Il tenente Sturm

Ne Il tenente Sturm (Sturm, 1923, trad. it. A. Iadicicco, Guanda 2000) Ernst Jünger mostra bene come il senso dell’annullamento, e in particolare quello della propria destinazione al nulla, sia strettamente e originariamente connesso alla violenza scatenata. Come percezione, intendo, non certo come concetto filosofico. La morte di massa nel 1914-18 assume il carattere dell’annientamento, vi si attua un passaggio decisivo nella comprensione della guerra e della morte (che ciò non salvi da altre guerre è un dato pacifico).
L’esperienza del Fronte Occidentale nella Prima Guerra Mondiale ha carattere rivelativo ed iniziatico, ma ciò cui inizia, il sapere indicibile che comunica agli epopti, è il sapere del nulla. Trovo molto significativi i seguenti due passi. Nel primo Sturm fa il cecchino, e spara ad un soldato inglese. La cosa è normale, ovvero è normale, in guerra, che due che forse avrebbero qualcosa da comunicarsi e magari potrebbero essere amici, si uccidano freddamente. Tra la condizione di guerra e quella di pace si apre un abisso incolmabile. In guerra il sé non è più quello che era in pace.

Anche quel giorno era accaduto l’incredibile. Se ne era stato disteso all’interno della sua conca ardente, immobile, per un’ora, senza vedere altro che un’aspra curva della lunga e sottile linea di terra che, dall’altra parte, si staccava nettamente dall’erba. Là c’era un posto dove, ogni due ore, si poteva vedere il cambio di guardia di una sentinella inglese. Proprio così, anche quella volta non era stato là disteso inutilmente, un guizzo giallo era appena passato sulla cresta di terra. Sturm prese ancora una volta la mira, tolse la sicura e puntò il fucile. Adesso era là: una testa sotto un elmo grigioverde, sovrastato dalla bocca del fucile messo a tracolla. Sturm esitò quando la testa si trovò al centro della croce di collimazione del cannocchiale di puntamento.
La campagna si distendeva di nuovo tranquilla e morta, solo le bianche ombrelle della cicuta tremolavano di luce. Lo aveva colpito? Non lo sapeva. Ma la questione non era se adesso, dall’altra parte, quell’uomo tingesse di rosso il fango sul suolo della trincea oppure no. Ciò che pareva sorprendente era il fatto che lui, Sturm, freddo, lucido ed estremamente cosciente, aveva appena cercato di uccidere un altro. E continuava a chiedersi con insistenza: era ancora lo stesso di un anno fa? L’uomo che ancora di recente stava scrivendo una tesi di dottorato su «La riproduzione dell’ameba proteus per sezione artificiale»? Si poteva pensare un contrasto più grande di quello tra un uomo che si sprofonda amorosamente negli stati in cui la vita, ancora allo stato fluido, si raccoglie in minuscoli nuclei, e uno che, a sangue freddo, spara sulla creatura più sviluppata? Perché quel tale dall’altra parte poteva benissimo aver studiato a Oxford, così come lui aveva studiato a Heidelberg. Già, era assolutamente diventato un altro, diverso non solo nei fatti, ma – quel che era essenziale – anche nel sentimento. Perché il fatto che non provasse, nemmeno per un attimo, alcun rimpianto, ma piuttosto gratificazione, era la prova di una moralità profondamente trasformata. Ed era lo stesso per moltissimi che da tempo si avvicinavano di nascosto alla smisuratezza del fronte. Laggiù una stirpe nuova dava vita a una nuova interpretazione del mondo, passando attraverso un’esperienza antichissima. La guerra era una nebbia originaria di possibilità psichiche, carica di sviluppi; chi tra i suoi effetti riconosceva solo l’elemento rozzo, barbarico coglieva, di un complesso gigantesco, un solo attributo, con l’identico arbitrio ideologico di chi vi vedeva soltanto il carattere eroico e patriottico.
Dopo questo intermezzo, Sturm era di nuovo strisciato nelle trincee di combattimento e non aveva trascurato di gridare a tutti i vivandieri e a tutte le sentinelle che incontrava sulla sua strada mentre ritornavano dopo il cambio di guardia: «Ne ho appena ammazzato un altro ancora». Nel dir ciò aveva fatto molta attenzione all’espressione dei volti: non ce n’era stato nemmeno uno che non avesse fatto un sorriso di approvazione.
(pp. 25 – 26)

Nel secondo passo Sturm contempla l’insensatezza della guerra, dal punto di vista del singolo che ne è travolto, e in rapporto dialettico con la visione universale delle catastrofi cosmiche, annientanti anch’esse, che si succedono senza tregua nell’Universo. Una visione quasi leopardiana. Infelicità, sofferenza e sventura non sono causate solo dalla malvagità degli uomini. È anche su questo punto che il pensiero girardiano (e fornariano) mi lascia insoddisfatto, o meglio mi lascia con una sensazione di “non è abbastanza”.

Che senso aveva tutto lo splendore di cui gioiva, se era destinato a sprofondare in un gelido nulla, a frantumarsi senza scopo in fondo a un abisso come un calice levigato? Certo, questa distruzione non era affatto un’eccezione nel grande slancio del cosmo. La guerra era come la tempesta, la grandine e i lampi, si avventava sulla vita, senza badare dove colpiva. Ai tropici c’erano vortici di vento che infuriavano come animali selvaggi attraverso le enormi foreste. Spezzavano le palme piumate o le strappavano con tutta la radice e le abbattevano al suolo insieme agli altri alberi. Spazzavano via dai rami le grandi orchidee che profumano di vaniglia e sterminavano stormi di scintillanti colibrì. Cancellavano lo smalto dalle ali di farfalle indicibilmente colorate e gettavano fuori dai nidi i piccoli pappagalli. Ma questa poteva forse essere una consolazione per il singolo? Costui viveva una sola volta nella luce e, quando trapassava, l’immagine del suo mondo si dissolveva insieme a lui. (p. 53)

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