendente dalla sua origine specifica tra gli esseri che lo usano ci permette di descrivere il mondo naturale, e anche il mondo umano, nella misura in cui anch’esso dà per scontata l’esistenza del linguaggio proposizionale. Quel che il linguaggio metafisico è incapace di descrivere è il singolo momento in cui il linguaggio non può essere dato per scontato, il momento originario che inaugura la relazione trascendente tra rappresentazione e realtà che caratterizza l’umano in modo unico. Questo momento fin dall’inizio è stato territorio della religione. Da poco è diventato quello dell’antropologia generativa.
L’interfaccia tra il mondo reale e quello trascendente è paradossale in un senso più fondamentale rispetto al paradosso logico: esso è letteralmente fuori o “accanto” (para) alla sfera della rappresentazione linguistica perché è dove la rappresentazione viene all’esistenza. Quello che nel discorso religioso è “assurdo” dal punto di vista della ragione proposizionale può sempre essere compreso come incarnazione mondana delle caratteristiche altro-mondane del linguaggio, o più generalmente della rappresentazione: le narrazioni religiose descrivono il miracolo del divenire-linguaggio. Le specifiche irrazionalità di queste storie sono non soltanto una fonte di solidarietà e di esclusività per le loro comunità di credenti, ma ciascuna storia formula un’ipotesi originaria sull’umano, sebbene non caratterizzata dalla parsimonia. La caratteristica comune dei soggetti delle narrazioni religiose è che essi condividono la non-mortalità che appartiene solo al mondo del segno. I segni non muoiono, e gli dèi che condividono questa qualità spiegano con la loro presenza sulla terra la presenza di questi segni.

Per René Girard l’immortalità degli dèi è una deformazione mitica del ruolo della vittima sostitutiva nel portare pace alla comunità. La vittima viene uccisa, ma rimane presente attraverso la memoria purificata dell’assassinio, che porta pace alla comunità concentrando la sua aggressività su un singolo “capro espiatorio”. Così il mito racconta una verità antropologica a costo di una menzogna: il suo protagonista morto viene presentato come eternamente vivo, discolpando gli assassini del loro crimine. Ma quello che Girard descrive come un esempio di méconnaissance è la base di tutte le nostre idee religiose, comprese le sue: che esistano o no una “vera” immortalità ed un “vero” Dio, l’unica fonte antropologica di queste categorie è il trasferimento sulla vittima delle categorie del segno mediante cui noi la commemoriamo. Definire fraintendimenti le forme primitive di trascendenza è andare al di là della lezione antropologica del Cristianesimo stesso, secondo cui non vi è alcuna separazione ontologica tra l’umano e il trascendente. Il ruolo di Gesù non è quello di por fine a questa separazione, ma quello di dichiararla fittizia.
Nel suo piccolo libro Saint Paul (PUF, 1997), Alain Badiou sostiene che l’unica proposizione di San Paolo circa Gesù è che egli è stato resuscitato, un’affermazione “assurda” che non può essere compresa come una semplice enunciazione empirica.

“Paolo … riduce il Cristianesimo ad una singola proposizione: Gesù è risorto. Ora questo è l’elemento favoloso (fabuleux), dato che tutto il resto—nascita, predicazione, morte—può dopo tutto essere difeso come plausibile. Ciò che è ‘favola’ in una storia è quell’elemento che noi concepiamo come non avente alcun contatto con la realtà, se non attraverso il residuo invisibile e accessibile indirettamente che aderisce ad ogni manifesta figura dell’immaginazione (qui colle à tout imaginaire patent).” (p. 5)
(5 – continua)

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